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Quei seimila chilometri di muri che dividono il mondo

Il giornalista e reporter Tim Marshall denuncia il proliferare delle barriere. Ricordando la “lezione” dimenticata della Berlino divisa in due per 28 anni


22/10/2018

di Giambattista Pepi


Il muro di Berlino era un sistema di fortificazioni fatto costruire dal governo della Germania dell’Est per impedire la libera circolazione delle persone tra la zona Ovest della capitale tedesca (appartenente alla Repubblica Federale di Germania) e i quartieri orientali, che facevano parte della Repubblica Democratica Tedesca, alleata con l’Unione Sovietica e sotto la sua influenza. 
È stato giustamente considerato il simbolo della Cortina di ferro la linea di confine europea tra la zona d’influenza degli Stati Uniti e quella dell’Unione Sovietica durante gli anni della Guerra fredda, a sua volta generata dal Piano Marshall, un piano straordinario di aiuti economici approvato dal Congresso americano e servito a far risollevare l’economia dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, favorendo il mantenimento o la ricostituzione della democrazia parlamentare, della libertà delle persone e del libero mercato. 
Il muro, che circondava Berlino Ovest, un’enclave all’interno della Germania Est, divise in due la città di Berlino per 28 anni, dal 13 agosto 1961 fino al 9 novembre 1989. Giorno in cui il governo tedesco-orientale decretò l’apertura delle frontiere con la Repubblica Federale Tedesca, mentre l’Unione Sovietica, guidata dal presidente Michail Gorbaciov, stava disfacendosi e nel giro di qualche anno non sarebbe più esistita. 
Tra Berlino Ovest e Berlino Est la frontiera era fortificata militarmente da due muri paralleli di cemento armato, separati dalla cosiddetta “striscia della morte”, larga alcune decine di metri. In quei tragici anni, secondo alcune fonti, sarebbero state uccise dalla polizia di frontiera della Ddr (la famigerata Grenztruppen) almeno 133 persone (secondo altre, invece, le vittime sarebbero ammontate a 200: alcune catturate e poi assassinate) mentre cercavano di superare il muro che li separava da Berlino Ovest. 
Il 9 novembre 1989, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e a Berlino Ovest sarebbero state permesse; dopo questo annuncio molti cittadini dell’Est si arrampicarono sul muro e lo superarono per raggiungere gli abitanti della Germania Ovest, dall’altro lato, in un’atmosfera festosa. Durante le settimane successive piccole parti del muro furono demolite e portate via dalla folla e dai cercatori di souvenir; in seguito fu usato equipaggiamento industriale per abbattere quasi tutto quello che era rimasto. 
La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tedesca, fortemente voluta dal cancelliere tedesco della Germania Ovest, Helmut Kohl, che, nonostante le proteste e i tentativi di dissuasione operati da Gorbaciov, fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990. 
Questa, in sintesi, è la storia del “muro della vergogna”. Un muro assurto a simbolo di una generazione di persone (i berlinesi), di una nazione (la Germania) di un continente (l’Europa) divisi, contrapposti, lacerati da un passato di orrore e da un presente tragico fino a quando il muro crollò e cominciò un’epoca nuova per la Germania, per Berlino e per l’Europa. Ma è anche in fondo, se ci pensate, la rappresentazione di tutti muri, materiali e virtuali, che dividono il mondo. 
Ma quello del muro di Berlino non è un brutto ricordo di un’epoca passata, di un mondo che non esiste più. L’uomo è infatti tornato a costruire babrriere, a elevare steccati, a imporre frontiere per dividere e separare persone, popoli, nazioni e Stati. 
Nel libro I muri che dividono il mondo (Garzanti, pagg. 270, euro 19,00), Tim Marshall (giornalista e reporter di guerra) ci mette di fronte a una realtà sconcertante e crudele: gli uomini sono tornati a costruire i muri. Eccome. Almeno sessantacinque Paesi, più di un terzo degli Stati nazionali del mondo, ne hanno costruito oltre 6mila chilometri. E metà di quelle erette a partire dalla Seconda guerra mondiale è stata realizzata tra il 2000 e oggi. 
Possibile? Dopo tutto quello che è accaduto?  È una cosa terribile, ma purtroppo vera. E, curiosamente, è proprio l’Europa, il continente dove sono scoppiate le due guerre mondiali, ad avere molti più sbarramenti ai loro confini di quanto non ce ne fossero durante la Guerra fredda. “I primi muri dividevano la Grecia dalla Macedonia, la Macedonia dalla Serbia e la Serbia dall’Ungheria - scrive l’autore nell’introduzione -, e siccome la nostra indignazione diminuiva progressivamente all’aumentare delle distese di filo spinato, ne sono seguiti tanti altri: la Slovenia ha iniziato la costruzione di un muro lungo il confine con la Croazia, gli austriaci hanno isolato la Slovenia, la Svezia ha eretto barriere per impedire agli immigrati clandestini di entrare in Danimarca, mentre Estonia, Lettonia e Lituania hanno cominciato a erigere fortificazioni difensive lungo i confini con la Russia”. 
Un tempo c’erano le recinzioni elettrificate costruite tra Botswana e Zimbabwe, e quelle nate dopo gli scontri del 2015 tra Arabia Saudita e Yemen, la barriera in Cisgiordania fino al mai abbandonato progetto del presidente Donald Trump di alzare un muro lungo tutto il confine tra Stati Unti e Messico. E non appena un Paese si appresta a far nascere un nuovo muro, subito le nazioni confinanti decidono di imitarlo. 
Ma perché sorgono o risorgono i muri? Non è una contraddizione proprio nell’era della globalizzazione e delle tecnologie che dovrebbero favorire il commercio tra gli Stati, le relazioni tra i popoli, i rapporti tra le persone? “Erigiamo barriere per tante ragioni - risponde Marshall - perché siamo divisi in tanto modi: in termini di ricchezza, di razza, di religione e di politica”. Raggrupparsi in tribù, temere gli estranei o reagire istintivamente alle minacce percepite sono comportamenti molto umani. 
“Formiamo legami che sono importanti non solo per la sopravvivenza, ma anche per la coesione sociale (…). I nostri gruppi competono per le risorse, ma c’è anche un conflitto di identità basato su una narrazione che contrappone “noi” a “loro”. Una narrazione, sia detto per inciso, rappresentata efficacemente nel libro Noi contro di loro. Il fallimento del globalismo dell’americano Ian Bremmer, da noi recensito su queste colonne qualche tempo fa. 
Quando nella preistoria l’uomo cessò di essere un cacciatore, e di spostarsi continuamente da un luogo all’altro, per diventare un agricoltore, un allevatore e diventare quindi stanziale, cominciò ad avvertire la necessità di difendersi. Ma da chi? Da coloro che avrebbero potuto metterne a repentaglio la vita, la sicurezza e le risorse acquisite. Fin da allora l’uomo pensò bene di erigere barriere fisiche a protezione della sua tribù, clan, o villaggio o città che fosse. E così nell’antichità sarebbero sorte le barriere (le mura di Troia, di Gerico, di Babilonia, la Grande Muraglia cinese, il Vallo di Adriano), ma anche le fortezze, i castelli e altre strutture avrebbero assolto a questa funzione difensiva. Le barriere, mutatis mutandis, sarebbero giunte fino a noi. La differenza rispetto al passato è che oggi sono dotati di “fari orientabili, corrente elettrica e telecamere a circuito chiuso”. Ma la funzione è sempre quella: dividere, separare, respingere.  
Oggi con la rinascita di forti sentimenti sovranisti e nazionalisti questi muri sono destinati ad aumentare in numero e in altezza. La speranza che l’autore nutre - e noi ci sentiamo di condividere - è che la drammatica tendenza cui stiamo assistendo - tra l’impotenza e l’indifferenza - possa essere al più presto invertita, anche se purtroppo non ne siamo sicuri.  

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