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Quanti altri inverni risulteranno segnati dai segreti e dall’invidia, dal ruolo del denaro e da quello del potere?

Nel graffiante mirino di Massimo Carlotto l’imprenditoria del Nord. A intrigare anche un’antologia firmata da venti fuoriclasse e una chicca del rimpianto Frédéric Dard


05/07/2021

di MAURO CASTELLI


Un numero uno fuori dalle righe. Capace di catturare e intrigare mentre ti racconta il suo passato; graffiante e avvelenato quando si addentra fra le sue intriganti storie. Ovvero Massimo Carlotto, drammaturgo, giornalista, saggista, fumettista, sceneggiatore con qualche prova da attore al seguito, ma soprattutto scrittore di noir e hard boiled. Una penna di caratura internazionale - i suoi lavori sono stati tradotti, fra l’altro, in Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Romania, Stati Uniti - che aveva debuttato sugli scaffali con quello che non ti saresti mai aspettato: Il fuggiasco, storia romanzata del suo periodo di latitanza dalla quale, nel 2003, sarebbe stato tratto anche un film diretto da Andrea Manni e interpretato da Daniele Liotti. 
Latitante, si diceva. La qual cosa non deve sorprendere in quanto si era trovato a vivere - accusato di omicidio - una brutta quanto controversa avventura fra carcere e aule giudiziarie. Una storiaccia che, per la sua gravità, l’avrebbe segnato nel profondo. 
Successe - riprendiamo da quanto ci aveva raccontato tempo fa - che il 20 gennaio 1976 il giovane Massimo, allora militante di Lotta Continua e giocatore di rugby, si trovasse a passare in bicicletta davanti alla villetta bifamiliare dove abitava sua sorella. Avendo sentito delle grida, era entrato nell’appartamentino contiguo a quello appunto della sorella (la porta era aperta) scoprendo una ragazza, che conosceva solo di vista, seminuda, accoltellata e agonizzante. Massimo aveva cercato di soccorrerla, si era sporcato di sangue e poi, spaventato, era fuggito. Tuttavia, dopo aver raccontato il fatto a due amici, si era presentato spontaneamente ai Carabinieri.
A quel punto, accusato di omicidio aggravato, era finito in carcere e avrebbe dovuto affrontare una vera e propria odissea giudiziaria durata, fra assoluzioni, condanne e latitanza, la bellezza di 17 anni. Complice, probabilmente, la sua appartenenza alla sinistra extraparlamentare, ma anche il suo stesso comportamento (“I miei difensori me l’hanno sempre detto: sono stato il peggior nemico di me stesso, in quanto non avevo alcuna intenzione di fare quello che volevano i giudici. Oggi, essendo più maturo, agirei diversamente…”). Insomma un lungo calvario noir che si sarebbe concluso il 29 gennaio 2004, più di undici anni dopo l’ultima sentenza, quando ottenne la riabilitazione dal Tribunale di Cagliari, riacquistando pienamente tutti i diritti civili e politici 
Di fatto un inizio non certo nato sotto una buona stella per Massimo Carlotto (nato a Padova il 22 luglio 1956 e sposato con Colomba Rossi, direttore editoriale della collana Sabot|Age delle Edizioni e|o, dalla quale ha avuto un figlio, Giovanni, che ora ha diciotto anni e mezzo), ma che strada facendo l’avrebbe portato a combattere, e vincere, su più fronti. Tanto da proporsi oggi come uno dei numeri uno della nostra narrativa di settore. 
Lui che proprio in questi ultimi tempi ha dato alle stampe, per i tipi della Rizzoli, il romanzo E verrà un altro inverno (pagg. 230, euro 16,50), una storia a più voci, segnata da molti segreti nonché dall’invidia e dal denaro che divide (“Denaro e potere rappresentano sempre dei moventi. Non a caso la corruzione in Italia è stata al traino di reati tremendi, anche se gli interessati si autoassolvono, considerandosi persone perbene”). Una storia che si rapporta “con la grettezza di un certo tipo di imprenditoria del Nord che ha spremuto molti territori e rovinato il tessuto sociale per poi lavarsene le mani”. 
E per quanto riguarda la trama? A tenere la scena Bruno Manera e Federica Pesenti, una coppia all’apparenza felice. Lui è un ricco cinquantenne, lei di anni ne ha soltanto trentacinque ed è l’erede di una dinastia di imprenditori della “valle”, operoso distretto del Settentrione (che potrebbe essere piemontese, veneto o bergamasco”, poco importa) dove dominano i maggiorenti, l’élite dei capitani d’industria che ha costruito l’ordine del duro lavoro per tanti, del profitto per pochi e delle menzogne per tutti. 
Su insistenza di Federica (“una donna conflittuale, cresciuta in un certo ambiente che subisce; che ha un padre padrone, un amante e un uomo al suo fianco che non ama, ma di cui scoprirà il valore soltanto dopo…”), il marito accetta di trasferirsi in paese, varcando la frontiera invisibile della provincia profonda. Ma quando Manera comincia a subire una serie di gravi atti intimidatori, la situazione precipita (detto per inciso, sarà brutalmente assassinato). 
Ad aiutarlo c’è solo Manlio Giavazzi, un vigilante dalla vita sfortunata, convinto che certe faccende vadano risolte tra paesani. Poi il caso gioca un tiro mancino e in una girandola di fulminanti colpi di scena scivoliamo nelle pieghe di un mondo marcio - il nostro - in cui l’amicizia è il vincolo di un’associazione a delinquere, l’amore una speculazione, il matrimonio un campo di battaglia, la solidarietà tra conterranei un patto d’omertà e la famiglia una connection criminale. 
Come da note editoriali, Massimo Carlotto “strappa la maschera a personaggi avvelenati dagli inganni delle loro doppie vite, perché l’avversario è chi ti dorme accanto e il nemico è colui di cui ti fidi. Nel segno della fatalità sovverte la logica del poliziesco, mostrando senza reticenze la ferocia inconfessabile della brava gente e inchiodandoci all’enigma che nessuna detection può risolvere: il mistero di chi siamo davvero”. 
Detto del libro, di intrigante quanto piacevole lettura, che altro su Massimo Carlotto? Un personaggio fuori dalle righe, che colleziona libri fotografici e che non disdegna di picconare tutto quello che ritiene sbagliato (che si tratti di chiesa, di politica, di servizi segreti o di scandali), ma anche disposto a misurarsi con le più diverse sfide narrative: “A me piace cambiare e sperimentare in quanto in questo modo si riesce a crescere”. 
Ed è appunto in quest’ottica che, passo dopo passo (“Avevo iniziato a leggere romanzi polizieschi in carcere, nei quali paradossalmente vinceva però sempre il bene”), sarebbe arrivato al thriller “invogliato, o meglio indirizzato, dal criminologo e psichiatra salernitano Corrado De Rosa, che si occupa - in termini di perizie - di relazioni fra follia e mafia”. 
Che altro? Un lettore onnivoro, Carlotto, malato di saggistica storica, che non riesce a resistere ai suggerimenti dei librai, ricordando che dopo il successo ottenuto con Il fuggiasco, aveva pubblicato, fra gli altri, Le irregolari (romanzo autobiografico e di inchiesta ambientato in Argentina), Arrivederci amore ciao, L’oscura immensità della morte (un lavoro incentrato sul tema della vendetta e del possibile perdono, dal quale è stato tratto uno spettacolo teatrale) e la lunga serie di romanzi imbastita a su Marco Buratti, detto l’Alligatore, un ex cantante di blues con la passione per il Calvados. Un’esperienza che lo avrebbe portato a confrontarsi, complice la sua esperienza di vita, “con la fragilità degli ex detenuti e l’ossessione per la giustizia”. 
Ma c’è dell’altro frutto della sua penna, allargato al teatro, alla saggistica, alla Graphic Novel: un lavoro per i ragazzi, Cocaina, scritto a sei mani con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo, mentre con Marco Videtta avrebbe dato alle stampe il ciclo di quattro romanzi intitolato Le vendicatrici (alias Ksenia, Eva, Sara e Luz). Lui che strada facendo ha collezionato premi, cone il Scerbanenco e il Grinzane Noir, ha sfiorato il podio in Francia al Grand prix de littérature policière, quindi si è aggiudicato il Premio del libraio città di Padova, oltre a risultare finalista del Bancarella e degli Edgar Allan Poe Awards. Insomma, un bel pedigree, non c’è che dire.  
 

E già che stiamo parlando di Massimo Carlotto, come non citare l’antologia di racconti che lo vede protagonista assieme ad altri diciannove numeri uno, i cui nomi spaziano dal passato al presente, da Gustave Flaubert a Italo Svevo, da Edgar Allan Poe a Carolina Invernizio, da Charles Dickens a G.K. Chesterton, da Arthur Conan Doyle a Luigi Pirandello, da Leonardo Sciascia a Maurizio de Giovanni e Andrea Camilleri, per non parlare di un regalino extra firmato da un certo… Alfred Hitchcock? 
Raccolta intitolata L’occhio dell’asssassino. Un viaggio nella mente criminale nei racconti di 20 maestri (Bur Rizzoli, pagg. 414, euro 15,00), peraltro curata da quell’eclettico personaggio che è Luca Crovi. Il quale, in una effervescente introduzione, ci spiega il come e il perché delle sue scelte, ricordando, ad esempio, come Agatha Christie fosse certa che dietro ognuno di noi si nasconda un potenziale assassino. Mentre Sigmund Freud sosteneva che l’uomo, al contrario degli animali, spesso non uccide per sopravvivenza ma per il puro piacere di farlo. 
Di fatto, quando leggiamo la storia di un killer, di un criminale, sono le zone oscure della sua mente a tenerci incollati alla pagina, sono le sue perversioni l’oggetto della nostra inconfessabile attrazione. Guardare la realtà attraverso gli occhi di un omicida significa non avere più filtri con il Male, significa scoprire che può annidarsi ovunque, anche dentro di noi. 
In buona sostanza questa antologia ci porta, racconto dopo racconto, proprio lì, al confine dove i buoni si specchiano con i cattivi, mettendoci di fronte al più terribile dei segreti: quando la persona più innocente può assumere il volto di un omicida. 
Fermo restando che gli autori proposti sono stati selezionati con uno scopo ben preciso: quello di farci immedesimare nell’impero del Male, misurandoci con lo sguardo dei malvagi, vestendone i panni, facendone dei veri protagonisti. Così incontriamo il Capitan Assassino di Dickens, i ladri di cadaveri di Stevenson, il detenuto n. 82 di Conan Doyle, la casalinga ingrigita di Maurizio de Giovanni che si confronta con il commissario Ricciardi, “la primula rossa di Corleone” di Camilleri... 
Insomma, un viaggio infernale che si nutre degli autori che hanno inventato e reso grande il genere e che arriva fino a oggi, consegnando al lettore piccoli capolavori inaspettati: da Hoffmann a Sciascia passando per Flaubert, Poe, Svevo e Hitchcock, per chiudere con un racconto inedito di Massimo Carlotto dedicato agli ultimi istanti di vita di Charlie Starkweather, il James Dean dei serial killer, al quale Springsteen ha dedicato la canzone Nebraska
Per dirla alla Luca Crovi, “dopo aver letto le storie contenute in questa antologia, forse anche voi guarderete il mondo con altri occhi, e se incrocerete certi sguardi, magari vi noterete anomale pulsioni. Ma l’occhio dell’assassino non sempre è trasparente e non sempre mostra l’eco del gesto compiuto o segnala in anticipo quello che compirà”.

L’ultimo suggerimento per gli acquisti risulta legato alla penna del rimpianto fuoriclasse Frédéric Dard, sugli scaffali - sempre per i tipi della Rizzoli - con I bastardi vanno all’inferno (pagg. 189, euro 14,00, traduzione di Elena Cappellini), un impietoso lavoro inizialmente scritto per il teatro, in seguito approdato sul grande schermo per mano di Robert Hossein, infine diventato romanzo nel 1956, quando venne pubblicato per i tipi della Fleuve Noir. 
Frédéric Dard, si diceva, all’anagrafe anche Charles Antoine, nato il 29 giugno 1921 a Jallieu, in Francia, e morto il 6 giugno 2000 a Bonnefontaine, in Svizzera. Un autore fra i più prolifici della narrativa d’Oltralpe, con circa quattrocento titoli all’attivo, 184 dei quali dediti alle avventure del commissario Sanantonio, detto Sanà. Uno straordinario personaggio, alla James Bond per intenderci (è infatti membro dei servizi segreti francesi), che riesce immancabilmente a risolvere anche i casi più complessi grazie all’aiuto di due colleghi altrettanto ben caratterizzati: il vecchio, saggio quanto stucchevole, ispettore César Pinaud e l’altro ispettore Alexandre-Benoît Bérurier. 
Si tratta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, di lavori caustici, graffianti e al limite dell'inverosimile, che talvolta sconfinano nella spy story e nel romanzo d'azione. Romanzi che si bevono d'un fiato e che si nutrono di uno humour inarrivabile, a volte supportati da esplicite concessioni all’erotismo, sempre accreditati di un linguaggio, ricco quanto innovativo, dalle tinte forti. 
La qual cosa non deve stupire, vista la vena irriverente, dissacrante e soprattutto ironica di Dard. Un autore capace di scavare come pochi altri nel profondo della natura umana, fra colpi bassi e inaspettati colpi di scena. Una penna che Le Figaro ha ritenuto imparentato, narrativamente parlando, con quella del grande Georges Simenon, mentre Le Monde ne ha sottolineato “il cocktail micidiale di violenza, passione e morte” che sa mettere in scena. 
La trama de I bastardi vanno all’inferno è ovviamente ambientata negli anni Cinquanta, anno di pubblicazione del romanzo, in un luogo imprecisato nel Sud della Francia. Dove due uomini, agli antipodi, sono stati chiusi nella stessa, minuscola cella. Il primo è una spia, il secondo un poliziotto sotto copertura con il compito di rubare informazioni al compagno di galera. Entrambi hanno molto da nascondere e pertanto non possono sbagliare una risposta. 
Questo rapporto teso, nutrito dal sospetto e in bilico tra calcolo e aggressività, si complica quando Frank e Hal sentono emergere, inaspettatamente, qualcosa che somiglia a un’amicizia, un desiderio, quasi loro malgrado, di affidarsi l’uno all’altro. E nel momento in cui questi due poveracci (perché in fondo tali sono) decidono di evadere la loro sorte sembra segnata, ma l’entrata in scena di Dora, una bionda enigmatica in cui incappano durante la fuga, cambierà tutto. Perché, rinchiusi tra quattro mura, tutti gli uomini finiscono per assomigliarsi. E una volta fuori, chi può dire quale dei due sia il poliziotto e quale la spia? 
Insomma, Frédéric Dard non è stato solo lo scrittore del sorriso e della vena dissacratoria, ma anche un autore che ha spaziato (a fronte di numerosi altri pseudonimi) nel campo del romanzo psicologico e delle novelle, oltre che della sceneggiatura e della drammaturgia. Come ha peraltro tenuto a precisare Marco Malvaldi, un penna nostrana che dell’ironia e dell’approfondimento leggero si propone maestro, nel corso della presentazione di questo libro a una platea interessata, ovvero ai librai di Modena e di Bologna.

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