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Quali ripercussioni dalla minacciosa instabilità nel Medio Oriente?

La genesi del conflitto Stati Uniti-Iran e le possibili conseguenze per una regione fortemente debilitata da una crisi che dura da oltre settant'anni


07/01/2020

di Tancredi Re


L’uccisione del generale Soleimani è solo l’ultimo atto di un confronto asperrimo che da decenni divide Stati Uniti e Iran. L’inizio della tormentata relazione tra Iran e Stati Uniti risale al 4 novembre 1979 quando un gruppo di studenti islamisti occuparono l’ambasciata americana di Teheran prendendo in ostaggio 52 persone per protestare contro l’asilo politico offerto a Mohammad Reza Pahlavi, lo Shah di Persia, dopo la rivoluzione islamica guidata dall’ayatollah Khomeini, che trasformò l’antica monarchia in una Repubblica islamica ispirata alla legge coranica (Shari’a).
Il ritorno in vigore delle sanzioni rappresenta un punto di svolta, un’escalation che sembrava impensabile solo quattro anni fa, al momento della firma dell’accordo sul nucleare - il cosiddetto Iran Deal - fortemente voluto dall’ex presidente Obama: all’epoca l’Iran si era impegnato a sospendere il processo di arricchimento dell’uranio (e quindi, a non proseguire sulla strada che porta a dotarsi della bomba atomica) in cambio di un allentamento delle sanzioni. 
L’amministrazione Trump ha buttato tutto alle ortiche: nel 2018 vennero infatti reintrodotte tutte le sanzioni. Allora la mossa del presidente americano rappresentava una scommessa: indurre l’Iran a fermare il processo di arricchimento dell’uranio nonostante la fine dell’accordo; indurre i Paesi europei firmatari dell’intesa e critici nei confronti di Trump a seguirlo nell’abbandonarlo (ma non lo fecero) e - ultimo, ma più importante - che queste due cose insieme, unite alla pressione economica esercitata con le sanzioni, portasse al crollo del regime iraniano. Così da costringerlo a negoziare un altro accordo più vantaggioso per gli Stati Uniti. 
Con l’assassinio del generale iraniano, Trump ha (almeno per ora) perso la scommessa. L’Iran, infatti, ha annunciato di voler riprendere la corsa all’armamento nucleare. A loro volta i Paesi europei hanno il pretesto per tornare a commerciare e fare affari con la repubblica islamica, nonostante la diffida del 2018, e il regime teocratico piuttosto che indebolirsi e cadere a causa dell’embargo, si è rafforzato dal momento che la propria identità nazionale è basata sull’imperialismo americano. 
È verosimile quindi un ulteriore peggioramento delle relazioni Usa-Iran a causa, appunto, dell’uccisione dell’esponente iraniano. Già le tensioni in Medio Oriente si sono riacutizzate fortemente. Basti tener conto delle azioni di rappresaglia minacciate da Teheran e dei possibili attentati in Occidente da parte delle organizzazioni terroristiche di matrice islamica (Al Qaeda, Isis, Shabaab e altre). 
Tanto più che nessuna potenza regionale (Turchia, Israele, Egitto, Arabia Saudita), per motivazioni diverse, potrà accettare che l’Iran detenga l’arma nucleare. Cosa succederà allora sullo scacchiere mediorientale? Gli Usa non potranno lasciare l’Iraq nemmeno se lo volessero, perché Baghdad finirebbe dilaniato tra l’Isis che si sta riorganizzando e l’Iran che vuole estendere l’influenza su di esso. 
A sua volta Israele non accetterà mai che il vicino Iran possa disporre nei propri arsenali di missili a testata nucleare in grado di annientarli. La Turchia, che ha deciso per contro di inviare proprie truppe a sostegno del regime libico di Al Sarraj, non può consentire all’Iran di annettersi alcun Paese del Medio Oriente. E i principi sauditi? Sono alleati degli americani e, pur apparendo defilati, sono ben presenti nell’area e coltivano disegni egemonici. 
Le prossime settimane ci diranno qualcosa di più sui futuri scenari in Medio Oriente: una regione senza pace da oltre 70 anni, la cui instabilità è una minaccia permanente sulle relazioni internazionali e che potrebbe rappresentare anche un rischio al ribasso per la congiuntura economica mondiale.

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