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Quali segreti nasconde il frate alchimista nel monastero delle nebbie?

Tornano sugli scaffali Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro sulla scia del successo incassato con La fortezza degli inquisitori, il loro romanzo d’esordio. Giocando a rimpiattino fra storia, avventura e azione


04/02/2019

di Massimo Mistero


Due mani calde della narrativa quelle di Pierpaolo Brunoldi e Antonio Santoro che, dopo aver debuttato con l’apprezzato thriller La fortezza degli inquisitori (già tradotto in Germania e Spagna), hanno concesso il bis, sempre per i tipi della Newton Compton, con Il monastero delle nebbie (pagg. 326, euro 12,00), un lavoro dove rimettono in scena - cavallo vincente non si cambia - il carismatico Bonaventura da Iseo alle prese con un misterioso delitto e un inafferrabile assassino. Il tutto all’insegna di “una dinamica claustrofobica - tiene a precisare Santoro - che affonda le sue radici più sul giallo e il mistero che non sull’avventura”. 
Bonaventura da Iseo, si diceva, ovvero - per chi si è perso la prima puntata della saga - il noto alchimista che avevamo lasciato sulla terribile rocca di Montségur con gli eretici catari e che ora i lettori ritroveranno nel monastero di Las Huelgas, fondato intorno al 1180 nei pressi di Burgos, per volere di Alfonso VIII, re di Castiglia, e di sua moglie Eleonora Plantageneta, con l’intenzione di farne un grande sacrario per la dinastia reale. Luogo che sette anni dopo sarebbe diventato monastero cistercense con l’arrivo delle monache provenienti dal convento di Santa Maria de la Caridad de Tulebras. 
A tenere la scena, anche in questo secondo lavoro, troviamo la combattiva Fleur d’Annecy, la misteriosa ragazza che accompagna Bonaventura nelle sue peripezie. Ma mentre questo investigatore ante litteram - alla maniera di Guglielmo da Baskerville e del detective criminologo Auguste Dupin, nato dalla penna di Edgar Allan Poe - è una figura storica realmente esistita (sia pure a fronte di una lacunosa biografia, gratificata peraltro da un ruolo che quasi certamente non era il suo), Fleur è invece un parto completo della fantasia degli autori. I quali annotano: “Per noi incarna un personaggio assolutamente insolito per i tempi: una giovane ragazza forte e indipendente, determinata a plasmare il proprio destino”. 
E per quanto riguarda la trama, incentrata sull’anno di grazia 1217, nella Castiglia del Nord? A regalare vigore a questo thriller storico è ovviamente un brutale omicidio: quello di una monaca, il cui corpo straziato viene trovato nel chiostro del citato monastero di Las Huelgas. Del delitto viene accusata Fleur d’Annecy, ragazza dall’oscuro passato, rifugiatasi lì con il figlio Ruggero, mentre a far luce sul delitto viene chiamato, dalla badessa Dona Garcia Sancha (una figura realmente esistita e che era stata la seconda badessa proprio di questo monastero), il citato francescano Bonaventura da Iseo. Il quale si troverà a far di conto con una vicenda dai risvolti quanto meno inquietanti. 
Se infatti Fleur sostiene che l’assassino sia un uomo misterioso, avvolto in un mantello rosso fuoco, Magnus, il terribile monaco inquisitore, è di tutt’altro avviso: secondo lui è infatti la ragazza, che ha evocato un demone nel monastero, la vera colpevole. Bonaventura inizia così la sua lotta contro il tempo per salvare dal rogo Fleur e mettere al sicuro il figlio, mentre le mura di Las Huelgas cominciano a tingersi del sangue di chi conosce i suoi mille segreti… Con un interrogativo al seguito: riuscirà l’alchimista a scoprire chi si cela dietro la mano dell’assassino prima che la vendetta dell’inquisitore si abbatta anche su di lui? 
In sintesi: di fatto un romanzo di piacevole lettura, ben congegnato e altrettanto ben inquadrato nel contesto storico, nel quale si intrecciano in modo sapiente più azioni che avventure. A fronte di una vicenda che si rapporta con “il tradimento dell’innocenza”, raccontata come si conviene dalla premiata ditta Brunoldi&Santoro che, bazzicando da tempo nel campo delle sceneggiature, si porta al seguito - ne abbiamo già accennato - una scrittura di un certo peso, sostenuta dal giusto ritmo, da personaggi che catturano nonché da ambientazioni credibili. 
Di fatto due autori che “si capiscono a meraviglia” e si muovono a fronte di una sorprendente identità di vedute. Giocando fra le pieghe della Storia grazie a un robusto lavoro di documentazione, che li ha portati ad “acquistare via Internet un centinaio di libri”, alcuni dei quali scritti in lingua inglese. “E lo abbiamo fatto - per dare voce sia al primo che al secondo lavoro - partendo da un’idea sviluppata in una paginetta di soggetto. Quindi la suddivisione in capitoli, da scrivere uno a testa. Infine l’editing da parte di uno e dell’altro onde evitare possibili smagliature narrative”. 
Per la cronaca Pierpaolo Brunoldi è nato il 6 dicembre 1962 ad Albizzate, in provincia di Varese, da padre legnanese e madre brianzola, mentre oggi abita con la famiglia a Mornago, sempre nel Varesotto. Dopo la laurea in Veterinaria conseguita alla Statale di Milano, Brunoldi (un uomo che ama viaggiare in cerca di bellezze artistiche, dal carattere sensibile, chiuso quanto riflessivo, anche se a volte si lascia andare a eccessi di irruenza) avrebbe frequentato una scuola di recitazione nel capoluogo lombardo, per poi seguire studi di sceneggiatura a Roma conseguendo un master specialistico. Con il risultato di arrivare a scrivere opere drammaturgiche, sceneggiature per la televisione e per il grande schermo, nonché racconti pubblicati in diverse antologie. 
E appunto presso la “Scuola di sceneggiatura Tracce” di Roma avrebbe incontrato Antonio Santoro (“Una persona - tiene a precisare - più riflessiva e pacata del sottoscritto, che ama sviscerare i problemi anziché fermarsi alla loro superficie”), nato a Cava de’ Tirreni il 7 settembre 1973, in provincia di Salerno, e da diverso tempo di stanza nella Capitale, dove vive con la moglie Elena e la loro bambina Martina, “di poco più di due anni”. 
Santoro che, a sua volta, si propone regista, attore e drammaturgo, forte di un diploma conseguito presso l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico. Con tanto di laurea al Dams, due master in sceneggiatura, la direzione di numerosi spettacoli e la scrittura di diversi testi per il teatro. Scrittura che lo aveva intrigato “sin da ragazzo”, per poi esercitarla da professionista “a partire dal 2003”. Di fatto una personalità poliedrica (“Strada facendo mi sono dedicato alle arti marziali, al tennis, al nuoto e anche al tiro al bersaglio, attività che, per un verso o per l’altro, ritengo formative”) che ha allargato ulteriormente i propri interessi puntando su collaborazioni sia sulla carta stampata che su alcune testate online. Guadagnandosi in questo modo i galloni di giornalista pubblicista. 
Che altro? Un uomo, come accennato, dal carattere riflessivo, molto legato alla famiglia e alle amicizie (“Per contro sono poco attratto dalla mondanità”), con la passione per la lettura: “Se da un lato ho un debole dichiarato per gli autori legati al teatro, come Pirandello e Shakespeare, dall’altro trovo piacevole immergermi nella narrativa di genere, con un occhio di riguardo, vista che la materia trattata si avvicina a quella mia e di Pierpaolo, su autori del calibro di Matteo Strukul e Marcello Simoni”. Senza dimenticare Edgar Allan Poe, sul quale la nostra premiata ditta si era impegnata nel dare voce a un lavoro “andato in scena nel 2009 al teatro India, che fa parte dello Stabile di Roma”.
E per quanto riguarda il prossimo appuntamento con gli scaffali? “Stiamo già lavorando - ci anticipa Santoro - sul romanzo conclusivo della trilogia incentrata su Fleur d’Annecy, che ambienteremo in Medio Oriente. Ferma restando l’intenzione di continuare a raccontare storie legate alla figura dell’alchimista francescano Bonaventura da Iseo” visto che il personaggio è piaciuto. “Sempre puntando sui dialoghi, forti quanto intriganti, che credo rappresentino una specie di nostro marchio di fabbrica…”. 

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