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Quando Mussolini “sfidò” Hitler per cercare di salvare settecentomila italiani nei campi di concentramento e di lavoro tedeschi

Attingendo da due diari inediti e da alcuni colloqui con Renzo Morera, il cui padre era a capo della missione militare della Repubblica Sociale a Berlino, Alfio Caruso dà voce a una pagina trascurata e comunque poco nota della nostra storia. E al riguardo ci racconta che…


19/12/2019

di Mauro Castelli


Ogni volta che Alfio Caruso, giornalista e scrittore di lungo corso, torna sugli scaffali la sorpresa è assicurata. In quanto pochi come lui sanno attingere dal passato intriganti spaccati di storia, dimenticati o comunque poco noti. Frutto, nemmeno a dirlo, di uno scrupoloso lavoro di ricerca, associato - quando possibile - a contatti diretti con chi è stato protagonista degli eventi che hanno caratterizzato, nel bene e nel male, il vissuto del nostro Paese e non solo. 
Così, dopo aver trattato a modo suo la strage di Cefalonia, essersi addentrato fra le pieghe della battaglia di Stalingrado e di quella di Caporetto, aver ridato voce alle Cinque giornate di Milano, aver rinverdito la vicenda mai raccontata dei Mille del papa e aver parlato dei quindici giovani militanti fascisti che, pur consci dell’errore, erano convinti che l’unico salvagente al quale aggrapparsi fosse l’attaccamento alla Patria, ora torna sugli scaffali con Salvate gli italiani. Mussolini contro Hiltler, Berlino 1944 (Neri Pozza, pagg. 224, euro 18,00). 
Un lavoro ricco di numeri, fatti e informazioni inedite, capace di riportare sotto la giusta luce un’importante pagina del nostro passato; un lavoro peraltro volto a mostrare l’inaspettata natura conflittuale del sodalizio in essere fra il Duce e il Führer (“Un comportamento, secondo me, suggerito da quello che avrebbe potuto essere il possibile giudizio della storia, ma anche dalla voglia di tirare un calcio negli stinchi a Hitler per via dei lunghi anni di umiliazioni subite”). 
Questa pagina si rifà a un anno prima della fine del Secondo conflitto mondiale. E per regalare al lettore la veridicità dei fatti, vista la carenza di documenti ufficiali, Caruso ha attinto altrove. Complice il caso. “Luciano Fiume, figlio del noto pittore Salvatore, mi segnalò tempo fa che c’era un suo vecchio amico che mi voleva raccontare una sua esperienza berlinese nei tempi di guerra. La cosa mi intrigò e mi recai a Roma a trovare Lorenzo (Renzo) Morera, un lucido signore di 92 primavere, il cui padre Umberto si proponeva - forte della conoscenza di quattro lingue (inglese, francese, tedesco e russo) - come il capo della missione militare della Repubblica Sociale a Berlino. Città dove lui, la madre e il fratello minore arrivarono il 31 maggio 1944”. 
Ne sarebbero seguiti alcuni illuminanti colloqui, nel corso dei quali “avrei appreso, fra l’altro, che lui a 17 anni si era arruolato nel Battaglione San Marco, per poi essere spedito dal padre nel Nord Europa, in sperduti luoghi occupati dai soldati italiani, dove si era trovato a far di conto, volente o nolente, con i soldati della Wehrmacht”. Insomma, un uomo con un passato tutto da raccontare, a partire dalla decisione si suo padre, il generale Morera - quando i tracolli bellici avevamo costretto Hitler a trasformare la sua capitale in una roccaforte militare sottoposta alla corte marziale - a fornire falsi lasciapassare a chi se la sentiva di rischiare. 
Sta di fatto che, “rifacendomi alla sua storia e a due diari, uno suo e l’altro di Giangaleazzo Bettoni, allora consigliere d’ambasciata a Berlino, che ho potuto consultare grazie alla figlia Prisca”, Caruso ha dato voce a una intrigante ricostruzione storica (attraverso un saggio che, anche in questo caso, si legge alla stregua di un romanzo). Un lavoro capace di sorprendere il lettore, che rimarrà colpito dall’atteggiamento inaspettato e per certi versi contraddittorio di Mussolini nei confronti di Hiltler. In altre parole una sorprendente presa di posizione politica rimasta ingabbiata fra le pieghe della storia. 
Atteggiamento peraltro legato al contenzioso fra gli apparati della Repubblica Sociale Italiana e quelli nazisti. Ma “illuminato”, nel nostro caso, dalle parole del Duce: “Morera, mi raccomando: bisogna fare non il possibile, ma l’impossibile per salvare il fiore della nostra generazione, cioè gli internati. Occorre impedire che quei 700.000 ragazzi tornino a casa morti o malati com’è successo finora che sono rientrati tutti tubercolotici. Non dobbiamo rovinare il futuro del nostro Paese”
Ma andiamo con ordine. “Il 15 luglio del ’44 Mussolini parte per incontrare il Führer a Rastenburg. È l’ultimo incontro nella Tana del Lupo, il quartier generale nazista nella Prussia orientale. Dopo aver attraversato la Germania devastata dalla guerra, il 20 luglio, allo snodo ferroviario di Görlitz, il convoglio viene fermato, i finestrini chiusi e oscurati. Mussolini e il generale Morera (il citato capo della missione), ancora ignari del fallito attentato alla vita del Führer avvenuto alle 12.42 nella sala riunione di Rastenburg, si ritrovano da soli nello scompartimento”. 
E il Duce, “il volto sofferente, segnato da una profonda amarezza”, invita appunto il suo “portavoce” a fare di tutto per salvare quei giovani che, per la quasi totalità, “avevano opposto un netto rifiuto alla richiesta di aderire alla Repubblica Sociale” e pertanto erano stati ammassati in desolati campi di concentramento e sottoposti a una vita di stenti e di soprusi. Andando, in questo modo, aldilà delle contrapposizioni ideologiche. 
Come mai una simile presa di posizione da parte di Mussolini, che soltanto qualche anno prima pretendeva qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace? Difficile dirlo. Sta di fatto che il suo volere sarebbe stato “eseguito alla lettera dal manipolo di ufficiali e diplomatici presenti a Berlino”: il generale Morera, innanzitutto, il tenente colonnello Viappiani, il giovanissimo consigliere d’ambasciata Bettoni nonché Armando Foppiani (direttore del Sai, Servizio assistenza internati), tutti rappresentanti del fascismo in terra tedesca “che non avrebbero esitato a sfidare la Gestapo”. 
Con alcune curiosità (atti di eroismo, verrebbe da dire) al seguito. Come quello raccontato da Prisca Bettoni e riferito al padre, che aveva indossato una divisa da tenente delle SS per strappare ai nazisti - con la collaborazione di Foppiani - alcuni italiani condannati a morte. “A rivelare a Prisca e ai suoi fratelli questo episodio era stato Carlo Azeglio Ciampi, che nel 1939 a Lipsia aveva conosciuto Bettoni, instaurando con lui un rapporto di amicizia durato tutta la vita”. Ma merita di essere citato anche un altro comportamento degno di encomio: quello legato al console Giretti, che nascose per venti mesi una coppia di coniugi ebrei nella Berlino del 1944. 
Insomma, si trattava di uomini capaci di rischiare la vita ogni giorno “nel nome della comune origine, al di là delle feroci contrapposizioni ideologiche. Fino all’ordine finale del capo del fascismo: non un italiano deve morire per difendere Berlino”. 
Anche se di vittime, in ogni caso, ce ne sarebbero state ugualmente tante. A partire dai 4.600 irriducibili, quelli considerati più pericolosi, impiccati dai nazisti senza un processo. Mentre altri diecimila morirono di stenti e 22mila persero la vita consumati dalle malattie. Malattie che pesarono gravemente anche su un numero altrettanto grande di uomini che riuscirono a tornare a casa, condizionandone il futuro. 
D’altra parte l’esito di quell’incontro fra i due leader risultò avarissimo di risultati. Anche perché Hitler, non essendo dell’umore giusto per via del citato attentato, oltre che per una serie di divergenze che erano covate sotto la cenere dei successi militari e delle sbandierate aspettative, non era certo in vena di concessioni. In buona sostanza il Führer “aveva perso da tempo ogni illusione sulla vera personalità del Duce” (a sostenerlo Joseph Goebbels, ministro del Reich per l’Istruzione e la Propaganda). Il quale Mussolini, a sua volta, non aveva mancato di ribattere che i tedeschi, a ogni loro ordine, non facevano altro che creargli dissidenti in casa. 
In sintesi: un’altra prova d’autore, Salvate gli italiani, per una penna, quella di Alfio Caruso, che strada facendo ha saputo spaziare nei più diversi campi a fronte di oltre trenta libri, sette dei quali identificabili come thriller politici e di mafia. Prendendo spesso posizioni coraggiose. Basti ricordare quando ha avuto modo di sostenere: “Molti giudici stanno al cimitero e molti mafiosi si trovano in carcere. E gli altri? I mandanti dove sono? Nessun politico, deputato, senatore, ministro è finito in galera per i due omicidi più eccellenti della storia della Repubblica (quelli di Falcone e Borsellino). Eppure i loro nomi emergono senza sosta...”. 
Già, Alfio Caruso. Freddi per gli amici, nato a Catania il 17 marzo 1950, figlio di un avvocato e di una professoressa di Scienze, sposato da una vita con Chiara, tre figli e due nipotini al seguito (Carolina e Pietro), milanese di adozione, portatore di una grande passione per il cinema, la bicicletta e il… poker. 
Lui che, subito dopo la laurea in Lettere moderne, si era messo a collaborare con il quotidiano La Sicilia, per poi essere assunto dal Corriere della Sera e strada facendo occupare poltrone di peso in diverse importanti testate. Fermo restando il suo stretto rapporto con la scrittura, che lo ha visto pubblicare con i più importanti editori italiani: Leonardo, Rizzoli, Salani, Longanesi, Einaudi, Tea e Neri Pozza. Per non parlare del suo debole dichiarato per la lettura, a partire dalle penne di Fëdor Dostoevskij, Ernest Hemingway e John le Carré. 
Lui che si porta al seguito, a mo’ di bandiera, l’impagabile complimento di un lettore: Si vede che lei ha passato una dozzina di anni con Indro Montanelli. “E io di Montanelli spero di non esserne indegno”; lui personaggio fuori dalle righe, spesso scomodo (“Come ebbe a dirmi Enzo Biagi, chiunque abbia carattere ce l’ha pessimo”), oltre che duro quanto basta. Probabilmente per via delle sue origini. “I siciliani - ha avuto modo di precisare in un libro - sono stati invasi da tutti ma vinti da nessuno, e continuano a inseguire il ritorno di un mirabolante periodo d’oro mai esistito”. 
Lui, infine, che non si fa crucci nell’esporsi in prima persona, in quanto ha il coraggio delle proprie azioni, delle proprie idee. Arrivando ad esempio a dimettersi dall’Ordine dei giornalisti per via di certe anomalie che non lo trovavano d’accordo. Cosa più unica che rara nell’Italia delle caste.

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