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Quattro famosi scrittori, una casa infestata dai fantasmi e il terrore è assicurato

Dalla penna dell’americano Scott Thomas una strana notte di Halloween. Nel segno del mistero anche le proposte di Laura Marshall e Giuseppina Torregrossa


16/12/2019

di Mauro Castelli


Per chi ama giocare duro, puntando sul mistero e l’irrazionale, ma anche su morti che non sono morti, il piatto è servito. A farsene carico, in un thriller definito da alcuni critici spaventoso (di quelli alla Shining, il romanzo scritto nel 1977 da Stephen King e travasato tre anni dopo sul grande schermo dal regista Stanley Kubrick), è stato l’americano Scott Thomas, nato a Coffeyville, in Texas, e che attualmente vive a Los Angeles con la famiglia composta dalla moglie Kim (“Che ha vissuto questa mia follia narrativa con grazia e pazienza”) e dalle figlie, “esuberanti e creative”, Aubreay e Cleo. Lui co-creatore ed executive producer delle serie Best Friends Whenever (Disney Channel) e di Randy Cunningham: 9th Grade Ninja (Disney XD). 
Una penna che è stata al servizio anche di Cartoon Network, Nickelodeon e Abc Family, mentre per Mtv ha co-sceneggiato la trilogia horror My Super Psycho Sweet 16. Inoltre nel suo carnet creativo va segnalata una nomina a un Daytime Emmy per la sceneggiatura di R.L. Stine’s The Hounting Hour
Di fatto una penna tagliente - che gronda di paura e di mistero, di orrore e di terrore all’insegna della semplicità - al suo debutto sugli scaffali delle librerie con Kill Creek (Rizzoli, pagg. 506, euro 19,00, traduzione di Roberto Serrai), un thriller candidato ai Bram Stoker Awards e che è stato opzionato per una serie televisiva che si avvarrà della regia di Scott Derrickson (Doctor Strange, The Exorcism of Emily Rose). “Un lavoro - a detta dello stesso Thomas - la cui prima bozza l’avevo scritta oltre dieci anni fa e che a nessuno sembrava interessare visto che ero giovane e sino ad allora avevo lavorato principalmente nei reality show e nella televisione per bambini”. 
Detto questo non aspettatevi un capolavoro nel senso stretto del termine, ma certamente un testo che cattura e intriga non tanto per la sua originalità (l’idea alla base del racconto, ovvero quella di una casa abbandonata, infestata e, se vogliamo, maledetta, non rappresenta infatti una novità narrativa) quanto per la capacità dell’autore di far apparire tutto semplice e lineare. A partire dalle prime battute: “Nessuna casa nasce cattiva. Sono quasi tutte concepite con affetto, perfino con amore. E nemmeno quella in questione fa eccezione, non avendo ospitato né una strega né uno stregone. Semmai l’aveva edificata con le proprie mani, nel 1859, un uomo solitario con l’aiuto, ogni tanto, di qualche amico…”. 
La casa in questione è ubicata in fondo a una strada sterrata, nel cuore del Kansas, e la sua storia viene raccontata per filo e per segno nei primi capitoli. Così scopriamo che nel presente è finita nel portafogli delle sorelle Finch, che per molti anni l’hanno lasciata vuota, abbandonata, soffocata dalle erbacce. Adesso però “la porta sta per essere riaperta. Ma qualcosa, o qualcuno, aspetta nel profondo delle sue ombre, e non vede l’ora di incontrare i suoi nuovi ospiti…”. 
Per farla breve: quando Sam McGarver, autore di bestseller horror, viene invitato a trascorrere la notte di Halloween in una delle case infestate dai fantasmi più famosa del mondo, accetta con riluttanza. Se non altro, non sarà solo: con lui ci saranno (l’uno all’insaputa dell’altro però) altri tre acclamati maestri del macabro, scrittori che come lui hanno contribuito a tracciare la mappa moderna di questo genere letterario. Ma quella che inizia come una trovata pubblicitaria si trasformerà in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. In effetti l’entità che hanno risvegliato li segue, li tormenta, li minaccia, fino a farli diventare parte della sanguinosa eredità di Kill Creek. 
Ovviamente a tenere la scena in questa misteriosa dimora saranno, oltre agli angoli bui che la angustiano, i vecchi penetranti fantasmi del passato sui quali dovranno far di conto i diversi personaggi, più propensi ad ascoltare che a raccontare. Fantasmi che, fra brindisi e amare risate, finiranno per diventare i veri protagonisti della storia… 


A questo punto un gradito ritorno: quello dell’inglese Laura Marshall, che abbiamo imparato a conoscere attraverso le pagine del suo primo graffiante romanzo, Friend Request - Richiesta di amicizia, una storia dal taglio psicologico (“In effetti - tiene a precisare - sono una fan di questo tipo di romanzi, a partire da quelli firmati da Paula Hawkins, Nicci French, Sophie Hannah e Erin Kelly, autrici che hanno avuto una grande influenza sulla mia scrittura”); un lavoro che racconta un qualcosa che potrebbe succedere a tutti: ricevere una richiesta di amicizia su Facebook dalla persona sbagliata. Un successo internazionale tradotto o in corso di traduzione in 18 Paesi, finalista al Bath Novel Award e al Lucy Cavendish Fiction Prize, prestigiosi premi riservati ad autori esordienti. 
E della Marshal, nata nella contea di Wiltshire e attualmente di casa con la famiglia nel Sussex, Piemme propone il suo atteso secondo libro: Tre piccole bugie (pagg. 340, euro 18,90, traduzione di Cristina Ingiardi), un thriller compulsivo “da far rizzare i peli sulle braccia” e da leggere d’un fiato “perché nulla è più potente di una bugia. Anzi, di tre”. Con un paio di inquietanti interrogativi al seguito: Quando riuscirai a liberarti del passato? E se fosse già troppo tardi? 
Un avvincente testo di formazione imbastito - citando le parole della stessa Marshall rilasciate nel corso di una intervista - “su una giovane donna di nome Ellen, la cui migliore amica scompare. La polizia non la prenderà sul serio, ma un evento traumatico (peraltro condiviso) del loro passato evidenzia che Ellen ha buone ragioni per essere preoccupata. Mentre la storia scorre su due piani temporali diversi, tra l’adolescenza e il presente, la verità completa di quello che era successo quella notte verrà lentamente rivelata”. 
Briciole di trama, queste, completate nella seconda di copertina: “Difficile pensare a che cosa sarebbe stata la tua vita senza Sasha North, la fascinosa, carismatica cattiva ragazza che ha plasmato la tua adolescenza. Un’amicizia pericolosa, certo. Oggi forse puoi chiamarla così. Eppure ti sei sempre sentita così bene a essere sua amica, a essere illuminata da lei e dalla sua luce speciale. Eccome se ha cambiato la tua vita, Sasha North”. 
Ma adesso che lei è scomparsa senza lasciare tracce dall’appartamento di Londra che stavano condividendo? “Gli altri, quelli che la conoscono meno bene di te, diranno che è scappata volontariamente, che non vuole farsi più trovare. Ma tu la sai più lunga. In fondo vi conoscete da quando eravate ragazzine, quando Sasha e la sua famiglia portarono vitalità e colore nella vita tua e dei tuoi amici. Finché quella notte maledetta tutto cambiò. E tu sai esattamente cosa successe quella notte. Sai quali sono i tre piccoli grandi segreti, le tre piccole grandi bugie che sconvolsero per sempre la vostra innocenza. E sai anche che c'è qualcuno che, dopo tutti questi anni, sta ancora cercando vendetta. Ma allora, se Sasha è scomparsa... vuol dire che la prossima sarai tu?”. 


L’ultima proposta di lettura risulta legata alla penna della siciliana Giuseppina Torregrossa (è infatti nata a Palermo il 21 agosto 1956), una scrittrice - madre di tre figli - per certi versi tardiva nonostante la passione per la scrittura gliela avesse instillata sua madre quando aveva soltanto dieci anni e la spingeva a migliorare il suo modo di esprimersi. Sta di fatto che in seguito avrebbe iniziato a “buttare giù cose”, ma senza mai pensare di pubblicarle. Sin quando, spinta da amici, avrebbe debuttato in libreria all’età di 51 anni con il romanzo L’assaggiatrice, dopo aver lavorato a lungo presso la clinica ostetrica del Policlinico Umberto I di Roma, forte della sua laurea in Medicina e chirurgia con specializzazione in Ginecologia. 
Un lavoro, L’assaggiatrice, pubblicato da una piccola casa editrice, L’Iride, che non sarebbe passato inosservato, tanto è vero che il successivo romanzo, Il conto delle minne, sarebbe arrivato sugli scaffali per i tipi della Mondadori, con diritti venduti in una decina di Paesi. E proprio la Mondadori ha ora dato alle stampe il suo ultimo libro, il decimo della serie, intitolato Il sanguinaccio dell’Immacolata (pagg. 240, euro 18,50), dove l’autrice ripropone Marò Pajno, che era comparsa per la prima volta - nel 2012 - nel ruolo di commissaria in Panza e prisenza
A conti fatti un ulteriore viaggio nel mondo femminile siciliano, benedetto da cibo e ricette per insaporire la storia (“Il cibo è l’elemento portante dalla vita di tutti e scrivere è un modo di cucinare insieme parole, in quanto dentro ci sta di tutto”), oltre che arricchito dell’utilizzo - Camilleri insegna - di una raffica di termini gergali tradotti in un apposito glossario per chi isolano non è. Fermo restando che mutu cu sapi u joco, in altre parole “chi conosce il gioco stia zitto”. 
Ma veniamo alla sinossi. Tutti gli anni, dal sette dicembre al sette gennaio, Palermo è in preda al demone del gioco: aristocratici, borghesi e modesti cittadini, giovani, vecchi e bambini sono vittime della medesima febbre. Sul tavolo verde si impegnano esigui risparmi o ricchi patrimoni nell’irrinunciabile rito collettivo delle feste invernali. 
Marò Pajno sta attraversando un periodo difficile, e il freddo che sente dentro non è legato solo alla pioggia che affligge senza sosta la città: da pochi mesi la sua storia con Sasà è finita - mentre la madre si ostina a chiederle ogni volta che la vede perché non mette su famiglia - e, assodato che “la fimmina insoddisfatta mangia”, lei si è pian piano lasciata andare e ora si trova a fare i conti anche con qualche chilo di troppo. Come se non bastasse, il questore Bellomo, che le appare come un “damerino” interamente votato alla carriera, continua a stuzzicarla con rimbrotti e inviti a prendersi cura di sé, suscitandole un misto di fastidio e curiosità. 
In tale contesto poteva mancare un omicidio? Ci mancherebbe. All’alba dell’Immacolata viene infatti trovato il cadavere di Saveria, giovane pasticciera figlia del boss Fofò Russo. Il questore ordina alla dottoressa Pajno di indagare su un delitto che in apparenza non ha alcun legame con il nucleo antifemminicidio che lei dirige. Marò è costretta a ubbidire, ma presto si accorgerà che troppe cose non tornano: è strana una rapina prima dell’apertura, quando la cassa è vuota, ma soprattutto chi mai a Palermo oserebbe prendere di mira la pasticceria Perla, di proprietà di un potente boss? 
Poco a poco la nostra vicequestora troverà la grinta e la passione necessarie all’indagine, cercherà indizi nella famiglia della vittima e, intrufolandosi nelle maglie di un sistema tanto articolato quanto assurdo, arriverà a sfidare apertamente Fofò Russo, scoprendo che la battaglia di una donna non può che essere condotta a nome di tutte. 
Che dire: un lavoro accattivante e ben giocato, che cattura, intriga e se vogliamo induce anche alla riflessione; che ci porta a far di conto con un’isola difficile, ricca di contrasti: una terra impregnata però di un tessuto umano significativo. Tutto bene, quindi? Sì, eccezion fatta per un solo peccato veniale: quello di capoversi eccessivamente lunghi, che finiscono per pesare in termini di lettura. 
A titolo di cronaca ricordiamo che nel 2008 Giuseppina Torregrossa, con il monologo teatrale Adele, aveva vinto il premio opera prima "Donne e teatro" di Roma. E che in seguito sarebbe stata finalista del Premio Fedeli, per poi aggiudicarsi il Nino Martoglio e il Baccante. 
Che altro? Impegnata nel volontariato, è vicepresidente del Comitato romano dell’Associazione per la lotta ai tumori al seno nonché responsabile del programma di prevenzione dei tumori dell’apparato riproduttivo nel carcere femminile di Rebibbia a Roma e di Termini Imerese, in quel di Palermo.

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