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Quella memoria della Resistenza che non trova pace

Lo storico Filippo Focardi affronta, in maniera rigorosa e documentata, il tema della lotta partigiana contro i nazifascisti: dalle prime celebrazioni della Liberazione al dibattito storico-politico degli ultimi anni


20/04/2020

di Giambattista Pepi


La Resistenza, o Secondo Risorgimento come è passato alla storia, fu l’insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l’armistizio di Cassibile (firmato il 3 settembre 1943 che proclamò la resa incondizionata agli Alleati e la fine dell’alleanza con la Germania di Hitler) diedero vita alla guerra contro i nazisti ed i fascisti rimasti fedeli a Mussolini per liberare il Paese. 
La Repubblica affonda le radici nella lotta dei partigiani contro i tedeschi che occupavano l’Italia e i fascisti della Repubblica sociale. Pietra miliare di quel processo storico fu la redazione della Carta costituzionale da parte dell’Assemblea Costituente che doveva voltare pagina nella storia della dittatura fascista, della guerra, della resistenza e della liberazione del paese dal giogo degli occupanti tedeschi e dei fascisti e dei repubblichini di Salò. 
L’Assemblea Costituente eletta nel 1946 fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al Comitato di liberazione nazionale. Condivisero la grande responsabilità di scrivere la Costituzione, la Legge fondamentale del Paese, che operò una singolare sintesi tra le diverse tradizioni politiche e la ispirò ai princìpi della libertà, della democrazia e dell’antifascismo. 
Il movimento della Resistenza - inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della lotta contro l’occupazione nazifascista - fu caratterizzato dal coinvolgimento di uomini e donne di diverso orientamento politico: comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, democristiani, liberali, repubblicani e anarchici, per lo più riuniti, come abbiamo ricordato, nel Comitato di liberazione nazionale (Cln),i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra. 
Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all’interno del fenomeno della Resistenza: “guerra patriottica” e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; “guerra” civile tra antifascisti e fascisti e collaborazionisti con i tedeschi; “guerra di classe” con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti. 
Sono trascorsi 75 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, dall’occupazione tedesca e dalla lotta partigiana che aveva dato vita alla Resistenza, eppure la memoria di quegli eventi è ancora viva nel Paese, ma continua a dividere gli italiani, a contrapporli gli uni agli altri. A distanza di tempo, insomma, si riproducono fratture che, al di là, del lavoro encomiabile svolto dagli storici, dai memorialisti, dai giornalisti, non riescono a ricomporsi, dando ogni parte un’interpretazione soggettiva e particolaristica di quelle esperienze certamente tragiche, che hanno avuto allora e in gran parte continuano a riprodurre oggi, effetti non trascurabili sull’assetto politico e istituzionale dell’Italia di oggi, e ostacolano la formazione di una coscienza nazionale civile su quello che fu il Fascismo, la Resistenza e la Liberazione e sulla genesi della Repubblica. 
Filippo Focardi, nel libro La guerra della memoria (Laterza, pagg. 371, euro 14,00), affronta il tema “caldo” e ancora attuale della Resistenza: dalle prime celebrazioni della Liberazione al dibattito storico-politico degli ultimi anni. 
Al di sopra di un universo di memorie frammentate è esistita però anche una memoria pubblica della guerra di liberazione, impostasi come narrazione dominante. Contestata fin dall’immediato Dopoguerra, questa memoria si è trovata negli ultimi anni al centro di un confronto sempre più acceso che ha toccato temi nevralgici: la resa dei conti con i fascisti dopo il 25 aprile, la riconciliazione fra “ragazzi di Salò” e partigiani, la giornata della memoria in ricordo della Shoah, le foibe, Cefalonia. 
“La crisi della memoria della Resistenza e del “paradigma antifascista” data dagli anni Ottanta, allorché la sfida lanciata da Craxi (segretario del Partito socialista - ndr) al Partito comunista per l’egemonia sulla sinistra si tradusse anche in un confronto sulle origini e la storia della Repubblica” scrive nelle conclusioni l’autore (ordinario di storia contemporanea nell’Università di Padova ha pubblicato molti libri, tra i quali ricordiamo Criminali di guerra in libertà edito da Carocci nel 2008 e Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, pubblicato da Laterza nel 2013). 
Lungi dal volerlo, l’iniziativa del segretario socialista produsse per così dire un danno collaterale: “lo scatenarsi di tutte quelle forme di critica alla Resistenza da sempre circolate in ampi settori dell’opinione pubblica del Paese sotto la scorza della memoria ufficiale elaborata dall’antifascismo”. 
Poi il crollo del comunismo dopo il 1989 e la crisi del sistema dei partiti della Prima Repubblica hanno impresso un’accelerazione alla crisi della narrazione e del paradigma antifascisti. 
È allora che si fa strada l’esigenza di una nuova memoria pacificata e condivisa essendosi il sistema politico italiano tentato di darsi un modello bipolare tra due schieramenti alternativi ma che avrebbero dovuto ritrovarsi accomunati dalla condivisione comune di valori fondamentali della persona e della democrazia che permeano la nostra Repubblica. 
La proposta più incisiva di riattivazione della memoria - ricorda lo storico - fu fatta dall’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, caratterizzata dal forte richiamo ai valori nazionali. Sfortunatamente, il ricorso al “patriottismo costituzionale” fatta dal compianto statista ha finito per omettere quello che realmente fu il fascismo, declassato da moderno esperimento totalitario ad una “dittatura benigna”, a un regime in fin dei conti benevolo, consono all’indole degli italiani e non privo di presunti meriti storici (dal ristabilimento della “legge e dell’ordine” dopo gli scombussolamenti sociali del primo dopoguerra, alla modernizzazione del Paese finalmente dotato di treni in orari e palude bonificate). 
Motivi sia politici (il trattato di pace e la legittimazione dei partiti antifascisti), sia psicologici (la “rimozione terapeutica” del ventennio per consentire agli italiani di riprendere una nuova vita nell’alveo della democrazia), spiega lo storico “hanno storicamente giustificato quella narrazione”. Ma la memoria della Resistenza non rischia in alcun modo di essere compromessa da un esame di coscienza doveroso, che solo pochi hanno cercato di avviare e che resta ancora tutto da compiere nella coscienza del Paese e della sua classe dirigente. 

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