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Quando la legge è ingiusta, l’unica giustizia è davvero la vendetta?

Torna Piergiorgio Pulixi dando voce a uno spietato serial killer che ha subìto un torto e che… Inquietanti storie anche quelle firmate da Silvana Canevelli e da Elisabetta Cametti


22/02/2021

di MAURO CASTELLI


Un gradito ritorno sugli scaffali: quello di Piergiorgio Pulixi e un paio delle sue donne poliziotto. Da tempo l’autore ha infatti abbracciato le tematiche femminili, in quanto portato a sviscerane come pochi altri certe complesse angolature. Come dimenticare, ad esempio, il commissario Rosa Lopez, la graffiante protagonista de Lo stupore della notte, e soprattutto la coppia di sbirre che hanno tenuto banco ne L’isola delle anime, romanzo premiato nel 2019 con lo Scerbanenco? Ovvero le ispettrici Mara Rais ed Eva Croce, inizialmente confinate alla sezione Delitti irrisolti della questura di Cagliari. 
Due donne provate dalla vita e separate dal muro di una reciproca diffidenza: Mara non dimentica infatti l’ingiustizia subìta, che le è costata il trasferimento punitivo; Eva, invece, vuole solo dimenticare la tragedia che l’aveva spinta a lasciare Milano e a imbarcarsi per la Sardegna con un biglietto di sola andata. 
E sono proprio a loro a reggere la scena, in abbinata al vicequestore Vito Strega, in Un colpo al cuore (Rizzoli, pagg. 506, euro 16,00), un lavoro incentrato su una amara rivalsa: “Quando la legge è ingiusta, l’unica giustizia è la vendetta”. A fronte di una storia che, narrativamente parlando, si snoda fra la Sardegna (raccontata come pochi altri autori sanno fare: “un’isola nera e brutale, dove persino la ricerca della verità può trasformarsi in una colpa”) e una Milano scontrosa e al tempo stesso misteriosa, dove a preoccupare è l’alienazione. E dove, almeno per il “nostro” killer, vige la regola dell’occhio per occhio, dente per dente. 
Una regola volta a riparare i torti del sistema giudiziario. Così dove non arrivano le giurie, arriva lui, rapendo, torturando ed eliminando i criminali che l’hanno fatta franca. Lui che indossa una maschera dai tratti demoniaci e si fa vivo ogni volta sul telefonino di migliaia di persone con un video intitolato La Legge sei tu in cui chiede alla gente di pronunciarsi in giudizio tramite votazioni anonime e irrintracciabili. Ovviamente, a colpi di clic, il richiamo alla giustizia sommaria diventa virale. 
Nemmeno a dirlo la “fama” di questo vendicatore spietato “come il conte di Montecristo, villain incendiario al pari del Joker che sollevò Gotham City”, fa il giro del Paese. Tanto più che il Giustiziere ha deciso di giocare bene la sua partita mortale utilizzando gli strumenti della Rete. 
Così in molti riceveranno il suo link, mentre altri verranno contattati attraverso i social network, a fronte di un frame che sembra quello di un video di YouTube, anche se in realtà si rapporta con una piattaforma sconosciuta. Drammatico il contenuto del filmato che mostra due persone: la prima legata a una sedia, ferita, in evidente stato di segregazione; la seconda, il carnefice, resa irriconoscibile da una maschera dai tratti demoniaci. 
A questo punto partirà l’indagine su quello che si presenta come un caso dannatamente complicato. Un caso sul quale viene chiamato a indagare il vicequestore Vito Strega, esperto di psicologia e filosofia, tormentato criminologo dall’intuito infallibile, avvezzo alla seduzione del Male. Ad affiancarlo le citate ispettrici Mara Rais ed Eva Croce. Due donne diverse come il giorno e la notte ma che, insieme, formano una coppia d’eccezione: i modi bruschi e l’impulsività di Mara sono infatti compensati dall’acutezza e dal riserbo sfuggente di Eva. Due donne che se anche non sono ancora amiche forse lo stanno diventando… 
Un rapporto complicato, tiene a precisare l’autore (che, detto per inciso, si propone caratterialmente introverso ma paziente, severo con se stesso ma determinato), “che subisce però una frattura quando irrompe Vito Strega, un personaggio che arriva da una mia precedente serie di romanzi. Una figura ingombrante, che rompe gli equilibri, anche se, vista la complessità dell’indagine, sarà necessario raggiungere un compromesso”. In altre parole il terzetto si dovrà mettere in gioco, rischiando molto, per affrontare un imprendibile nemico. 
Che dire: un intrigante lavoro infarcito di rancori e vendette, che si legge che è un piacere nonostante la lunghezza, che si nutre di personaggi, forti nelle loro diversità, capaci di entrare nell’immaginario di ciascuno di noi. A fronte di “un viaggio nell’incubo di questo tempo rabbioso segnato dall’odio e dalla gogna mediatica, fino alla scoperta di una verità che illumina di luce sinistra il senso stesso del fare giustizia”. 
Un romanzo con una ulteriore curiosità al seguito legata alla sua stesura e raccontata dall’autore: “Un colpo al cuore è in parte figlio del… Covid-19. Nel senso che questo libro doveva essere pubblicato lo scorso giugno, ma i tempi non erano quelli giusti e si era deciso pertanto di rinviarne la data. La qual cosa mi ha consentito, almeno in parte, di riscriverlo tenendo conto di quelle che erano diventate le nuove esigenze dei lettori. Quindi lavorando sull’intrattenimento, la scorrevolezza della vicenda, la voglia di dimenticare i problemi dell’isolamento…”. 
Per la cronaca Piergiorgio Pulixi (che non disdegna praticare meditazione yoga e zen) è nato a Cagliari il 27 settembre 1982, anche se dal 2016 vive a Milano. Uno scrittore di razza che non si sente ancora arrivato (“Preferisco ritenermi un artigiano della scrittura che si mette al servizio della storia, con spirito di sacrificio e onestà”). Forte peraltro di studi classici (allargati alla facoltà di Tossicologia) e diversificate esperienze di vita: “Ho infatti lavorato per alcuni anni in una libreria della mia città come commesso per poi emigrare a Londra, dove ho affinato le mie capacità di adattamento, dandomi da fare come portiere di notte in un albergo oppure lavorando in ristoranti e pub”). 
Lui che - come abbiamo già avuto modo di riferire - è considerato come una delle voci più brillanti del noir italiano under 40 e che si è fatto le ossa, narrativamente parlando, frequentando il “Collettivo Sabot”, il gruppo di scrittori fondato nel 2007 da Massimo Carlotto con uno scopo dichiarato: quello di sabotare, raccontare, portare alla luce le storture della società utilizzando le parole. Risultato? La pubblicazione a partire dal 2008, per le Edizioni E|O, di Perdas de FoguL’albero dei Microchip, il trittico Donne a perdere sino ad arrivare a La scelta del buio, con protagonista il citato commissario Vito Strega. 
Autore e sceneggiatore, Pulixi (che ha rappresentato il nostro Paese al Crime Writers Festival a Nuova Delhi e al Dear Noir Festival nel Kent, in Inghilterra) ritiene importante diversificare, tanto da precisare: “Non possiamo più rimanere confinati nelle pagine dei nostri libri, in quanto - complice la televisione - si sono aperti nuovi ambiti da esplorare e da percorrere. A capirlo, fra i primi, è stato sicuramente Carlo Lucarelli, che ha realizzato programmi seguitissimi”. 
Che altro nel suo privato? In primis una grande passione per la lettura. Con grande rispetto per la disciplina narrativa messa in campo da Elmore Leonard; apprezzamento per la rigorosità e la trasparenza della scrittura di Michael Connelly; sostegno all’artigianalità di Georges Simenon, nonché alla capacità di cambiare genere di Joe Lansdale. Ferma restando la sua stima per Ed McBain, Edgar Allan Poe e Stephen King, ma anche per autori classici, come Fëdor Dostoevskij, Lev Tolstoj e l’ungherese Sándor Márai. Ma anche riservando un amore dichiarato “alle librerie, alle biblioteche, ai gruppi di lettura e a tutti quei luoghi dove c’è ancora un contatto umano tra i lettori, perché è da quel mondo che provengo”. Poteva essere diversamente? 


Voltiamo libro, suggerendo Quella invisibile fragilità (Fratelli Frilli, pagg. 128, euro 12,90), un romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia firmato dalla genovese Silvana Canevelli, imbastito su un caso inquietante che si tinge di noir e che si sviluppa su un arco temporale che va dal febbraio 2012 al gennaio 2014, con un breve finale allungato di altri due anni. 
Per chi ancora non la conoscesse, Silvana Canevelli è un’autrice non più giovanissima, nata sotto la Lanterna un po’ di anni fa (mai chiedere la data di nascita a una signora), una città dove si è laureata in Lingue e Letterature moderne. Insegnante e giornalista pubblicista, collabora con quotidiani e periodici con saggi e racconti. 
A suo nome risultano inoltre traduzioni di volumi di narrativa, una silloge di racconti intitolata Sapore di sale, il romanzo Una ragionevole abdicazione, ma anche i saggi Diritto di parola, voci significative di scrittrici liguri, Etica tecnologia mercato, una convivenza possibile? e La villa arancione (un lavoro, intenso e profondo, incentrato su una professoressa di lingue e il suo amore per un tedesco che probabilmente ha scoperto qualcosa di troppo sui crimini nazisti). 
Per la Fratelli Frilli il romanzo che stiamo proponendo rappresenta invece una specie di ritorno all’ovile dopo aver dato alle stampe nel 2005 Di settembre a Camogli e, tre anni dopo, La casa dei limoni
Ma veniamo alla sinossi di Quella invisibile fragilità. Una ragazza di nome Jessica viene trovata morta nel bosco vicino a un bar del quale è proprietario Gerolamo Orbi. E siccome stava nevicando, poteva essere scivolata e aver picchiato la testa. Così la polizia, dopo una breve indagine, archivia il caso come morte accidentale. 
Ma la madre, che sua figlia la conosceva bene, è sicura che si tratti di un delitto. Così si affida a un ex poliziotto, suo amico, pregandolo di indagare più a fondo per cercare di far luce su cosa sia veramente successo. In effetto di un delitto si è trattato. E l’assassino è peraltro intenzionato a eliminare tutti coloro che hanno avuto storie con questa povera ragazza. 
Così, attraverso amori, passioni e malsane gelosie, si dipana la storia dei personaggi in un crescendo di sospetti reciproci. Sin quando una testimonianza inattesa, quella di un rider che consegna pizze, potrebbe portare alla scoperta del vero colpevole. Sarà così? Leggere per sapere. 


In chiusura riflettori puntati su quella che La Stampa, visto che brava in effetti lo è, l’ha battezza come la nuova signora italiana del thriller, mentre il Corriere della Sera l’ha etichettata come la “nipotina di Agatha Christie”. Ovvero la cinquantenne Elisabetta Cametti, nata nel 1970 “in una piccola località ai piedi del Monte Rosa”, ovvero Gattinara (in provincia di Vercelli), laureata in Economia e commercio all’Università Bocconi di Milano, una città dove ha iniziato a lavorare nell’editoria prima come direttore generale della divisione collezionabili della casa editrice De Agostini e successivamente nel gruppo Eaglemoss di Londra, per il quale ho aperto la filiale italiana. 
Lei che ora si propone come opinionista in programmi televisivi di attualità e cronaca sia sulla Rai che sulle reti Mediaset. Lei portatrice di un debole di vecchia data per la scrittura (“Mi do spesso da fare di notte, visto che dormo poco”), tanto da precisare. “Scrivo da quando ero ragazzina e mi sedevo in mezzo al prato per raccontare i miei sogni al diario e romanzare le mie giornate. All’università ho poi scritto una serie di articoli di marketing, mentre i romanzi sarebbero arrivati a seguito di una svolta a livello emotivo: in altre parole quando ho sentito che era arrivato il momento di lasciare che la scrittura assumesse un ruolo più importante nella mia vita”. 
Lei che nutre una passione di vecchia data anche per la storia antica e la criminologia, così come trova interessante l’evoluzione delle tecniche investigative (“Ma sono parimenti affascinata dallo studio del profilo psicologico dei killer e delle persone in generale). 
Lei che aveva debuttato sugli scaffali nel 2013 con K-I guardiani della storia, un thriller interpretato da Katherine Sinclaire, manager attiva guarda caso nell’editoria - riveste infatti il ruolo di direttrice generale di una delle più potenti case del mondo - alle prese con un intrigo archeologico che rimanda a un cerimoniale etrusco. Una bellona che sembra rifarsi all’immagine stessa della Cametti (“Semmai è quella che vorrei essere, non quella che sono” ha avuto però modo di precisare) e che l’avrebbe riproposta in K-Nel mare del tempo, un canovaccio ambientato tra il Medioevo e il presente, nonché in K-Dove il destino non muore, lavoro vincitore nel 2019 della 67ª edizione del Premio Selezione Bancarella. 
Elisabetta Cametti, si diceva, un’autrice tradotta in una dozzina di Paesi che nel 2015 - voltando parzialmente pagina - aveva inaugurato una seconda serie, 29, con Il regista seguito l’anno dopo da Caino. Due romanzi - a loro volta apprezzati dal grande pubblico - incentrati su un nuovo personaggio, Veronika Evans, fotoreporter di New York coinvolta nella caccia a un serial killer di ospiti televisivi. 
E ora eccola tornare in libreria con Muori per me (Piemme, pagg. 522, euro 18,90), un thriller mozzafiato giocato su un meccanismo perfetto e una tematica che induce alla riflessione: “Quante donne dovranno ancora morire schiacciate dal peso di promesse disattese?”. 
Di fatto un riuscito romanzo dal taglio psicologico, giocato su due ambientazioni: da un lato la “nuova” Milano, dall’altro le sponde del Lago di Como, e più precisamente Laglio, località fatta conoscere al mondo da George Clooney, dove la potente famiglia Vinciguerra, protagonista della storia, ha una delle sue splendide residenze. 
Un thriller che ancora una volta si ispira a fatti realmente accaduti (ad affermarlo è stata la stessa autrice) e che, nuovamente, si rapporta con donne imperfette ma vere, fragili ma al tempo stesso coraggiose. 
Detto questo spazio alla sinossi. È notte fonda quando una ragazzina chiama la polizia: sua madre è scomparsa. Si tratta dell’assistente personale di Ginevra Puccini, una delle fashion blogger più famose al mondo. Il corpo di Julia viene purtroppo trovato nelle acque del lago di Como insieme a quello di altre quattro donne. I cadaveri presentano ulcere evidenti su pelle e mucose, una reazione allergica rara causata da una sostanza sconosciuta. 
Gli indizi, che puntano tutti su un unico colpevole, diventano una prova con la scoperta dell’arma del delitto. Quando il caso sembra chiuso, però, sulle pagine social di Ginevra Puccini iniziano a comparire dei video sconvolgenti di questo tenore: conosci il nome delle vittime non ancora identificate, la loro storia e il gioco perverso che le ha uccise. Ma Ginevra non si trova. Potrebbe essere allora il carnefice oppure la prossima vittima? La cerca la polizia, la cerca la sua famiglia e la cerca anche chi vuole metterla a tacere. 
Di fatto quelle immagini postate denunciano un sistema marcio di corruzione e comando, ma al tempo stesso rivelano la linea di sangue che conduce tra i rami di una famiglia potente e dentro una delle più importanti maison della moda internazionale. Dove forze dell’ordine e giustizia non sono mai riuscite ad aprirsi un varco, anche se saranno forse quei post a farne vacillare l’impero. Perché c’è una voce che i soldi e il potere non possono ridurre al silenzio: quella che rimbalza sui social network e diventa virale. Una voce che neanche la morte può fermare…

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