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Prove sinistre di suicidio. Ma il nemico di Salvini è in agguato

A tre mesi dalle elezioni in Emilia-Romagna il Governo si inventa una plastic-tax che rappresenta una specie di veleno per questa Regione. Strada spianata allora per il leader della Lega? Sì, ma con l'incongnita dei centri sociali


04/11/2019

di Sandro Vacchi


Se foste dei politici brasiliani, in vista delle elezioni mettereste una bella tassa sul caffè? E se foste tedeschi, prima di una votazione decisiva in Baviera alzereste le imposte sulla birra? O sul riso se foste cinesi? No, è la risposta esatta, perché si parla di persone normali, mica di piddini e grillini, cioè di fenomeni paranormali proiettati quant'altri mai a rompere le scatole alla gente e a farsi affettare dagli elettori: sarà per questo che ci mandano a votare il meno possibile, lo stretto indispensabile e nemmeno sempre. 
Così, a tre mesi scarsi dalle elezioni regionali in Emilia-Romagna, i giallorossi si inventano la “plastic tax” e immaginate come la stanno prendendo in una regione che produce imballaggi plastici più di tutte le altre. Ma si sa: la vocazione al suicidio della sinistra farlocca che “deve” per forza governare ha contagiato i grillini, veri ispiratori della trovata, alimentati come sono di ecologismo fanatico e di gretismo, da Greta Thunberg, adolescente ideologa di chi non ha più idee. 
Con tali geni come avversari, il panzer Matteo Salvini potrebbe non far altro che aspettare la prossima scemenza, e un'altra ancora, e la successiva. Invece macina chilometri su chilometri, diserta i palazzi ma non trascura nessuna piazza, e trova il tempo di essere in televisione almeno come la controparte, eppure sembra che sia sempre lì. 
I grillini in via di estinzione non vogliono, a parole, altre alleanze coi piddini, dopo l'Umbria dei voti perduti. Allora cosa fanno insieme al governo, si domandano gli italiani? Mah! Stefano Bonaccini, governatore ex comunista dell'Emilia-Romagna, trema all'idea di essere il compagno scalzato dalla destra dopo mezzo secolo di dominio ininterrotto del Partito in una delle ultime fortezze rosse, cassaforte delle cooperative e terra di una rete avvolgente di potere economico, ideologico e anche morale che non ha eguali in Europa. Per questo il governatore uscente si muove ancor più frenetico di Salvini. Tenta di convincere gli alleati-serpenti a non andare da soli a cercare voti in fuga inarrestabile. E' in contatto anche con Matteo Renzi, il quale però è affidabile come una peripatetica rumena, disposto a tutto con uno scopo: fare un vero partito del suo partitello appena nato e rendersi indispensabile nell'elezione del prossimo presidente della Repubblica. Semmai tornando anche a Palazzo Chigi. 
Ecco, questa sarà un'impresa dura. Salvini è già lì con il dito sul campanello d'ingresso, acquista fiducia giorno dopo giorno, un'elezione regionale dopo l'altra. E' il padrone assoluto della Lega, con l'aspirazione di diventarlo dell'Italia, appoggiato dai suoi come Napoleone dalla Vecchia Guardia, mentre dall'altra parte tutto si sbriciola: votano sulla Piattaforma Rousseau di Casaleggio, il quale vorrebbe invece aprire un centro immersioni alle Maldive, pensate. Cercano disperatamente ispirazione dal loro comico di riferimento, il quale sembra ormai sbattersene allegramente. Di Maio? Di Battista? Fico? Grillo? Casaleggio? Tutti punti interrogativi. 
Gli “alleati” del PD, “sposati” solo in funzione anti Lega, non sanno che pesci pigliare e giocano a rincorrersi l'un l'altro, per la semplice ragione che un capo non ce l'hanno. Zingaretti? Per favore... Si è fatto abbindolare da Renzi, che ha trattato in vece sua la formazione del nuovo governo, per poi piantare baracca e burattini e farsi il proprio, di partito. Vatti a fidare! 
I leghisti, invece, sono compatti, si rispecchiano in Matteo Salvini, al massimo qualche “esterno” potrà citare Giancarlo Giorgetti, ma la Lega “è” Salvini. I Cinque Stelle semplicemente “non sono”, ma appaiono, stanno morendo e ne sono consapevoli. E il PD forse ancora “é”, ma nessuno sa bene cosa. 
Allora nessuna alleanza in Emilia-Romagna? Questa soluzione potrebbe essere peggio ancora per chi cerca di salvare il salvabile. Il PD mobiliterebbe soltanto per sé cooperative, sindacati, la capillare rete politico-economica creata in mezzo secolo di potere. I grillini sono invece, qui più che altrove, un movimento ancora non consolidato, eppure già morituro. 
Salvini ha già prenotato per il 14 novembre il Paladozza di Bologna, intitolato a Giuseppe Dozza, sindaco stalinista degli anni Cinquanta. Dovrà solamente stare attento all'accoglienza che gli riserveranno centri sociali, comunisti Doc e perdigiorno vari, come gli è già accaduto un paio di volte da quelle parti. Non aspetta niente di meglio: tutti voti in più. 
Gli sconfitti dicevano che quello dell'Umbria non era un voto di valenza nazionale. Adesso sostengono che l'Emilia-Romagna non è l'Umbria. Non lo è, semmai, per le proporzioni, ma non è più rossa della regione che ha già votato, fresca dello scandalo di Sanitopoli che ha costretto alle dimissioni la vecchia giunta, con tanto di elezioni anticipate. 
Anche fra Piacenza e Rimini gli scandali non mancano, uno addirittura nella provincia più rossa d'Italia, Reggio Emilia, che a Cavriago vanta un bel busto di Lenin. Vedrete se i bambini venduti di Bibbiano, scomparsi da settimane da tutti i giornali “perbene”, non saranno uno dei temi portanti di Salvini in campagna elettorale. E se non lo sarà lo strapotere delle coop rosse, l'imprenditoria privata e non del colore giusto tenuta ai margini, i bellimbusti che ridacchiavano: “Abbiamo una banca!”. E' la terra di Romano Prodi, l'uomo dell'euro e della Commissione europea: vedrete se Salvini non attaccherà frontalmente da quelle parti anche coloro che, con la scusa di portarlo al Quirinale, stanno bruciando Babbo Euro fin da ora a vantaggio del più giovane e presentabile Mario Draghi. Vedrete se Salvini non tirerà fuori il Triangolo rosso di Reggio, dove i massacri di non comunisti proseguirono per tre anni nel dopoguerra. E vedrete se non si richiamerà a Giorgio Guazzaloca, primo sindaco non PCI di Bologna, una vittoria che finì perfino sui giornali giapponesi. 
Qualche altro sbarco di “migranti” favorito dal nuovo Viminale, qualche altro ammazzato per droga o per rapina dall'immigrato di turno, e il gioco di Salvini sarà fatto. Poi, si dà il caso che Lucia Borgonzoni, candidata più debole di Bonaccini, si muova soltanto nell'ombra del Grande Capo. Il suo avversario non ha un Togliatti, un Berlinguer, nemmeno uno straccio di Occhetto. Zingaretti? Ecco, oggi le comiche! 
Il giorno dopo il Paladozza, il PD risponderà alla Lega presentando la fondazione culturale di Gianni Cuperlo. Proprio così, avete capito bene: come la cavalleria polacca che attaccava i panzer tedeschi. Lo slavato Erremoscio triestino, adorato dalle damazze progressiste lettrici di Michela Murgia, dopo diversi giorni dalle elezioni europee trionfali per Salvini distillò un'alata considerazione sul perché. Esordiva con: «A me stupisce che...». Certo! Non si dice “Mi stupisce”, ma Stupire regge il dativo, vero? Forse per gli stu... Ecco, questi qua si fanno la fondazione “culturale”. 
Salvini deve stare attento non a loro, ma a sé stesso. Contenga la Ibris, la furia, non spinga troppo sul tasto delle provocazioni, non irrida più di tanto gli avversari tremebondi, non mangi i bambini come si diceva, ovviamente pere scherzo, facessero loro. Chiuso il Papeete, andrà sulle piazze e troverà la gente che lo porterà a Piazza Colonna. Ipsos ha fatto un sondaggio per il Corriere della Sera. A fine settembre la Lega era data al 30,8 per cento, oggi al 34,3, con Fratelli d'Italia al 9,8 e Forza Italia al 6,2: maggioranza assoluta. Pierluigi Bersani ha detto non a caso: «Se perdiamo l'Emilia-Romagna chiudiamo bottega». Lui non si nasconde dietro un dito come Giuseppe Conte, il premier saltimbanco. Trent'anni fa, di questi giorni, i tedeschi abbattevano il Muro di Berlino, oggi un altro muro può essere abbattuto. Basta non fare scemenze. 
In agosto quasi tutti davano del fesso a Salvini che aveva aperto la crisi di governo. Il sottoscritto sollevò il dubbio: e se avesse fatto apposta, per vedere fin dove arrivano i paladini della democrazia che non ricorrono mai alle urne? In poche settimane è più in sella che mai, ma deve stare attento, molto attento. Sa fare politica come nessun altro, parla alla pancia del Paese e comincia a farsi ascoltare anche dalla testa, manovra la comunicazione come gli pare, però ha un difetto che forse sarà la sua rovina: sembra fare tutto credendoci, in onestà, lontano anni luce dai bizantinismi dei palazzi. 
Sa fare politica, ma in Italia spesso paga di più disfarla, la politica. E in questo nessuno, ma proprio nessuno, è più abile, e furbo, e machiavellico, e senza scrupoli, del suo omonimo fiorentino. Renzi, ostetrico del governo, oggi lo critica ferocemente quanto Salvini. Scaltro com'è, sa perfettamente chi è il solo politico che può tenergli testa e, da Vespa qualche settimana fa, i due si sono criticati e anche addentati, ma sorridendo, quasi in amicizia. Ben diverso, ad esempio, il rapporto di Salvini con Giuseppe Conte, che in Senato lo ha trattato freddamente a pesci in faccia, il 20 agosto. 
Renzi è capace di tutto, non lo sa solamente il “rasserenato” Enrico Letta. E' l'uomo delle promesse non mantenute, come quella di ritirarsi in caso di sconfitta al referendum costituzionale. Spara di tutto e ingoia tutto, mentre Salvini non ha retto poco più di un anno con il freno a mano dei Cinque Stelle. Renzi li avrebbe allettati, lisciati, premiati, per poi farli a pezzi e passare alla vittima successiva. 
Adesso sa chi viaggia trionfale al posto suo. Un ruolo, quello di secondo, che non sa né può accettare. Mi sbaglierò, ma attaccare i nemici di Salvini, cioè Conte, il governo tutto, il PD in particolare, gli serve anche per accattivarsi proprio Salvini. Chissà, forse per fare prima o poi qualcosa insieme, nel più inaspettato dei patti di non aggressione, e tornare nella stanza dei bottoni? Per poi fregarlo, naturalmente. “Di Matteo ce n'è uno, tutti gli altri son nessuno” è il motto di Renzi. Attento, Salvini!

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