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Quando a indagare è la "Squadra speciale Minestrina in brodo"

Torna Roberto Centazzo con un lavoro che cattura all’insegna del sorriso. Dieci e lode anche per Mariano Sabatini e l’irlandese Patricia Gibney


05/03/2018

di Mauro Castelli


È una storia, quella di Roberto Centazzo, che abbiamo già raccontato e che attinge a una lunga chiacchierata, nel corso della quale ci aveva introdotto - con garbo e disponibilità - nel suo privato. In altre parole raccontandoci delle sue origini (“Sono nato a Savona il 23 maggio 1961”), dei suoi studi (“Mi sono laureato a pieni voti in Giurisprudenza”), dei primi passi nel mondo del lavoro (“Per un po’ ho fatto pratica presso lo studio di un avvocato, ma non faceva per me”), della decisione di portarsi a casa l’abilitazione all’insegnamento (“Ho tenuto banco per un paio d’anni alle superiori di Finale Ligure”), sin quando nel 1987 decise di entrare in polizia per il servizio di leva. 
E da lì, tiene a precisare, “non mi sarei più mosso, restando a lungo in forza alla Procura della Repubblica, la qual cosa mi avrebbe consentito di entrare a far parte dei meccanismi delle procedure e delle tecniche investigative”. Lui che attualmente risulta ancora in servizio, con il ruolo di ispettore capo, presso la polizia ferroviaria di Savona”. 
Roberto Centazzo, si diceva, che abita in località Santuario - sulle colline a ridosso della città dove lavora - con la moglie Eliana Carrara (“Venticinque anni di matrimonio e altri dodici di fidanzamento”); che ama zappare di persona il suo orto; che ha ideato con l’amico Marco Pivari il programma radiofonico Noir is Rock che, partendo da Radio Savona Sound, va in onda su diverse emittenti italiane e che si propone come un contenitore, a suon di musica, di interviste a noti giallisti. Lui uomo metodico sia nel suo lavoro di poliziotto che in quello di scrittore: “Mi alzo alle 5 del mattino, visto che vado a letto molto presto, scrivo un’ora e mezza e poi via al lavoro. Al pomeriggio, quando rientro a casa, altre due o tre ore di scrittura, sempre che a complicarmi la vita non siano i miei impegni… agricoli”. 
Morale della favola: una lunga serie di romanzi, pubblicati o ancora in lista d’attesa in un cassetto di casa, nei quali ha saputo dare voce a personaggi di un certo peso. Come il giudice Toccalossi, una persona normale, lasciato dalla moglie e con una predisposizione a farsi carico più dei casi umani che non di quelli giudiziari. Una figura collaudata quanto ben strutturata, andata peraltro in scena già cinque volte. E poi la “Squadra speciale Minestrina in brodo”, composta da tre ex poliziotti che, una volta congedati per raggiunti limiti di età, ritengono - seppure inizialmente malvisti dai colleghi in attività - di avere ancora un bel po’ di conti in sospeso con i mascalzoni sfuggiti alle maglie della Giustizia. Si tratta di Ferruccio Pammattone (già sostituto commissario e vice dirigente della Squadra mobile), Eugenio Mignogna (ex sovrintendente della Scientifica) e Luc Santoro (ex assistente capo all’Immigrazione). I loro nomi in codice sono invece, rispettivamente, Semolino (per il fatto che se mangia pesante si riempie di macchie rosse e il dottore gli ha suggerito…), Kukident (a causa della mal sopportata dentiera) nonché Maalox (per via dei continui bruciori di stomaco). 
Una squadra ben oliata che è tornata sugli scaffali delle librerie, per i tipi della Tea, con Operazione sale e pepe (pagg. 302, euro 14,90), a fronte di una vicenda che si rifà ai furti e alle truffe perpetrati ai danni degli anziani. Una piaga dilagante che non trova il giusto riscontro negli scarsi uomini e mezzi a disposizione di polizia e carabinieri. Cosa decidono allora i caporioni della Questura di Genova? Di chiedere aiuto a chi è andato da poco in pensione, ma non ha perso il gusto per le indagini. Ecco quindi tornare in azione il nostro fantastico trio. Ma questa volta, tra l’indagine su un misterioso ladro di scarpe, le ricerche di un fantomatico topo d’appartamento e la caccia a una truffatrice senza scrupoli, il loro coinvolgimento sarà più personale e doloroso che mai. 
Sullo sfondo di una città sempre più calda da tutti i punti di vista, i nostri tre amici dovranno fare i conti con non poche difficoltà investigative, oltre che con un avversario scaltro quanto perverso, “tra ondate di ricordi e le inaspettate sorprese che le sere d’estate possono riservare”. Mentre “i toni leggiadri e scanzonati della commedia - parola di editore - lasceranno spazio a pennellate di pura poesia”. 
Il giudizio? Un’altra storia ben raccontata, di piacevole impatto, che non impegna (e questo è un bene) più di tanto il cervello. Una storia che coinvolge, intriga e fa sorridere, peraltro intrisa di una quotidianità allegra e dolente al tempo stesso, condita di personaggi che, senza darlo a vedere, lasciano il segno. 
Detto del libro torniamo all’autore e alla sua passione di vecchia data per la scrittura. “Già all’età di sette anni mi ero messo in testa di praticare questa strada, anche se allora - cosa ne potevo capire? - non me ne rendevo conto. Di fatto sarebbe stato verso i 14 anni quando iniziai a inventarmi dei racconti, rimpiazzati a 22 dal mio primo romanzo: devo però ammettere, con il senno di poi, che si trattava di un lavoro illeggibile. Tuttavia avrei proseguito a scrivere e ancora a scrivere, cercando invano un editore disposto a pubblicarmi i libri, che anno dopo anno andavo collezionando. D’altra parte i miei non erano romanzi da premio Nobel. Il vento cambiò però direzione a 46 anni quando, grazie a un concorso, riuscii ad arrivare sotto pseudonimo in libreria. Gasato, due anni dopo concessi il bis. E in entrambi i casi venni premiato. La qual cosa mi regalò gli stimoli giusti per migliorare. Fu a quel punto che decisi di passare al noir, forte dell’esperienza accumulata con il mio lavoro. E grazie al fortunato incontro con la Fratelli Frilli di Genova, nel 2010 pubblicai Giudice Toccalossi, indagine all'ombra della Torretta”. Primo passo, aggiungiamo noi, di una prolifica carriera.

Altra penna più che interessante quella di Mariano Sabatini che, dopo aver debuttato con L’inganno dell’ippocastano - un noir vincitore dei premi Flaiano e Romiti Opera prima, ambientato in una Roma tentacolare, dove imprenditoria, malavita, informazione e politica fanno fatica a convivere - torna in libreria, sempre per i tipi della Salani, con Primo venne Caino (pagg. 280, euro 16,90). Un romanzo a sua volta imbastito sull’affascinante figura di Leo Malinverno (seduttore per natura, giornalista per vocazione, investigatore suo malgrado), questa volta alle prese con un serial killer spietato e sfuggente, detto “Il Tatuatore”, che si dà sin troppo da fare nei quartieri della Capitale. 
Come da sinossi, il nostro protagonista è in vacanza con Eimì - la sua ragazza greca dagli occhi vivaci e impertinenti, di vent’anni più giovane - quando decide di tornare a casa (in una Roma che anche in estate non sembra voler chiudere per ferie) in seguito a una telefonata dell’amico vicequestore, Jacopo Guerci, in forza alla sezione Omicidi della Squadra mobile della Questura. Un poliziotto che aveva conosciuto ai tempi dell’Università, quando era stato invitato a presentare un suo libro sul traffico di droga. 
Motivo della chiamata? Riferirgli di un secondo delitto compiuto all’insegna di uno strano quanto preciso rituale. Il che lascia pensare a un serial killer, visto che l’assassino esporta alle vittime, con un taglierino da pellaio, lembi di pelle tatuata. E per di più lo fa, come ci lascia intendere l’autore sin dalle prime battute, con sadica voluttà. 
Che si tratti di un omicida spietato è fuori discussione. Così come si fa ben presto strada l’ipotesi di un maniaco, forse portatore di un macabro progetto, in ogni caso di difficile decodificazione. Sta di fatto che, fra sangue versato, amici malati, scontri in redazione, complicazioni familiari e dubbi sentimentali, Malinverno inizierà la sua inchiesta, parallela a quella portata avanti dai carabinieri. E proprio quando sembra aver trovato il bandolo della matassa per risolvere il caso, eccolo imbattersi in un’altra atroce vicenda, che poco ha da invidiare a quella impregnata di lucida follia del Tatuatore. 
Che dire: una storia che si nutre di un contesto psicologico agghiacciante, pronto ad addentrarsi nelle diverse quanto imprevedibili variazioni del Male, spesso in agguato dietro un’apparente normalità; che gioca a rimpiattino fra quello che sembra e quello in realtà è; che si rapporta con personaggi ben caratterizzati e di piacevole impatto. 
Ma torniamo a Mariano Sabatini, rispettato quanto temuto critico cinematografico nonché autore di altri sei libri di diversa natura (come Trucchi d’autore, Ci metto la firma e L’Italia s’è mesta), nato a Roma il 18 marzo 1971 (“Una città amata e odiata allo stesso tempo”) dove ha frequentato il liceo classico per poi iscriversi a Lettere, dipartimento Disciplina e Spettacolo. Ma la fregola di fare il giornalista avrebbe avuto il sopravvento. “Così mi misi a collaborare con il rimpianto Luciano Rispoli nella famosa trasmissione Il tappeto volante su Telemontecarlo”. Primo passo per poi partecipare, nel ruolo di opinionista, a chissà quanti programmi radiotelevisivi come conduttore e presentatore. Fermo restando un altro punto fermo della sua carriera legato alla chiamata di Giampaolo Roidi, prima guida del quotidiano Metro, che diversi anni fa lo volle fra i suoi collaboratori nel ruolo di graffiante fustigatore televisivo. “Con il risultato di incappare anche in qualche querela”. 
Padre di due ragazze (Flavia e Sofia, per lui “sorpresa e ispirazione di ogni giorno”); appassionato di cinema e di passeggiate; un legame stretto con la sua cagnolina Eimì (un nome guarda caso rifilato, in questo suo secondo romanzo, alla fidanzata del protagonista); una certa predisposizione per i fornelli; un occhio riconoscente per quella intrigante protagonista della televisione che è stata e che è ancora Elda Lanza (“Il mio incontro fortunato”): un carattere malinconico, a tratti sospettoso e a volte permaloso; una passione di vecchissima data per i libri che, a suo dire, gli hanno salvato la vita. 
Così eccolo ribadire cose già dette: “Ero un adolescente problematico e poco avvezzo alla disciplina. Forse per questo mi rifugiavo nella lettura. La qual cosa, strada facendo, mi avrebbe portato a scrivere. E non si può scrivere un saggio o un romanzo senza averne letti tanti. Forse per questo motivo vivo circondato da libri, rigorosamente di carta in quanto non so rassegnarmi all’immaterialità dell’e-book”. Con un debole dichiarato, fra gli altri, per autori come Marco Vichi, la citata Elda Lanza, Valerio Varesi, Elisabetta Bucciarelli, Lucia Tilde Ingrosso nonché Fruttero&Lucentini. Lui che è stato peraltro benedetto da altri due dei suoi scrittori preferiti, ovvero Maurizio De Giovanni (“La scrittura di Sabatini dimostra che il romanzo nero italiano è qualcosa di enorme”) e Giancarlo De Cataldo.

Il terzo e ultimo suggerimento per gli acquisti (almeno per questa settimana) porta la firma dell’irlandese Patricia Gibney, che con il suo primo libro legato a una serie incentrata sul personaggio di Lottie Parker (una detective della polizia con tanto di attributi) si è proposta vincente in Inghilterra, Stati Uniti, Australia e Canada a partire dal marzo dello scorso anno, vendendo oltre 550.000 copie con The Missing Ones, proposto ora in Italia dalla Newton Compton sotto il titolo L’ospite inatteso (pagg. 469, euro 10,00, traduzione di Laura Decè). Un thriller mozzafiato seguito a luglio da The Stolen Girls e, tempo altri tre mesi, da The Lost Child. Per la serie, il ferro va battuto sin che è caldo. 
Ma chi è questa autrice che, in men che non si dica, si è prepotentemente guadagnata la ribalta internazionale? A raccontarlo è lei stessa: “Sono originaria di Mullingar, nella contea di Westmeath, il cuore profondo dell’Irlanda. Un luogo circondato da laghi, martoriato da continue piogge per buona parte dell’anno. Ma quando il sole splende è un piccolo angolo di paradiso in terra. Di fatto ho vissuto sempre qui. Che altro? Sono vedova da oltre sette anni, ho tre figli (Aisling, Orla e Cathal) che hanno dato un senso alla mia vita, che mi fanno compagnia e mi spronano, senza saperlo, a tenere a bada le mie piccole follie da artista”. 
E per quanto riguarda la scrittura? “Ho iniziato a praticarla come terapia (riempiendo interi quaderni con righe e righe di parole) per la scomparsa di mio marito Aidan, l’uomo che avevo sposato nel 1982, che se n’era andato a seguito di una malattia breve quanto improvvisa e che mi aveva incoraggiata a seguire il mio sogno. Risultato?  In primis auto-pubblicando un libro illustrato per bambini, ma con l’obiettivo di arrivare sugli scaffali con un romanzo poliziesco”. 
In tale ottica “mi ero iscritta al The Irish Writers Centre iniziando a seguirne i corsi. Primo passo, vista la mia passione per i gialli, per imparare a imbastirne uno tutto mio. Ma non è stato un percorso facile. Fortunatamente, rimestando fra le rovine della mia vita nonché lasciando spazio alla fantasia (tutti i personaggi e i luoghi del racconto sono inventati, anche se influenzati dagli eventi che mi hanno toccato da vicino), ci sono riuscita. E visto il successo ottenuto dal primo libro, a tamburo battente ne ho scritti altri due e ora sto lavorando al quarto. Tutti incentrati su quel personaggio, a mio avviso umano e credibile, che è Lottie Parker…”. 
Veniamo ora a briciole di trama de L’ospite inatteso, una storia introdotta da un breve quanto graffiante prologo che si rifà al 31 gennaio 1976, quando tre bambini sono testimoni di qualcosa che le loro giovani menti non possono comprendere. “Tremavano, ma non per il freddo. Semmai per una domanda, al momento, senza risposta: chi di loro sarà il prossimo?”. Tempo 24 righe e la storia ci proietta, a partire dal 30 dicembre 2014, in nove giorni densi di fatti e di emozioni. Partendo da un interrogativo: cosa collega il ritrovamento del cadavere di una donna assassinata in una cattedrale e quello di un uomo impiccato a un albero del proprio giardino? 
L’ispettore Lottie Parker (una donna squattrinata, letargica per il freddo, segnata da una piccola perversione che lei chiama noia e che risale alla sua infanzia) è incaricata di trovare una risposta, guidando le indagini come se i due delitti facessero parte di un unico caso. Su entrambi i corpi, infatti, è stato rinvenuto lo stesso tatuaggio, marchiato sulle gambe. Le due vittime, inoltre, sembrano avere qualcos’altro in comune. Entrambe hanno avuto a che fare con il Sant’Angela, un orfanotrofio che Lottie conosce molto bene. 
Ovvio che, secondo logica narrativa, quello strano caso cominci a riguardare personalmente la nostra detective. E di questo ha sentore quando la scia di sangue sembra coinvolgere due ragazzini scomparsi. Se vuole quindi interrompere questa spirale di morte, Lottie dovrà agire in fretta. Ma più si mette a spulciare su certi indizi che sembrano rivelare spiragli di verità, più si rende conto di mettere in pericolo i suoi stessi figli. Ma allora quanto è disposta a scavare, e con quali rischi? Leggere per sapere. A fronte di un intreccio che non lascia nulla al caso, forte di un finale sconvolgente.

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