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Quando la poesia si addentra in una realtà parallela "giocando" sui riflessi e le rimodulazioni

Nei versi di Alessandro De Francesco una visione a distanza sull’origine di ogni cosa. Andando oltre la vita degli oggetti che non si placa e non si avvera nei nostri desideri. Semmai ne muta la visione


03/12/2018

di Luca Minola


Una distanza che include un distacco, una percezione rinnovabile a ogni verso o frase, lo sguardo di Alessandro De Francesco non si limita a nulla, l’uso virtuoso degli occhi ne La visione a distanza (pagg. 196, euro 16,00) - uscito per Arcipelago Itaca di Osimo nella collana diretta da Renata Morresi - è fondamentale, origine di ogni cosa, vertigine che non può essere risparmiata al mondo. 
De Francesco segna il proprio percorso di lavoro, raccogliendo i due libri precedenti (Lo spostamento degli oggetti e Ridefinizione, con alcune varianti) e altre raccolte ancora inedite in Italia. Stupisce del lavoro di questo autore la finezza e la plasticità del lavoro nel complesso, lontano da qualsiasi tipo di ricerca ripetitiva e atonale, che non tradisce mai il proprio obbiettivo: ridurre la realtà alla pagina scritta. 
I meccanismi, le chiamerei così queste poesie, sembrano creare un unico sistema che si riproduce, creando una realtà parallela che risulta assente, che vive di continui riflessi e rimodulazioni. Andare oltre le cose, oltre la vita degli oggetti che non si placa e non si avvera nei nostri desideri, anzi ne muta la visione: “va contro le cose/ fanno in modo che ci chiediamo se lo svenimento è una prova/ generale della morte se la scatola c’è ancora quando mi giro/ e noi stessi dall’altra parte a sentire l’odore della gente che / passa nel corridoio prima della partenza a socchiudere/ le ciglia di fronte al mare dietro la porta viste da dentro/ come le ali degli insetti”. 
Se queste sono le immagini che continuano a esistere, a ossessionarci nelle opportunità di noi che si estinguono, dobbiamo rimanere in attesa di notizie, di poter attraversare territori conosciuti e sconosciuti: “siamo abitati dall’immagine di un buio in cui i colori/ continuano ad esistere coincidono con la presenza non/ si moltiplica questo concetto di buio fa pressione con/ le dita sugli occhi serrati e territori bioluminescenti si/ formano tra palpebra e cervello”. 
Ancora le cose che creano continue vulnerabilità o cresciuti desideri che si possono azionare solo con la vita, con noi come elementi di attraversamento, di rotte sconosciute ma già davanti a noi. Sicuramente il lavoro di De Francesco vive di sperimentazione (soprattutto nella parte centrale del volume, fra spazialità estrema e identificazione di singole parole), ma anche di battiti lenti che sembrano ascoltati sui fondali della percezione, in questo lo spazio dell’autore stesso si forma e diventa fluido come lo stato di ogni cosa. 
Poesie come pellicole, come proiezioni di lungaggini, di sbalzi a vuoto. Il poeta sembra abitato dalla propria visione che alterna lontananza e vicinanza, amore e stretto distacco: “di fronte al mare/ qualcuno sta indicando uno spazio/ che si trova fuori dallo schermo/ ci sono abeti e palazzi/ ai lati della strada”. 
De Francesco ha sicuramente letto molto, gode di certe e profonde tradizioni, in questo caso a doppio binario: poesia francese e italiana. Si è certamente accostato ad alcuni autori, farei due nomi su tutti: André DuBouchet (quasi sconosciuto in Italia) e Antonio Porta, dico questo perché giustamente gli stili si confondono e creano altro, pronunciando la vera e propria voce dell’autore, ben identificabile, che si scalda pagina dopo pagina in movimenti certi. Le varie possibilità si attuano sempre in scadenza, anche per De Francesco quando il quotidiano non si offre all’astrazione, quando resta in bilico e diventa imprescindibile comunicazione di immagini: “il pomeriggio è proiettato sulla stoffa/ l’occhio opaco/ dell’animale fissa la camera/ l’uva è quasi trasparente/ scoppia la membrana della bottiglia obliqua/ e collassano gli oggetti/ che avevamo disposto/ dentro al piano sequenza”. Le spaziature all’interno dei versi sono consolidamenti, gli spazi bianchi simulano distanze da compiere, da verso a verso, da reazione a reazione colgono la mancanza e proiettano la lingua in campo aperto, nelle possibilità. 
Questo per apparire potrebbe bastare ma l’universo di De Francesco deve anche esistere, consolidarsi continuamente, per questo più si allontanano gli oggetti più noi crediamo alla loro esistenza, ai loro spigoli, alla polvere che creano, ai loro fragili movimenti notturni, assecondiamo la loro esistenza per attuare la nostra: “la luce pomeridiana/ filtra dalle tapparelle semichiuse/ obliqua nel frigorifero/ e gli alberi fuori senza foglie”.

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