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Pur con tutti i suoi difetti una stampa libera fa bene a tutti

Quello gialloverde doveva rivelarsi il Governo del cambiamento, invece si è rivelato il cambiamento dei 5Stelle. Fra un compromesso e l’altro, con l’alibi del “contratto”. E a fronte di un saldo negativo per il Paese fatto di troppi no


19/11/2018

di Antonio Sciortino*


“Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto”. Questa frase di Horacio Verbitsky, giornalista e scrittore argentino, uno dei principali esponenti per la difesa dei diritti umani, apre il libro di un giovane cronista siciliano, Paolo Borrometi, da qualche anno sotto scorta per le minacce dei clan mafiosi. In Un morto ogni tanto (edizioni Solferino) egli racconta la sua battaglia contro la “mafia invisibile”. L’hanno condannato a morte per le sue inchieste su intrecci tra mafia e politica. Ma la sentenza di Cosa Nostra non è bastata a fermarlo. Come non l’hanno dissuaso dalle indagini le intimidazioni e le aggressioni subite. 
Altri seri professionisti, come Borrometi, rischiano continuamente la vita. Per amore di verità. Quella scomoda, che tanto dà fastidio ai potenti e ai corrotti di turno. Quelli che, con minacce o ritorsioni, vorrebbero imbavagliare i giornalisti. O, magari, addomesticarli, blandendoli. Se non, addirittura, asservirli ai propri scopi. Ma un’informazione meno libera è un grave rischio per la democrazia. Pericolo sempre incombente. Ancor più oggi, in tempo di populismi e autoritarismi. Dagli Usa di Trump alla Russia di Putin, passando per la Turchia di Erdogan. Dove, spesso, i giornalisti li hanno messi a tacere. E, qualche volta, per sempre. 
A preoccupare oggi, nel nostro Paese, è la forte accelerazione di una campagna denigratoria contro la stampa. E contro ogni voce libera non asservita al potere gialloverde, che è insofferente a ogni critica. Per i 5Stelle c’è un marchio di fabbrica. Un Dna trasmesso dal padre-fondatore, Beppe Grillo. Quello che i giornalisti li ha coperti di insulti, definendoli “carogne”, “schiavi” e “pagliacci”. Quello che voleva mangiarli, per il solo gusto di vomitarli. Quello che, dal palco, ha dato il via alla “caccia all’uomo”, invitando i militanti a segnalare il “giornalista del giorno” che criticava il Movimento. Una lista di proscrizione, con tanto di foto segnaletica, per una “gogna” digitale quotidiana. Quello, ancora, che ha negato a un giornalista della Stampa l’accesso a un evento Casaleggio, perché sgradito. 
I figli non sono da meno del padre-fondatore. Dopo la recente assoluzione di Virginia Raggi, l’ira dei 5Stelle ha rotto gli argini. Oltre ogni limite. Scagliandosi contro gli eccessi di attenzioni che, durante il processo, i giornalisti avevano dedicato al primo cittadino di Roma. Non una parola, però, era stata spesa in passato per lo stesso trattamento alla Boschi, alla Boldrini o al padre di Renzi. Una rancorosa gara di offese s’è scatenata tra il vicepremier Di Maio e l’itinerante Di Battista: “infimi sciacalli”, puttane”, “pennivendoli”, “cani da riporto”. “Quando ce vo’ ce vo’”, ha detto compiaciuto il vicepremier grillino. Anche se insulta la categoria di cui lui stesso fa parte, in quanto pubblicista. Più che attendere l’esito del provvedimento disciplinare dell’Ordine della Campania, farebbe meglio a restituire il tesserino da pubblicista. Per decenza. La stessa decenza che è mancata ai giornalisti eletti tra i 5Stelle. Per il loro vergognoso silenzio. E tutto perché la stampa racconta le crescenti difficoltà del governo gialloverde. O le inefficienze dei due sindaci grillini, a Roma e Torino. I giornalisti sono accusati d’essere ruvidi coi grillini e morbidi coi leghisti. Un evidente complesso di inferiorità. Imbarazzante e puerile. 
A reagire, com’era doveroso, sono stati per primi gli organi istituzionali dell’Ordine. Con dure dichiarazioni e una manifestazione nelle piazze delle principali città d’Italia.  “Questi sedicenti politici”, hanno detto, “soffrono un’informazione libera e non omologata al pensiero unico. Per loro la stampa ha senso solo se esprime plauso incondizionato al loro governo ed evita accuratamente critiche e dissenso”. E ancora: “Il fatto, poi, che gli attacchi provengano da un vicepremier, cioè da un’istituzione che dovrebbe avere a cuore prima di tutto la democrazia e governare con equilibrio tutti i cittadini italiani, rende il fatto di una gravità senza precedenti”. 
Ma un allarmante intervento contro questa folle caccia al cronista, è venuto da un parlamentare di Forza Italia, Giorgio Mulè, già direttore di Panorama: “Affermare che i giornalisti sono infimi sciacalli equivale a pronunciare una minaccia che ci riporta, per assonanza e identità di espressione, al baratro della barbarie che appartiene alla feccia dell’umanità e cioè a mafiosi e camorristi. Significa parlare la lingua di Totò Riina e dei boss di camorra e ‘ndrangheta, la lingua di chi definì infimi sciacalli condannando a morte eroi del giornalismo”. 
Screditare, di continuo, stampa e giornalisti serve a disorientare l’opinione pubblica. E un’informazione debole permette una disinformazione di massa. Così, un quotidiano nazionale, Repubblica, è messo alla gogna dal blog 5Stelle, con relativo invito al boicottaggio Per quale colpa? Aver messo in prima pagina una manifestazione di popolo, che chiedeva le dimissioni della sindaca Raggi. “Roma dice basta” era lo slogan di migliaia di manifestanti, contro il degrado della capitale, umiliata da immondizia nei cassonetti e buche nelle strade. Ai 5Stelle ha risposto il direttore Mario Calabresi: “Forse non eravate preparati a piazze piene di comuni cittadini, che protestano contro le vostre promesse mancate e l’incapacità di governare. Non prendetevela con chi le racconta. Noi facciamo il nostro mestiere, cominciate a farlo anche voi”. 
“Basta attacchi ai giornali” e “Giù le mani dall’informazione” sono state le risposte dei giornalisti agli insulti di Di Maio e Di Battista. E altrettanto diretto è stato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A difesa del pluralismo d’opinione. E’ intervenuto cinque volte nell’arco di pochi giorni. Con vera preoccupazione. La settimana scorsa, a un gruppo di studenti in visita al Quirinale, ha spiegato che “la libertà di stampa ha un grande valore, perché – anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate – consente e aiuta a riflettere”. E nel messaggio per i trent’anni del Sir, l’agenzia di informazione dei vescovi, ha scritto: “L’irrobustimento delle voci espressive di identità e realtà rappresenta un servizio reso all’intera comunità della Repubblica: il pluralismo e la libertà delle opinioni sono condizioni imprescindibili per un Paese civile, come afferma la nostra Costituzione”. 
Non sono bastati gli insulti ai giornalisti. O la lista dei buoni e dei cattivi. Ora i 5Stelle annunciano una legge sul conflitto di interessi (ci si augura includano la Casaleggio Associati e la piattaforma Rousseau!). E una parte riguarderà l’editoria. A incitarli è l’implacabile leader fondatore, Grillo: “Colpisci mentre riprendono fiato, saccentoni frou frou confidavano nella loro dissenteria mentale”. A fare le spese, di tanta ritorsione, più che i grandi giornali saranno quelli no profit o appartenenti a cooperative. Tra questi i settimanali diocesani, storiche voci del territorio, che vedranno azzerarsi i finanziamenti del “Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”. 
Almeno così pare. Anche se la confusione regna sovrana sul provvedimento. Forse ci sarà una dilazione nel tempo, con tagli a partire dal 2020. O, forse, un blitz dell’ultima ora azzererà il Fondo, da subito. Di certo, però, non c’è da attendersi nulla di buono da un governo rancoroso e insofferente della libertà di stampa e di critica. Se non oggi, la mannaia calerà domani. Sette donne torinesi hanno mobilitato più di quarantamila cittadini contro il divieto alla Tav. E hanno lasciato il segno. Non si trovano sette cattolici, o anche direttori di settimanali diocesani, per un’analoga mobilitazione? Varrebbe la pena scuotersi, per non lamentarsi e piangere dopo. 
Una primissima vittima dell’ira grillina c’è già stata. Il capogruppo del consiglio comunale 5Stelle a Palermo, Ugo Forello, è stato “epurato” via Facebook. Per aver espresso, in autonomia, il proprio pensiero. “I giornalisti sono essenziali per la democrazia”, ha detto, “e non si possono qualificare in massa come sciacalli e puttane”. Qualche altra voce governativa dissente sui tagli all’editoria. Il leghista Alessandro Morelli ha ricordato che “l’azzeramento del Fondo non fa parte del contratto. La democrazia si amplifica con le voci del territorio. Il pluralismo informativo, soprattutto a livello locale, va salvaguardato”. 
Così come dovrebbe stare a cuore al governo difendere i posti di lavoro che si perderebbero con i tagli all’editoria. Diecimila persone, con l’indotto, resterebbero a casa. Un ministro del lavoro non può permetterselo. La cifra in questione è irrisoria: 40 milioni di euro per un bene così prezioso per la democrazia. Meno di quanto la Lega deve restituire ai cittadini per appropriazione indebita. 
Doveva essere il Governo del cambiamento, s’è rivelato il cambiamento dei 5Stelle. Tra un compromesso e l’altro. E con l’alibi del “contratto” come scudo all’incompetenza. “Fuori la politica dalla Rai”, dicevano. Non c’è mai stata, invece, così tanta politica dentro la Rai come ora. In modo spudorato. Per una narrazione politica accomodante, favorevole al Governo. Così è stato anche per la Tap, l’Ilva, il presidente del Consiglio non eletto dal popolo, l’alleanza con la Lega. E lo stesso sarà, forse, per la Tav. “Chi, oggi, invoca il rispetto del programma 5Stelle, rischia sanzioni e persino d’essere espulso per non contrariare l’alleato Salvini”, ha ammesso sconsolata la senatrice grillina Elena Fattori. 
Adottando per il Governo la “verifica tra costi e benefici”, formula tanto cara ai grillini per non decidere nulla, il saldo per il Paese è negativo. E a rischio di peggioramento. Come lascia intendere l’azzardo di uno scontro con l’Europa. Sulla pelle dei cittadini e delle famiglie. Nel frattempo, i vescovi italiani esprimono serie preoccupazioni. “Se l’Italia rinnega la sua storia e, soprattutto, i suoi valori civili e democratici, non c’è un’Italia di riserva”, ha detto il cardinale Bassetti alla recente Assemblea generale della Cei. “Se si sbagliano i conti, non c’è una banca di riserva che ci salverà: i danni contribuiscono a far defluire i nostri capitali verso altri Paesi e colpiscono, ancora una volta e soprattutto, le famiglie, i piccoli risparmiatori e chi fa impresa”. 
“E’ un governo di buoni a nulla, ma capaci di tutto”, va ripetendo Renato Brunetta di Forza Italia. Avrà, forse, ragione? L’ignoranza cinica al potere è devastante.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale

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