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Quale mistero si cela nelle opere del pittore spagnolo Francisco Goya?

Luigi De Pascalis torna sugli scaffali con un thriller storico di raffinata fattura. Consigli per gli acquisti anche per Linda Tugnoli ed Elisabeth Sanxay Holding


10/02/2020

di Mauro Castelli


La copertina di questa settimana? La dedichiamo a un autore che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Ovvero Luigi De Pascalis, nato a Lanciano in quel di Chieti il 7 agosto 1943, in seguito diventato cittadino romano di adozione mentre ora abita con la moglie Stefania (“L’ho sposata in seconde nozze quasi trent’anni fa, fermo restando che ognuno di noi ha un figlio quarantenne: Devor, sceneggiatore televisivo, e Francesco, musicista e produttore”) nel centro storico di Tarquinia. 
Si tratta di una piccola dimora - arricchita da una torre (“Dove ogni tanto mi rifugio per dipingere con un occhio rivolto all’Ottocento fantastico e simbolista”) - che ha 900 anni di vita, “della quale mi ero innamorato a prima vista, comprandola due decenni fa senza nemmeno dirlo a mia moglie, subito dopo la mia uscita - nel ruolo di pensionato - dal Banco di Napoli che era andato in crisi”. 
Abitazione che si porta al seguito una storica targa: Palazzo Castelleschi, “ma nessuno mi sapeva dire chi fosse. Sin quando, dopo quattro anni di ricerche, scoprii che questo signore - che proprio fra queste mura era nato - era stato il braccio destro di Alessandro VI Borgia”, uno dei papi rinascimentali più controversi. 
Luigi De Pascalis, si diceva, che ama frequentare, “per imparare” s’intende, persone che ne sanno più di lui; che ogni tanto, spinto da un amico scultore, si diletta a modellare la creta; che ha un debole dichiarato per autori del calibro di Giorgio Bassani, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Dino Buzzati, mentre le sue preferenze giallistiche vanno al francese Jean-Claude Izzo in abbinata al napoletano Maurizio de Giovanni (“Sono stato fra l’altro il primo a scoprirlo e a premiarlo”). 
Una eclettica figura, il nostro Luigi, che in gioventù, dopo aver frequentato il liceo classico, si era portato a casa, “durante il servizio militare”, anche la maturità artistica; quindi avrebbe frequentato per quattro anni la facoltà di Medicina per poi laurearsi in Scienze politiche con una tesi sulla Sociologia dell’arte, oltre a guadagnarsi un diploma in Comunicazione d’azienda. 
Di fatto un personaggio dalle variegate sfaccettature sia nel privato che nella vita lavorativa. Non a caso si è dato da fare come “illustratore, grafico impaginatore, dipendente di un istituto di credito, sindacalista, pubblicista, pittore, insegnante di scrittura creativa”. Mentre in campo letterario figura ad esempio come ideatore, in abbinata ad altre sette penne allora attive nel campo del mistery, del gruppo “Delitto Capitale”. 
Gruppo che si rifà a una omonima antologia edita dalla rimpianta casa editrice Hobby & Work, curata da Marco Tagliaferri (“In realtà una figura inventata, frutto di una curatela collettiva”), che includeva otto racconti gialli racchiusi in una cornice e firmati da Giulio Leoni, Luigi De Pascalis appunto, Andrea Franco, Enrico Luceri, Sabina Marchesi, Massimo Mongai, Massimo Pietroselli e Nicola Verde. L’ambientazione, ovviamente, era quella di Roma, dove c’è un’insula sorta sulle rovine di una torre fatta abbattere da Ottaviano in seguito a un infausto vaticinio. 
“Questo edificio si trova in via della Falce, vicino a Campo de’ Fiori, e al suo interno sono stati commessi svariati delitti nel corso di venti secoli. Forse legati fra loro da una maledizione degli aruspici che furono i primi abitatori del sito, ma con alcuni interrogativi al seguito: sono opera di un dio dimenticato, di una setta di lunga durata o degli effetti maligni del radon, un gas venefico che si annida nel sottosuolo?”, Fu così che otto scrittori di gialli decisero di vederci chiaro… 
Ma c’è anche un’altra curiosità al seguito: “La scrittura a molte mani di Verità imperfette, un romanzo al quale, dietro mia richiesta, parteciparono penne allora poco note e che strada facendo sarebbero diventate famose, come quelle di Marco Vichi, Maurizio de Giovanni, Roberto Ricciardi e Giampaolo Simi. In altre parole dieci voci per dieci personaggi al lavoro per condurre il lettore verso diverse verità su un unico caso, svelando di volta in volta un retroscena, un punto di vista, uno sviluppo”. 
Divagazioni necessarie, quelle riportate, per regalare al lettore una giusta misura dell’inventiva di De Pascalis, un uomo che a 77 anni suonati conserva una invidiabile freschezza narrativa e una piacevole abilità nel rapportarsi con gli altri, in abbinata a una sbrigliata fantasia. Inventiva che aveva già saputo travasare nei suoi primi racconti, scritti a partire dal 1965, sino ad arrivare a Viaggio per Lisa, un romanzo breve uscito nel 1985, premiato con il Tolkien per la narrativa fantastica. 
Strada facendo questo autore avrebbe partorito anche un saggio, approdato sugli scaffali nel 2002, ovvero La porpora e la penna. La straordinaria vita e il mondo di Adriano Castellesi da Corneto, seguito tre anni dopo dal lavoro firmato a quattro mani con Giacomo E. Carretto, vale a dire Come l’oro di Rimbaud. Un romanzo mediterraneo di Bedri Bekir
Senza trascurare la sua carriera da solista, che lo avrebbe portato a dare alle stampe numerosi romanzi supportati da una scrittura piana quanto di facile accesso, libri che sarebbe un peccato mortale perderli (“Come diceva Schopenhauer, la fatica deve essere di chi scrive e non di chi legge. Per questo ogni volta che rimetto mano a quello che ho scritto faccio strage di aggettivi, parole inutili, frasi complicate”). 
Qualità peraltro supportate da una robusta attività di documentazione (“Ci sono colleghi che scrivono romanzi storici sulle materie che conoscono; io, al contrario, utilizzo questo filone narrativo per imparare qualcosa dal lavoro di ricerca”). Un’attività volta a riportare alla luce - come già successo lo scorso anno ne Il sigillo di Caravaggio - pagine poco note del nostro passato, “mettendo insieme le date per rendermi conto di certe situazioni”. Ovviamente mischiando come si conviene ricostruzione storica e fantasia narrativa. 
Lui che ha saputo sfornare tre storie con protagonista l’indagatore romano Caio Celso (Il signore delle Furie danzanti, La dodicesima Sibilla e Rosso Velabro), peraltro inframmezzate da altri otto lavori e numerosi racconti legati soprattutto al fantastico, alcuni dei quali tradotti in Francia, Germania, Stati Uniti e, recentemente, anche in greco. È il caso di Notturno bizantino, un lavoro che si rapporta con il più bel complimento ricevuto: “A presentare questo libro, in due diverse occasioni, era stata Marina Mattei, curatrice dei musei capitolini. La quale, fra un appuntamento e l’altro, si era recata a Istanbul. Con il rammarico al seguito di non aver incontrato, visitandola, la… mia città”. 
Per la cronaca i libri di De Pascalis si sono guadagnati non pochi riconoscimenti, come la doppia vittoria al Premio Italia dedicato alla letteratura fantastica, il citato premio Tolkien, il Curmayeur e l’Acqui Storia, l’inserimento fra i finalisti del Premio Camaiore per la narrativa gialla, oltre alla candidatura allo Strega 2016 appunto con Notturno bizantino. Senza dimenticare il suo interesse per la graphic novel, che lo avrebbe visto nel 2011 regalare le sue immagini a Pinocchio, a fronte di una storia ispirata, nemmeno a ricordarlo, all’omonimo romanzo di Carlo Collodi. 
Venendo al presente, De Pascalis è da poco arrivato sugli scaffali con Il pittore maledetto (Newton Compton, pagg. 318, euro 9,90), un thriller storico incentrato sull’artista spagnolo Francisco Goya. Della cui storia fanno parte un’infinità di ben costruiti personaggi, a partire dai componenti della sua famiglia d’origine, di quella che si era creato, ma anche di quella di Isidoro Weiss, mercante di gioielli, la cui moglie Leocadia era amante del nostro artista. E via via ecco prendere forma nel racconto altre intriganti figure, tutte - a parte qualche rara eccezione - storicamente documentate. A fronte di un filo conduttore legato a un “terrificante mistero” che si celerebbe nelle sue opere. 
L’andata in onda della vicenda si rifà al 1819, quando Goya - allora settantaduenne e bersagliato dall’Inquisizione per la sua Maja desnuda - si era trasferito da poco alla Quinta del Sordo, una casa di campagna alla periferia di Madrid, appunto con Leocadia: una donna tenace, molto più giovane di lui, che gli sarebbe rimasta accanto nel ruolo ufficiale di governante sino alla fine dei suoi giorni dopo che il marito, andato fallito, l’aveva lasciata sul lastrico sparendo con il primogenito. Leocadia che si era quindi portata al seguito, bene accetti dal pittore, gli altri due figli, Guillermo e Rosarito. 
Rosarito “che alla morte di Goya, quando aveva 16 anni e si proponeva già pittrice di talento, sarebbe finita nei guai per aver contraffatto tele di celebri pittori a beneficio di un vecchio signore, che guarda caso (le storie si ripetono) era anche il suo amante. Salvo poi riuscire a venirne fuori in quanto… Lei che avrebbe anche, a quel che mi risulta, completato i lavori che il padre aveva lasciato a metà e che potrebbero essere ora esposti - ipotesi che non ritengo poi tanto azzardata - in diversi musei”. 
Ma torniamo alla trama. Nel citato periodo Goya, al culmine della carriera, era però già sordo da alcuni anni (“Con i familiari comunicava attraverso appunti scritti su un taccuino”) oltre che in preda a continui incubi, abbinati ad allucinazioni, dovuti a un’intossicazione causata dal piombo contenuto nei colori che utilizzava (“Spesso, ad esempio, gli capitava di succhiare i pennelli già usati per renderli più morbidi quando decideva di riutilizzarli”). Si trattava di una malattia che comportava anche sbalzi di umore sempre più violenti e difficoltà nel dormire. Per questo si era messo a dipingere di notte sulle pareti di casa le sue celebri “Pitture nere”. 
Si tratta delle 14 opere realizzate - con la tecnica dell’olio su muro ricoperto di gesso - fra il 1819 (anno in cui Goya, come già detto, aveva comprato l’abitazione) e il 1823. Murali che nel 1874 sarebbero stati trasferiti su tela, grazie al supporto economico di un banchiere francese che - dopo averli fatti esporre all’Esposizione universale di Parigi del 1878 - li avrebbe regalati al Museo del Prado di Madrid dove sono tuttora esposti. 
Ma riprendiamo il filo del racconto. Una sera la piccola Rosarito, che in quel periodo aveva solo sei anni e ovviamente non sapeva di essere sua figlia, lo scopre mentre si dedica alle sue ossessioni indossando uno strano cappello con una corona di candele accese. Comincia così, tra angosce e violenze domestiche, gesti d’amore e colpi di genio, lo strano rapporto tra l’anziano e famosissimo pittore di corte e la bambina che ha uno straordinario talento per il disegno. L’arte sarà quindi la loro lingua segreta e anche il loro rifugio. Ma niente alla fine sarà come Goya, Rosarito, Leocadia e Guillermo avrebbero voluto… 
E questo è quanto. Anzi no. Ricordiamo infatti che De Pascalis sta già ultimando un nuovo romanzo, “ambientato in Svizzera, dove a tenere la scena è uno strano tipo che ha cinquemila anni e incomincia a essere stanco di questa sua lunghissima vita”. L’editore? “La prelazione è per la Newton Compton, anche se la materia trattata potrebbe non rientrare nelle corde della famiglia Avanzini (casa il cui 51%, lo scorso anno, è passato nella mani del Gruppo Mauri Spagnol - ndr). In seconda battuta potrebbe quindi farsene carico l’editrice romana La Lepre”. Staremo a vedere. 


Voltiamo libro per parlare di una penna esordiente, quella di Linda Tugnoli, che qualcuno ha subito battezzato “la nuova voce del noir italiano” dopo aver letto Le colpe degli altri (Nord, pagg. 324, euro 16,90). Un lavoro profondo e ben orchestrato, che si legge che è un piacere e che si nutre di un intrigante assioma: ogni vita nasconde un segreto; ogni luogo cela un mistero; ogni delitto racconta una storia”. 
Tutto si dipana attorno al ritrovamento - nel giardino di una grande villa abitata solo due settimane ad agosto che il non più giovane Guido (lo sguardo chiaro da bambino, silenzioso come i suoi boschi, un passato che preferisce non ricordare) ha il compito di curare - del cadavere di una ragazza dai grandi occhi blu che giace distesa a terra, con a fianco, curiosamente, una foglia di Ginkgo Biloba. Una foglia che per la sua forma a ventaglio e il colore tipico di quel periodo autunnale, un giallo così acceso da sembrare innaturale, è per lui facilmente riconoscibile. Foglia che appartiene a un albero antichissimo, le cui origini risalgono a 250 milioni di anni fa nel Permiano e per questo considerato un fossile vivente. 
Guido, si diceva, il cui mestiere di giardiniere lo porta ad avere un olfatto fuori dal comune che gli permette di capire lo stato di salute delle piante e degli alberi. E in questo drammatico contesto ha sentito un odore che lo rimanda indietro nel tempo, a qualcosa di familiare… 
Ma per qualche strano motivo, quando chiama la polizia, non dice nulla al commissario siciliano incaricato delle indagini di quel dettaglio che secondo lui è importante. Un dettaglio assolutamente fuori luogo, in quella villa e in quel periodo dell’anno. Il perché è semplice: intende portare avanti da solo una specie di ricerca parallela a quella ufficiale, in quanto questo delitto ha qualcosa a che fare con lui. E ogni minino particolare sarà importante per scavare nel suo passato e cercare di capire chi ha ucciso la ragazza. 
Anche perché lui è capace di… parlare con le piante e con gli alberi, dei quali conosce il linguaggio segreto; lui che riesce a giudicare le persone sulla base di quello che coltivano (ad esempio diffida di chi fa crescere una siepe di lauroceraso, mentre sente una affinità elettiva per il pensionato che scegli una rara peonia cinese per la sua piccola aiuola). 
Non è un caso, quindi, che il punto di partenza della sua indagine sia proprio la foglia di Ginkgo Biloba. Perché lì, in Valle Cervo, in alcuni giardini privati in effetti ci sono alberi di questo tipo. Guido inizia pertanto una specie di ricerca nei luoghi che lo hanno visto nascere, crescere e da cui se n’era andato per cercare fortuna in Francia, da dove è però tornato per ritrovare un po’ di tranquillità. Una valle dimenticata dal resto del mondo in cui pare che il tempo sia sospeso, una valle dove tutti parlano poco e non succede mai nulla. Ma dove sono nascosti segreti che non è più possibile tenere sepolti… E ogni minimo particolare sarà importante per permettergli di scavare nel suo passato e cercare di capire chi e perché ha ucciso la ragazza dagli occhi blu. 
Per la cronaca Linda Tugnoli vive tra Roma - dove lavora come autrice e regista di documentari, soprattutto per la Rai - e la campagna sabina, dove abita in un casale con il marito, tre figli, un orto, una serra e svariati cani di grossa taglia che periodicamente le devastano il frutto del suo lavoro. Non a caso strada facendo ha contratto quello che gli inglesi chiamano il bug del giardiniere: una spiccata tendenza a parlare troppo di piante e di fiori.  E da qui alla storia raccontata ne Le colpe degli altri il passo - narrativamente parlando - è stato breve. 
Lei che nel 2015, se non andiamo errati, aveva firmato il Dvd Cittadine si diventa. La storia del voto alle donne prodotto dall’Istituto Luce. Un lavoro che si dipana a partire dal 1° febbraio 1945, pochi mesi prima della fine della Seconda guerra mondiale, quando il nostro Consiglio dei ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, aveva emanato il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 sull’“estensione alle donne del diritto di voto”. Un diritto che soltanto settant’anni dopo le italiane avrebbero ottenuto. 


L’ultimo consiglio per gli acquisti è legato ai tipi della Elliot, che ha dato alle stampe una chicca d’antan - stiamo parlando del romanzo, pubblicato nel 1942 e ancora inedito in Italia, Lady killer (pagg. 170, euro 16,50, traduzione di Roberta Arrigoni) - firmato dall’americana Elisabeth Sanxay Holding, che negli anni Trenta e Quaranta si era proposta prolifica quanto apprezzata autrice di detective novel. Tanto da guadagnarsi il rispetto di quel geniaccio di Raymond Chandler, che la definì come “una delle migliori scrittrici su piazza”. Lei che, pur arrivando dai romanzi rosa, aveva saputo anticipare il filone dei thriller psicologici prima che questa tendenza letteraria prendesse piede. 
Per la cronaca, Elisabeth era nata da una famiglia della buona borghesia newyorkese nel quartiere di Brooklyn l’8 giugno 1889 (città dove morì il 7 febbraio 1955), era stata educata in diverse scuole private e si era sposata a 24 anni con il diplomatico inglese George Holding, dal quale avrebbe avuto due figlie e con il quale avrebbe viaggiato a lungo in Sud America e nei Caraibi, prima di stabilirsi per diversi anni alle Bermuda, dove il marito lavorava per conto del Governo. 
Inizialmente la scrittrice aveva pubblicato sei romanzi di costume dal taglio romantico, sin quando nel 1929 - in seguito al crollo di Wall Street - si rese conto che il genere poliziesco poteva essere più redditizio. E appunto in quell’anno dalle molte ombre diede alle stampe Miasma, al quale seguirono altri 17 romanzi gialli e numerosi racconti che riscossero un buon successo sia da parte del pubblico che della critica. Beneficiando anche di trasposizioni cinematografiche, come nel caso di The Blank Wall (Una barriera di vuoto), travasato due volte sul grande scherno. 
Le sue non sono comunque mai state classiche detective stories - a eccezione di The Strange Crime in Bermuda, edito in Italia dal rimpianto Marco Pilillo come Uno strano caso alle Bermuda nella sua storica collana I bassotti) bensì vicende contraddistinte da una forte tensione psicologica, da un’attenta caratterizzazione dei personaggi e da uno studio di quella zona grigia che esiste fra il bene e il male, fra il torto e la ragione. 
Detto questo, di cosa si nutre la trama di Lady Killer, una chicca di piacevole quanto accattivante lettura? Di uno spaccato di vita non certo nuovo. A tenere la scena è infatti la dolce e graziosa Honey che ha sposato Weaver Stapleton, un uomo più anziano di lei e soprattutto molto ricco. In realtà questa giovane donna forse sperava, anche, in un matrimonio fatto di stima e di reciproco affetto. Al contrario lui non perdeva occasione per bacchettarla rifacendosi alla sua scarsa cultura e alle sue maniere poco raffinate. 
Non stupisce quindi che, durante una disastrosa crociera ai Caraibi, i due si dessero da fare nel bisticciare se non litigare. Così Honey aveva cercato di distrarsi osservando - più per curiosità che per altro - i neo-sposini della cabina accanto, la bella Alma e il capitano Lashelle. Rendendosi conto che la donna stava correndo un grave pericolo. Purtroppo, nonostante le stranezze che succedevano a bordo della nave, nessuno sembrava crederle. A cominciare dal marito che continuava a darle contro. E in un contesto quanto meno deviante, dove tutti vorrebbero diventare un qualcuno o un qualcosa di diverso, sarebbe successo che… 
Di fatto un lavoro incentrato in quello che potremmo definire “niente è quello che sembra”, supportato da atmosfere cupe e devianti, da misteriosi incidenti, nonché dalla sparizione di un’avventuriera, Mrs Condy, che pare avesse avuto, in un modo o nell'altro, relazioni con diversi, forse troppi, passeggeri. Insomma, una gran brutta storia. E il mistero è servito.

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