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Quando le privazioni e i soprusi ti possono aiutare a crescere

Francesco Formaggi ci trascina, nel primo Dopoguerra, in un collegio per bambini dove l’umanità non esiste. Semmai a tenere banco è l’orrore


08/05/2017

di Catone Assori


Lo ammetto. Il mio giudizio su Il cortile di pietra (Neri Pozza, pagg. 300, euro 18,00), un romanzo che è un vero e proprio atto di accusa firmato da Francesco Formaggi, è risultato subito condizionato dai contenuti. Duri, violenti, inaccettabili. Poco credibili per le ultime due generazioni. Tanto da poter indurre a ritenere che si tratti di esagerazioni narrative. Ma per chi come me ha vissuto quei periodi risulta certamente credibile. Con il ricordo ancora vivo (e si trattava non di un collegio, ma di una scuola pubblica gestita dalle Canossiane) delle sberle nelle orecchie che ti venivano rifilate, se solo fiatavi, dalla corpulenta madre Laura, oppure - cosa ancora più grave - quando, in prima elementare, una certa madre Oriele, una specie di Kapo uscita dai campi di concentramento nazisti, rifilava ai suoi alunni punizioni da manuale. Come mettere in ginocchio i bambini sui gusci rotti delle noci. E altre amenità del genere.
E guai a parlarne a casa, perché altrimenti erano dolori. Certo, oggi si esagera al contrario, e anche questo è un male per i ragazzi, che avendole tutte vinte finiscono per lasciarsi andare al primo calcio nel sedere preso dalla vita. Ma allora, quando il Secondo conflitto mondiale era appena finito e si era usciti da incredibili privazioni, si viveva ancora alla giornata: il mangiare bastava a malapena per sopravvivere, l’acqua inquinata si tirava su dai pozzi che raccoglievano gli scarichi dei tetti, la luce era rappresentata da un moccolo di candela che bisognava spegnere al più presto perché costava troppo, il freddo d’inverno era insopportabile. Senza trascurare il fatto che le macerie dei bombardamenti ti ferivano i piedi scalzi perché le scarpe chiodate le potevi portare soltanto nelle occasioni speciali perché si rompevano troppo in fretta.
Ecco, il romanzo di Formaggi (una specie di saggio romanzato, amaro e violento su quel periodo tutto da dimenticare, seppure segnato da una grande voglia di riscatto) colpisce duro, alla stregua di un cazzotto allo stomaco. E fra l’altro non manca di sorprendere, in quanto scritto da un autore che quegli anni infami - essendo nato nel 1980 in provincia di Frosinone - non li ha vissuti nemmeno in cartolina. Un lavoro peraltro frutto dell’amicizia con Francesco Mario Ascenzi, «un uomo di grande sensibilità, un maestro di vita», colui che gli ha regalato la scintilla per raccontare questa storia che peraltro non ha fatto in tempo a leggere. E appunto per questo il romanzo gli è stato dedicato.
Per la cronaca, la trama si dipana nell’Italia rurale dell’immediato Dopoguerra. Dove un povero contadino, alle prese con la fame, con una moglie spesso malata e con un tetto che sta per crollare, è costretto a separarsi dal figlio Pietro di appena sei anni, perché una bocca in meno da sfamare è già qualche cosa sulla strada della sopravvivenza. Così il piccolo viene sradicato dalle sue radici per finire in un collegio di suore. E mentre l’ispettore incaricato lo conduce su un carro cigolante verso il suo nuovo destino, il bambino spera di poter tornare presto a casa non appena la madre sarà guarita e il padre sarà meno povero.
Come da sinossi, quel collegio da lontano ricorda un cimitero, con l’alto muro di pietra dietro al quale svettano gli alberi. E dentro ancora peggio: tutto è sporco, freddo, trascurato, quasi marcescente, e le suore, soprattutto quelle anziane, sono donne dall’animo gelido, indifferenti e severe. Nel refettorio, silenzioso e cupo, viene servito cibo rancido, ma chi prova a lamentarsi o a protestare resta a digiuno. I pavimenti sono neri e appiccicosi sotto le scarpe, le pareti sembrano unte d’olio e c’è sempre un tanfo terribile. Nelle mattine d’inverno il gelo punge sulle ginocchia come aghi di pino e, poiché non ci sono bracieri per riscaldarsi, le mani tremano al punto che non riescono nemmeno a intingere i pennini nell’inchiostro.
Non bastasse, le suore non esitano a infliggere punizioni e cinghiate («Ogni colpo di cinghia, nella mente dei bambini, faceva il rumore di un tuono, le palpebre sussultavano, la testa incassata nelle spalle tremava») e, all’occorrenza, non mancavano di rinchiudere i bambini nella torre. Per sopravvivere agli orrori del collegio, Pietro stringe quindi amicizia con Mario, un ragazzino sveglio e intelligente. Nonostante sia più grande di un anno, Mario ha il corpo minuto ed è più basso degli altri bambini della sua età, come se non fosse cresciuto abbastanza.
Le suore - eccezion fatta per la dolce suor Tabata, unica pecora bianca in un gregge di nere, colei che a volte sorrideva a Pietro e gli parlava della casa di campagna dov’era cresciuta, del frutteto in fiore… e lui a lasciarsi cullare da quella voce - Mario lo chiamano la peste, per via del suo spirito ribelle che, più di una volta, lo ha portato a tentare la fuga. Ma è stato sempre riacciuffato e picchiato. Tuttavia Mario non è tipo da arrendersi, fino al giorno in cui una punizione più dura del solito segnerà duramente il fisico del bambino. Solo allora Pietro si renderà conto di dover mettere da parte la paura e scoprire il coraggio se vuole salvare l’amico e ritrovare la libertà.
Che dire: a quattro anni dalla pubblicazione del noir Il casale, Formaggi - che ha studiato Filosofia estetica all’Università di Bologna, dove ha iniziato a scrivere i suoi primi racconti - torna sugli scaffali con un romanzo di intrigante leggibilità. Un lavoro che si dipana nell’inquietudine degli spazi chiusi; che si raffronta con religiose «logore, stanche e gelide come gli stanzoni su cui vigilano»; che si avventura con scaltrezza narrativa nel privato, sensibile e curioso, di un bambino a cui è stato tolto tutto tranne la voglia di vivere. Un libro certamente amaro, che parla di soprusi, di privazioni e di segreti. Ma anche di una amicizia che rappresenta il sale della vita e, se vogliamo, della sopravvivenza.

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