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Quando l'odio diventa il business migliore, cosa può rischiarare il buio malavitoso in quel di Roma?

Con la piacevolezza narrativa che gli è congeniale, torna sugli scaffali la mano calda di Giancarlo De Cataldo. Mettendo in scena Alba Doria, il commissario capo della Polizia di Stato affetto da un grave disturbo della personalità. Complice un passato che vorrebbe dimenticare


20/05/2019

di Massimo Mistero


“A qualcosa, tutto questo odio, dovrà pur servire”. A spiegarcelo, con la piacevole semplicità (almeno in apparenza) del suo linguaggio, è Giancarlo De Cataldo, una delle penne più raffinate della nostra narrativa gialla. Capace di regalare dubbi e forti emozioni all’insegna di storie mai banali, di guidarci fra i sentieri stretti di verità impreviste, di giocare a rimpiattino - all’insegna di colpi di scena e curiosi risvolti - con quello che non ti saresti mai aspettato. Sarà forse per quel suo lavoro di giudice di Corte d’Assise che lo porta a confrontarsi, in quel di Roma, con le molte facce dei nostri mali quotidiani? 
di fatto che anche nel suo ultimo romanzo, Alba nera (Rizzoli, pagg. 312, euro 19,00), nato da “un’idea condivisa con Massimo Carlotto e Carlo Lucarelli, grandi scrittori ma soprattutto magnifiche persone”, ha saputo dare la stura a una vicenda che avvince e convince, oltre che a intrigare e far riflettere quanto basta. 
De Cataldo, si diceva. Un numero uno con la passione per il sigaro toscano e la pallavolo, che - come ha avuto modo di raccontarci tempo addietro - si professa figlio di Balzac (“Un autore che mio padre, professore di francese, mi obbligava a leggere quand’ero ancora un bambino”). Lui che è nato a Taranto il 7 febbraio 1956, ma che dal 1974 (“Anno in cui mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza per volere di papà, visto che non mi voleva professore di Lettere come lui”) vive e lavora a Roma - una città in bilico fra fiction e realtà - con una doppia passione incorporata: quella del magistrato e quella dello scrittore. Una passione, quest’ultima, che lo ha portato a scrivere una trentina di romanzi, un paio di testi teatrali e numerose sceneggiature, oltre a collaborare con diverse testate giornalistiche. 
Lui che è sposato da una vita con Tiziana (“Amare una donna per decenni ci vuole un lavoro di fino, è quasi una forma d’arte”, ironizza), dalla quale ha avuto un figlio che oggi ha 25 anni, sa suonare diversi strumenti e fa il cantautore (“Il suo nome d’arte è Gabriele Deca”); lui che aveva debuttato nel 1989 con Nero come il cuore, per poi regalarsi altri libri a suo dire “avari di riscontri”, sin quando era sbarcato in libreria, nel 2002, con il lavoro che ne avrebbe decretato il vero successo, ovvero Romanzo criminale, incentrato sulle vicende della banda romana della Magliana attiva negli anni Settanta. “Si trattò di una piacevole sorpresa, tanto più che l’editore, in quel caso la Einaudi, aveva mostrato non poche perplessità a darlo alle stampe. E soprattutto sorpresa deve averla destata in quel noto manager di cultura che - mi piace pensare lo abbia fatto soltanto per esorcizzarne il successo - si era lasciato scappare una infelice battuta: Ma sì, che venga pure pubblicato, tanto non ne venderà una copia...
Un romanzo, invece, che gli sarebbe valso il Premio Giorgio Scerbanenco, la realizzazione dell’omonimo film diretto da Michele Placido (dove lo stesso De Cataldo interpreta il magistrato che legge la sentenza, con il rammarico ancora vivo di “quella pettinatura impossibile, con i capelli laccati di lato”, cui era stato sottoposto), nonché la base per una apprezzata serie televisiva firmata da Stefano Sollima. 
A quel punto il percorso narrativo di De Cataldo avrebbe imboccato - a fronte di traduzioni in diversi Paesi - una strada tutta in discesa. Vogliamo ricordare qualche titolo? Nero come il cuore, Nelle mani giuste, Onora il padre. Quarto comandamento, Il padre e lo straniero, La forma della paura, Trilogia criminale, I Traditori (ambientato nel Risorgimento italiano), Io sono il Libanese, In giustizia, Il combattente, Nell’ombra e nella luce, L’agente del caos
E ora spazio alle note su Alba nera, concordando con l’autore quando afferma: “Anch’io scrivo recensioni, e ritengo che sia più utile segnalare libri validi che stroncare. Nel senso che sono in troppi a lodare i morti a discapito dei vivi”. Non dimenticandoci che a volte le stroncature hanno l’effetto contrario. Ricordate, ad esempio, la valanga di critiche riservate a Va dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro? Risultato: una vagonata di milioni di copie vendute. 
Ma veniamo al dunque. Nel romanzo che stiano proponendo incontriamo il commissario Alba Doria alle prese con evidenti grattacapi personali e in terapia per alcuni problemi ricorrenti: depressione e discontrollo degli impulsi. Per il dottor Salzano è un caso di grande interesse dal punto di vista scientifico. Da farci una pubblicazione. Ufficialmente la donna si era rivolta a lui per un disturbo post-traumatico da stress: qualche mese prima aveva infatti affrontato e ucciso un serial killer, un certo Cardine, l’hater per eccellenza, un odiatore che era passato all’azione e aveva spinto due adolescenti a sterminare le rispettive famiglie. Ma prima di essere abbattuto, il maniaco era riuscito a uccidere il superiore di Alba, Paolo Petti, una specie di leggenda della polizia. 
E l’immagine di Petti senza vita la tormenta ancora dopo sedici sedute. Forse perché in lei si nasconde un qualcosa di molto più profondo di un disturbo post-traumatico. Magari una certa dose di follia. Di che genere e di che intensità sarà compito del suo medico scoprirlo. Per il momento il dottor Salzano ha una sola convinzione: questa donna è pericolosa. 
In buona sostanza Alba, “sospesa tra la luce e il buio, è affetta da un micidiale disturbo della personalità. Lo chiamano la Triade Oscura, misto di narcisismo, sociopatia e abilità manipolatoria, capace di ispirare i peggiori criminali o sostenere i vincenti che conquistano la cima della piramide. Ma neanche la mente più lucida può considerare ogni variabile”. 
Così quando il fantasma di un assassino, che tutti credevano morto, torna a colpire, Alba “dovrà vedersela con i segreti del suo passato. Tanto più che a rifarsi vivi sono anche il Biondo e il dottor Sax, rispettivamente il compagno e l’amico di quei giorni lontani: poliziotto irruente e tormentato il primo; funzionario dei Servizi e virtuoso del jazz il secondo. Toccherà quindi a lei chiudere i giochi nelle pieghe di una Roma trasformata in una metropoli sudamericana, popolata da reietti che vivono in veri e propri slum dove vige la legge del più forte…”. Fermo restando, come tiene a precisare lo stesso De Cataldo, che la Capitale è adesso, paradossalmente, fra le più sicure d’Europa (“Lo dicono i dati Istat”). 
In ogni caso è sotto il Cupolone che l’autore esplora, dal punto di vista narrativo, “l’abisso del presente, l’incubo collettivo infestato da hater e uomini che odiano le donne, da sadici torturatori e mercanti di carne umana, da gattopardeschi potenti e nuovi padroni. E quando l’odio diventa il business migliore, solo il primo raggio di un’alba spietata potrà rischiarare le tenebre che ci avvolgono”. 
E questo è quanto. Anzi, no. Ci sia infatti concessa una domanda a De Cataldo, all’apparenza banale, che si rifà alla concordanza di genere voluta da Laura Boldrini quando sedeva sullo scranno di presidente della Camera: perché nel suo libro Alba Doria è (giustamente a nostro giudizio) commissario, mentre quando lei tesse gli elogi di Cristina Cassar Scalia, a sua volta brava narratrice siciliana, Giovanna Guarrasi (detta Vanina) diventa vicequestora? Allora, nel caso di un uomo e tanto per citare, un geometra dovrebbe essere chiamato geometro
Ciò detto mi perdoni e non mi processi, per favore, signor giudice. E soprattutto, data l’età, sia clemente…

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