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Quadrio Curzio: Dalla Ue una risposta senza precedenti. E il Mes? Una robusta opportunità

Secondo il noto economista gli effetti del lockdown sarebbero stati meno pesanti se il Governo fosse stato più tempestivo. E per quanto riguarda i consumi? Sosterranno la ripresa, a patto di saper creare occupazione. La prova più ardua? Impiegare bene i 200 miliardi promessi da Bruxelles


13/07/2020

di Giambattista Pepi


Alberto Quadrio Curzio

Il lockdown è stato pesante, ma se il Governo avesse agito con maggiore tempestività i danni sarebbero stati minori. Per rilanciare i consumi occorre creare più occupazione. La cosa più importante di tutte, però, è ricostituire la fiducia senza della quale si corre il rischio di una crisi sociale molto grave. Inoltre con il Recovery Fund l’Unione Europea si sta mostrando più coesa e solidale: per la prima volta nella sua storia si emetteranno Recovery Bond garantiti dal bilancio europeo. Infine: perché tanta paura del Mes? Sono fondi a costo quasi zero e con l’unico vincolo di essere impiegati nella filiera sanitaria. Vanno accettati. 
Intervistato dalla nostra testata, Alberto Quadrio Curzio, professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica di Milano e già presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, prende posizione sulla fase critica che sta attraversando l’economia nazionale e analizza la risposta del Governo Conte e delle Istituzioni europee alla pandemia da Covid-19.

La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le stime sul Pil della zona euro a -8,7% nel 2020 (+6,1% nel 2021) e per l’Italia (a -11,2% da - 9,6%). Fare previsioni è sempre difficile. Nella realtà quanto ha impattato il lockdown sulla nostra economia? 
La risposta non è facile perché il lockdown ha portato effetti economici diretti subito ma gli effetti indiretti nella continuità sono molto più pesanti. Questi effetti indiretti dipendono dalla capacità di reazione dei singoli Stati per contrastarli. Per poterli contrastare o attenuare, a loro volta, gli Stati devono disporre nei bilanci di avanzi da destinare alla spesa pubblica. L’Italia non li aveva ma le è stato concesso di sostenere spese in disavanzo con la sospensione del Patto di stabilità e crescita disposto dalla Commissione Europea. Fermo restando che il collocamento sui mercati dei nostri titoli di Stato costa parecchio, in Italia è stata modesta la velocità d’intervento e la selettività per arrivare ai destinatari. 
Altri Paesi che già partivano avvantaggiati, poiché avevano a disposizione surplus nel bilancio e un debito e un deficit molto più bassi dei nostri hanno agito con maggiore tempestività e con focalizzazione. La Germania, ad esempio, è il paradigma di eccellenza sia perché l’effetto socio-sanitario da Covid-19 è stato molto più contenuto, sia perché la sua attenzione è andata subito all’occupazione e alla produzione come fattore di certezze anche per le famiglie. Altri Paesi come Francia e Spagna vedranno il Pil contrarsi di oltre il 10% pur avendo una situazione di bilancio pubblico molto più favorevole della nostra. Il lockdown è stato pesante, ma la non tempestività dell’intervento, ha potenziato l’effetto negativo.

Nella consueta nota congiunturale mensile, l’Istat rileva che il 38,8% delle imprese è a rischio sopravvivenza e, in particolare, il 40,6% delle micro attività. Se questi dati troveranno riscontro nella realtà, sarebbe un duro colpo al tessuto imprenditoriale. 
Per quanto riguarda le micro attività la stima è attendibile perché per la loro stessa natura l’operatività quotidiana è essenziale. Alcune sono tuttora ferme, altre hanno ripreso a singhiozzo o viaggiano a ritmi molto bassi. Questo è un problema molto grave che va affrontato anche con soluzioni innovative che passano dalle associazioni di categoria. Per quanto riguarda invece l’universo delle imprese vanno fatte delle distinzioni settoriali per comprendere quanto la crisi ha impattato su ciascun comparto o settore e in che modo intervenire. Le imprese meccaniche e, in particolare, quelle della meccanica di precisione hanno retto. Così come non hanno avuto effetti negativi le imprese agro-alimentari, della Gdo, farmaceutiche. Comunque per l’insieme delle imprese il contraccolpo della sospensione dell’attività è stato ed è molto grave.

L’Indagine straordinaria sulle famiglie condotta da Banca d’Italia rivela basse aspettative di reddito, aumento dell’indebitamento e calo della capacità di spesa. Senza i consumi sarà problematico ritornare ai livelli di crescita pre-Covid-19? 
Ritengo che per far davvero ripartire i consumi bisogna far ripartire l’occupazione ed a tal fine occorre puntare sulle infrastrutture e sugli investimenti Non basta erogare contributi a persone e famiglie per riaccendere il volano della crescita, fermo restando che i contributi di necessità sono indispensabili. Contributi aggiuntivi diretti alle famiglie per far ripartire la domanda di beni durevoli non hanno effetti significativi oggi perché le famiglie sono entrate in una situazione di profonda incertezza, direi quasi di paura. Occorre quindi creare le opportunità per far aumentare l’occupazione che genera redditi e dà certezze fugando allo stesso tempo i timori delle famiglie di trovarsi sprovviste di redditi per far fronte alle necessità quotidiane. A tal fine bisogna aprire i cantieri per la realizzazione di opere pubbliche.

Come valuta il Decreto semplificazioni approvato dal Governo? Rappresenta un cambio di passo nel settore degli investimenti pubblici e nei rapporti tra la Pubblica amministrazione, le imprese e i cittadini? 
Non ho potuto ancora approfondire molto il provvedimento ma se debbo giudicare dagli obiettivi la traiettoria è certamente quella giusta. Si tratta di vedere poi se la traduzione operativa di questa traiettoria andrà effettivamente ad incidere nella realtà. Questo è un problema cronico dell’Italia e il suo superamento sarebbe veramente un passaggio cruciale per il Paese. Spesso si porta ad esempio del già Ponte Morandi e ora Ponte Renzo Piano, un modello virtuoso che sarebbe da replicare il più rapidamente possibile in altre aree del Paese. Quindi eventuali gestioni commissariali sarebbero benvenute se assicurano di bypassare le pastoie burocratiche e tutti quei vincoli che hanno spesso frenato l’apertura di cantieri e la realizzazione di opere pubbliche strategiche e meno strategiche. 
Se il Dl semplificazioni porta con sé anche la procedura per l’imputazione di responsabilità dei funzionari pubblici si velocizzano molto le pratiche. Naturalmente non va dimenticato che le opere pubbliche devono essere finanziate. Per cui l’Italia deve ottenere e utilizzare bene e fino in fondo tutte le risorse finanziarie che l’Unione Europea le offre.

A questo proposito va detto che in Italia da mesi ferve il dibattito sia sugli strumenti dell’Ue e, in particolare, sul Mes. C’è chi è favorevole e chi è contrario a utilizzarlo. Ci aiuta a capire se il Mes per l’Italia è un vincolo oppure un’opportunità? 
Per me il Mes è una grande opportunità. Perché si tratterebbe di 36 miliardi di euro utilizzabili nella filiera sanitaria che va dalle strutture ospedaliere alla formazione per arrivare alla ricerca biomedica e alla produzione di strumentazione necessaria per far fronte alle pandemie. La cifra è notevole, e il tasso quasi a zero per dieci anni con un bel risparmio per le finanze pubbliche italiane. Ma ci sono altri due aspetti che, secondo me, sono da tenere presenti. Il primo riguarda la fruibilità immediata di questi fondi, senza bisogno di dover passare dal mercato che sappiamo bene ha le sue valutazioni sulle emissioni dei titoli di Stato. 
Il secondo aspetto è che la vigilanza europea sull’utilizzo di questi fondi prestati è finalizzata esclusivamente al loro impiego: essi insomma devono essere spesi esclusivamente nel settore sanitario. Non vedo proprio perché l’Italia debba temere una vigilanza europea rafforzata, chiamiamola stile Grecia. E’ stato detto e scritto dalle autorità europee che la vigilanza è circoscritta all’utilizzo dei fondi del Mes per la sanità. 
Infine faccio osservare che se l’Italia non ricorre a questi fondi, come ha lasciato intendere la cancelliera tedesca, Angela Merkel, in una recente intervista, partirebbe un messaggio sbagliato che va a rafforzare la posizione dei cosiddetti Paesi “frugali” (Olanda, Austria, Svezia e Danimarca - ndr) e cioè la resistenza al Recovery Fund. Si direbbe: se un Paese non vuole i prestiti Mes perché dovrebbe meritare quelli del Recovery Fund?

Si è parlato di crisi simmetrica, ma la crisi non ha colpito le categorie produttive, i lavoratori e le aree allo stesso modo. Cosa può comportare questo? 
L’impegno dell’Europa vuole rispondere a quella che è una crisi simmetrica in quanto riveniente da un evento esogeno che non dipende da scelte sbagliate di singoli Stati. Oppure che non dipende da condizioni di finanza pubblica di singoli Stati come avvenne in occasione della crisi del 2009 che andò a colpire soprattutto i debiti sovrani, cioè i titoli emessi dagli Stati che devono rifinanziare il loro debito. L’evento esogeno, la pandemia, ha colpito tutti allo stesso modo. E la differenza territoriale della crudeltà della pandemia non è imputabile a colpe di singoli paesi ma ad eventi che di per sé non hanno ancora trovato una spiegazione condivisa. In ogni caso è il popolo e i cittadini europei ad essere stati colpiti. 
Questa è la differenza cruciale e se poi alcuni Paesi hanno sofferto più di altri vanno aiutati di più Di fronte alla pandemia ricorrere alla categoria della responsabilità dei singoli Stati sarebbe sbagliato e le Istituzioni europee lo hanno capito bene.

Come si dimostra che lo hanno capito? 
Per le misure prese subito (Sure, Mes, l’intervento con la Banca Europea degli Investimenti) e perché se il Recovery Fund parte, sarà sostenuto e finanziato da Recovery Bond. E i Recovery bond sono dei titoli di debito pubblico europeo garantiti dal bilancio europeo. È una novità pressoché assoluta. Sofferenza comune porta ad assistenza comune. Stiamo parlando di 750 miliardi di euro, una massa finanziaria enorme con effetti moltiplicativi di migliaia di miliardi di euro. Un fondo di questo tipo, prescindendo per ora dalla suddivisione tra contributi (non mi piace parlare di fondo perduto) e prestiti, è qualcosa di veramente nuovo legato proprio alla natura simmetrica dell’evento. Poi la declinazione territoriale dipende dai danni effettivamente patiti dai vari paesi e l’Italia, che è stato tra i più colpiti, potrebbe fruire di una risorsa finanziaria molto importante che potrebbe addirittura avvicinarsi ai 200 miliardi di euro.

Rispetto alle controparti cinesi, giapponesi, americane, l’Unione è stata un po’ macchinosa e tarda tuttora a trovare l’intesa proprio sul Recovery Fund nel rispondere a questa crisi inedita. L’unica istituzione che sembra avere agito con tempestività e con determinazione è stata finora la Bce. 
Penso che la Bce proseguendo sulla linea dell’ex presidente Mario Draghi ha fatto davvero molto. Ed è apprezzabile che l’attuale presidente, la signora Christine Lagarde, abbia seguito quella traccia intervenendo con forza e capacità incisive. Tuttavia la Bce non può fare tutto. Può dare liquidità al sistema ma poi il sistema questa liquidità la deve prendere. E quindi se non c’è la spalla della politica economica che per me significano investimenti pubblici la situazione rimane difficile.

A differenza della Grande Crisi degli Usa del 2007-08, quando ne furono la causa, adesso le banche potranno essere almeno in parte la soluzione della crisi? 
Sì, ma a una condizione. Sarebbero necessari ulteriori accorpamenti nel sistema bancario italiano (ed anche in Europa) perché la dimensione per fare fronte alla crisi in modo significativo è che ci vogliono professionalità adeguate allo scopo di poter valutare i profili di rischi connessi ai finanziamenti e anche per “spingere” accorpamenti tra le imprese. Poiché se restano di dimensioni ridotte, le imprese incontrano maggiori difficoltà a competere sui mercati mondiali e quelle minori ad accedere al mercato dei capitali. L’accorpamento nel settore bancario faciliterebbe quello nel settore non finanziario facilitando la ripartenza dell’economia. La resistenza agli accorpamenti tra banche alimenta la difficoltà ad accorpamenti anche tra le imprese.

I rappresentanti di organismi internazionali e di istituzioni politiche e la comunità scientifica continuano a lanciare allarmi sugli scenari apocalittici che ci aspettano a causa della pandemia che mina la fiducia di persone e imprese. Quali sono gli effetti del crollo della fiducia sulla ripresa? 
Credo che la situazione sia oggi molto diversa dalla prima ondata di Covid- 19. Adesso è chiaro che la capacità di prevenzione, terapia e cura degli ammalati della pandemia è enormemente aumentata in Europa. Quindi se la pandemia dovesse ripresentarsi con una seconda andata non siamo più nelle condizioni del mese di febbraio. La paura che abbiamo avuto nella prima ondata non ha più motivo di essere, il che non vuol dire non avere cautela e non essere prudenti. Se la fiducia non viene ricostituita e non si va verso una normalità si andrà verso una crisi sociale molto grave.

Nonostante una tra le più gravi recessioni della storia economica, i mercati - azionari e obbligazionari - si sono ripresi alla grande. Come si spiega? 
Anzitutto perché c’è molta liquidità. La seconda ragione è che nella valutazione dei fondamentali delle aziende da parte degli investitori si intravedono delle buone opportunità. E per quanto riguarda l’Europa ci sono state valutazioni positive sulla reazione europea alla pandemia. L’Europa ha dimostrato anche se non in modo veloce, di esserci e di voler apprestare gli strumenti per farvi fronte: Bce, Mes, Sure, Recovery Fund. Questo secondo me ha incoraggiato oltre alle spese fatte dai singoli Stati come la Germania che ha investito ben mille miliardi. Insomma c’è stata una manifestazione di fiducia da parte degli investitori. 

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