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Quel '68 che doveva cambiare il mondo raccontato da Roberto Gobbi

In un intrigante affresco l’autore si addentra nei meandri del movimento studentesco esploso alla Sorbonne di Parigi e che contagiò l’intero Paese.  Non andò al potere, ma aprì la strada a nuove forme di contestazione e mobilitazione


14/05/2018

di Giambattista Pepi


Il termine Maggio francese o Maggio ’68, designa ed evoca, a un tempo, l’insieme dei movimenti di rivolta che percorsero la Francia nel maggio-giugno 1968. Questi eventi costituiscono un periodo e una cesura significativi nella storia contemporanea francese. Furono caratterizzati da una vasta rivolta spontanea, di natura sociale, politica e anche filosofica, indirizzata contro la società tradizionale, il capitalismo, l’imperialismo e, in prima battuta, contro il potere dominante incarnato in quegli anni da presidente della Repubblica, Charles De Gaulle.  
Scatenati da una rivolta della gioventù studentesca di Parigi che si estese al mondo operaio e, successivamente, a tutte le categorie della popolazione sull’intero territorio nazionale, gli eventi del ‘68 restano il più importante movimento sociale della storia di Francia del XX secolo. 
Nel corso degli eventi si mischiarono il movimento studentesco e il movimento operaio, entrambi di eccezionale ampiezza. Al di là delle rivendicazioni materiali o salariali e della rimessa in questione del regime gollista al potere dal 1958 si trattò di una contestazione di tutte le autorità: da quella dello Stato a quella dei genitori, da quella dei docenti universitari a quella dei datori di lavoro. Una parte del movimento degli studenti delle scuole superiori e delle università rivendicò particolarmente la «liberalizzazione dei costumi», e, al di là di questo, contestò la «vecchia università», la società dei consumi, il capitalismo e la maggior parte delle istituzioni e dei valori tradizionali. 
Roberto Gobbi, per vent’anni caporedattore centrale del supplemento Sette del Corriere della Sera, nel libro con il quale esordisce come scrittore, “Maggio ’68. Cronaca di una rivolta immaginaria” (Neri Pozza, pagg. 173, euro 12,50), ci fa rivivere, giorno dopo giorno, quasi fosse un inviato al fronte, un evento che divampò come un incendio. Tenne in scacco la Francia, fece tremare le fondamenta della V Repubblica, generò un grande sciopero con dieci milioni di persone che si astennero dal lavoro. Si temettero grandi rivolgimenti. Ma non ce ne furono. Il potere, i partiti, i sindacati all’inizio ne furono sorpresi, quasi travolti, ne erano sbigottiti. Quel movimento - che non era né di sinistra (il Partito comunista francese e il suo braccio sindacale, la Cgt, li considerava “borghesi” tanto più che avevano dirigenti di ispirazione libertaria come Daniele Cohn-Bendit) né di destra - non aveva, però, mire eversive dell’ordine costituito; certo lo contestava, ma non intendeva rovesciarlo e sostituirsi ad esso. In realtà era un movimento spontaneo, fortemente idealistico, direi utopico. Ma fu un fuoco fatuo: si spense come si era acceso, in un lasso di tempo breve, come una meteora nel cielo blu di una notte d’estate, disegna una traiettoria e poi svanisce. 
In Francia quei moti acquistarono un tono particolare perché a importanti manifestazioni studentesche si aggiunse il 13 maggio 1968 il più significativo sciopero generale della V Repubblica, che superò quello del giugno 1936. Il movimento paralizzò completamente il Paese per diverse settimane, accompagnandosi a una generale frenesia di discussioni, dibattiti, assemblee generali e riunioni informali che si svolgevano ovunque: in strada, all’interno di organizzazioni, imprese, amministrazioni pubbliche, e poi nelle scuole superiori e nelle università, nei teatri, nei luoghi di aggregazione giovanili e nelle case della cultura. 
Si trattò di un’esplosione sociale, spesso confusa e complessa, a volte anche violenta, ma ancor più spesso ludica e festosa: il maggio ‘68 apparve come un momento di illusione rivoluzionaria lirica, di fede ardente e utopistica nella possibilità di una trasformazione radicale della vita e del mondo. Un riflesso di questo clima fu la proliferazione di graffiti e slogan fantasiosi: «Sous les pavés, la plage» (Sotto i sampietrini c’è la spiaggia), «Il est interdit d'interdire» (Vietato vietare), «Jouissez sans entraves» (Godetevela senza freni), «Cours camarade, le vieux monde est derrière toi» (Corri compagno, il vecchio mondo ti sta dietro), «La vie est ailleurs» (La vita è altrove) e così via. 
Dopo il rifiuto da parte della base, il 27 maggio, degli Accordi di Grenelle conclusi con i sindacati dal suo premier, Georges Pompidou, Charles De Gaulle scomparve per 24 ore il 29 maggio, per andare ad incontrare il generale Massu a Baden-Baden. Al ritorno, riprese l’iniziativa decretando il 30 lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. La stanchezza e il voltafaccia dell’opinione pubblica, che all’inizio era favorevole al movimento, determinarono un maremoto gollista alle elezioni anticipate del successivo 30 giugno. Gli scioperi cessarono progressivamente lungo il mese di giugno e i luoghi deputati della contestazione, come l’Università parigina della Sorbonne e l’Odeon di Parigi, furono sgomberati dalla polizia. 
Nel volume di Gobbi, quasi fosse un palcoscenico, compaiono protagonisti conosciuti, ma anche personaggi insospettabili: dal buon prefetto che governò la violenza evitando il bagno di sangue alla bella mannequin che, per un mal di piedi, perse un capitale e si guadagnò la Storia (la chansonnier cui De Andrè “rubò” la Canzone del maggio), la ragazza che prese marito in mezzo ai lacrimogeni, il sequestrato in fabbrica di Bouguenais, i ladri che vendettero i manifesti della protesta per un pugno di dollari. 
La discussione sul maggio ‘68 ha suscitato fin dal suo nascere molte controversie e interpretazioni divergenti, sia relativamente alle sue cause che agli effetti. È tuttavia indiscutibile - e il libro di Gobbi, a cinquant’anni di distanza da quegli eventi, ci fornisce un contributo per comprendere da vicino questo movimento - che esso abbia aperto la strada alle nuove forme di contestazione e mobilitazione degli anni Settanta: autogestione, ecologia politica, movimenti femministi, decentramento, «ritorno alla terra» e risveglio delle culture periferiche, eccetera. Pur non avendo avuto sbocchi politici in senso stretto, gli eventi di quel periodo ebbero un notevole impatto sul piano sociale e, soprattutto, culturale, e restano alla base di molte conquiste e riforme sociali degli anni successivi, non solo in Francia, ma in tutto il mondo.

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