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Questa volta l’ha forse combinata davvero grossa il rude e alcolizzato Harry Hole

Jo Nesbø torna sui nostri scaffali con una nuova, dirompente storia. Stimolanti anche le narrazioni nordiche di Håkan Nesser e David Lagercrantz


04/11/2019

di Mauro Castelli


Viene considerato uno dei maggiori scrittori di crime al mondo, certamente il numero uno della narrativa che arriva dal Grande freddo. Stiamo parlando del norvegese Jo Nesbø (nato a Oslo il 29 marzo 1960 e autore di oltre venti romanzi, che spaziano dal giallo alla letteratura per l’infanzia, oltre a un saggio e a una antologia di racconti (scritta con Marcello Fois, la coppia composta da Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, nonché Joe R. Lansdale). 
Più in particolare Nesbø ha dato voce (oltre alla serie legata al dottor Protter, a quella del Pescatore e ad altri quattro romanzi di variegata estrazione) ai dodici casi di Harry Hole (Il pipistrello, Scarafaggi, Il pettirosso, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, L’uomo di neve, Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Sete), l’ultimo dei quali viene ora proposto dalla Einaudi, il suo editore italiano di riferimento,  sotto il titolo Il coltello (pagg. 626, euro 20,00, traduzione di Eva Kampmann). 
Che altro di questo autore? Un eclettico personaggio che prima di abbracciare a tempo pieno la scrittura è stato giornalista free lance, broker in Borsa, compositore, cantante e chitarrista dei Di Derre (una band con la quale ha inciso cinque album e con la quale risulta tuttora attivo), nonché attore e calciatore di serie A nella squadra del Molde. Una attitudine di famiglia, verrebbe da dire, visto che anche suo fratello Knut è stato a sua volta membro dei Di Derre, nonché prestigioso giocatore di calcio. 
Per la cronaca Nesbø (tradotto in chissà quanti Paesi a fronte di un venduto di oltre 40 milioni di copie) aveva debuttato nella narrativa di settore nel 1997 con Flaggermusmannen (Il pipistrello nella versione italiana), un lavoro che riscosse un immediato successo, tanto da aggiudicarsi il Glass Key Award per il miglior romanzo giallo norvegese. Riconoscimento che sarebbe stato il primo di una lunga serie, fermo restando l’interesse del cinema per le sue storie, con sette film tratti appunto dai suoi romanzi. 
Ma veniamo all’ultimo caso che vede impegnato Harry Hole, un poliziotto la cui più grande maledizione è quella di non riuscire mai a mollare, neanche quando è completamente alla deriva. Di fatto un uomo rude, alcolizzato (il suo veleno, come lui stesso lo definisce, è il whisky Jim Beam) e occasionalmente anche drogato, dai metodi certamente poco ortodossi. Ma anche un pezzo di marcantonio alto un metro e 93, dotato di un acuto senso investigativo e di uno spiccato senso della giustizia, che ha seguito un corso speciale dell’Fbi: la qual cosa gli ha permesso di acquisire particolari abilità, come quella di ricaricare velocemente la sua Smith & Wesson di ordinanza ed analizzare indizi ricorrenti che indichino possibili serial killer. 
Lui che ha un rapporto complicato con il padre che non lo voleva vedere in divisa, mentre vive nel ricordo della madre di origini Sami, morta di cancro quando era ancora un ragazzo. Lui che, per non farsi mancare nulla, ha una sorella minore, alla quale è molto legato: si chiama Søs ed è purtroppo affetta delle sindrome di Down. E per quanto riguarda la sua vita sentimentale? Una sola relazione seria, lunga ma instabile, con Rakel Fauke, madre single di un ragazzo di nome Oleg che ama come se fosse un figlio. 
Lui che si alza al mattino con un unico vero scopo: quello di stanare un nemico mortale. Un bisogno implacabile, fuori e dentro di sé. Fortuna vuole che questa volta si debba confrontare con un caso bomba, il più devastante della sua carriera. Un bel guaio, visto che è di nuovo a terra. Ha infatti ricominciato a bere, e da quando Rakel lo ha cacciato di casa (ha scoperto che aveva intrecciato una relazione con Alexandra in forza a Medicina legale) abita in un buco di Sofies gate, 40 metri quadrati in tutto che gli ha prima prestato e poi affittato un giovane collega. 
Nell’appartamento ci sono soltanto un comò, una piccola libreria, un tavolinetto, uno specchio appeso a una parete, un divano letto comprato all’Ikea e bottiglie di whisky sparse ovunque. Ma Harry non è mai abbastanza sobrio per curarsene. E la maledetta domenica in cui si sveglia da una sbornia colossale, non ha il minimo ricordo di cosa sia successo la notte precedente. Quel che è certo, però, è che ha le mani e i vestiti coperti di sangue. Forse, si convince, è diventato davvero un mostro... 
Che dire: un’altra prova d’autore, di piacevole quanto amara lettura. Raccontata con il piglio di chi sa dove andare a parare, abile come pochi nel tratteggiare luoghi e personaggi a fronte di una storia complessa e avvincente al tempo stesso. E le oltre seicento pagine non peseranno, perché la scrittura è dura e avvincente, graffiante quanto coinvolgente. Come peraltro si addice a un numero uno. 


Dalla Norvegia alla Svezia, narrativamente parlando, il passo è breve. E lo facciamo dando voce ad Håkan Nesser che, ne La Confraternita dei Mancini (Guanda, pagg. 512, euro 19,50, traduzione di Carmen Giorgetti Cima), fa incontrare per la prima volta i suoi due personaggi più riusciti, Van Veeteren e Barbarotti, una coppia di investigatori di razza alle prese con un intricato e avvincente caso irrisolto. 
Per chi ancora non li conoscesse ricordiamo che Van Veeteren è un commissario che vive nell’immaginaria città di Maardam (ubicata in un Paese del nord Europa, verosimilmente la Svezia, anche se la valuta locale e alcuni nomi potrebbero far pensare all'Olanda), del quale sono arrivati nelle nostre librerie - sempre per i tipi di Guanda, il suo editore italiano di riferimento - La rete a maglie larghe, Una donna segnata, L’uomo che visse un giorno, Il commissario e il silenzio, Carambole, Un corpo sulla spiaggia, La rondine, il gatto, la rosa, la morte, Il caso G., Il commissario cade in trappola e Il dovere di uccidere
Non meno intrigante, per il pubblico dei nostri lettori, è l’ispettore italo-svedese Gunnar Barbarotti, un personaggio che ci regala un qualcosa in più rispetto al pur riuscito collega. Forse per via delle sue origini, forse per la sua umanità o forse per la sua amarezza di fondo (gli è morta la moglie Marianne a causa di un aneurisma, lasciandolo alle prese con cinque figli). Si tratta di un poliziotto che troviamo in scena nell'immaginaria cittadina di Kymlinge e che molti hanno imparato a conoscere e ad apprezzare ne L’uomo senza un cane, Era tutta un’altra storia, L’uomo con due vite, L’uomo che amava i martedì e in Confessioni di una squartatrice, originariamente pubblicato come Styckerskan från Lilla Burma
Håkan Nesser, si diceva, una delle migliori firme del panorama narrativo nordico, i cui romanzi sono stati tradotti in diverse lingue. Nato il 21 febbraio 1950 a Kumla, cittadina della Svezia centrale, dopo aver insegnato lettere in un liceo, grazie allo straordinario successo ottenuto dai suoi polizieschi (nel 1999, con Carambole, aveva vinto il premio Glasnyckeln riservato al miglior romanzo dell'anno di tutta la Scandinavia), aveva deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura. Forte anche del fatto che dal 2000 la televisione svedese aveva prodotto una serie di film basati sui casi del commissario Van Veeteren, alcuni dei quali fondati su storie già pubblicate, altri invece scritti appositamente dallo stesso Nesser. Il quale, sulla scia di alcuni suoi colleghi americani, è brevemente apparso in un paio di camei negli episodi intitolati Kvinna med födelsemärke e Carambole
Ma veniamo alla trama del suo ultimo lavoro, un thriller psicologico che trova l’iniziale collocazione nel 1991, quando si ritrovano per una rimpatriata alcuni vecchi conoscenti che in gioventù avevano appunto fondato - forse sbagliando - La Confraternita dei Mancini. Succede purtroppo che durante la cena un terribile incendio distrugga la Pensione Molly presso la quale si sono riuniti. Per di più qualcosa non torna: i partecipanti erano cinque, ma i cadaveri, una volta domate le fiamme, risultano soltanto quattro. Del quinto nessuna traccia: facile pensare che sia lui proprio l’assassino e che sia riuscito a fuggire. 
Ventun anni dopo, e siamo nel 2012, il ritrovamento casuale di un corpo sepolto poco lontano dalla citata Pensione Molly rimette tutto in discussione. L’ex commissario Van Veeteren è così costretto a riprendere in mano quel caso al quale aveva già collaborato in passato, nonostante si stia godendo - alla soglia dei 75 anni - la meritata pensione come libraio… Le sue indagini andranno così a incrociarsi con quelle del più giovane ispettore Barbarotti, che sta a sua volta lavorando a un omicidio. E insieme i due detective dovranno ricomporre un puzzle molto complesso, in altre parole una vicenda costellata di false piste e di misteri che si dipana attraverso un lungo periodo di tempo. 
Per farla breve: anche in questo caso Nesser dimostra il suo stato di grazia nel pennellare ambientazioni e personaggi, passato e presente, storia e mistero, regalando al lettore un cold case sapientemente intrecciato. Oltre che, ovviamente, di difficile soluzione, in quanto i testimoni ancora in vita che possono dare una mano ai due detective sono rimasti davvero in pochi, visto che le vicende del presente richiamato eventi che risalgono agli anni Sessanta. 


L’ultima proposta di lettura - e restiamo in Svezia - è legata alla penna di David Lagercrantz, l’autore che, dopo la prematura morte del connazionale Stieg Larsson, stroncato nel 2004 da un infarto mentre partecipava a una riunione di redazione del suo giornale (prima quindi di poter assaporare l’exploit planetario ottenuto dalla serie Millennium Trilogy, un caso editoriale da cento milioni di copie), ha proseguito nel dare voce, per interposta scrittura, ai protagonisti della saga. 
Prima dando alle stampe Quello che non uccide (un lavoro venduto in 40 Paesi e interpretato ovviamente dai due storici personaggi: la geniale vendicatrice Lisbeth Salander in coppia con lo scaltro e fascinoso giornalista investigativo Mikael Blomkvist), poi L’uomo che inseguiva la sua ombra e ora eccolo sugli scaffali con il “suo” terzo episodio intitolato La ragazza che doveva morire (Marsilio, pagg. 408, euro 19,90, traduzione di Laura Cangemi). Un libro, anche in questo caso, scritto con la benedizione del padre di Stieg Larsson, Joachim, e di suo fratello Erland. 
Ricordiamo che David Lagercrantz, il quale vive e lavora a Stoccolma, è nato a Solna il 4 settembre 1962 e ha scritto diversi romanzi (tre dei quali - La caduta di un uomo, Indagine sulla morte di Alan Turing e Il cielo sopra l’Everest - sono stati pubblicati in Italia sempre da Marsilio) nonché tre biografie, in primis quelle del matematico Alan Turing e del calciatore Zlatan Ibrahimović, che da noi ha giocato nel Milan. 
Premesso che Lagercrantz (figlio del noto scrittore Olof) non ha mai conosciuto di persona Larsson, tuttavia è riuscito, grazie a un attento lavoro di studio, di ricerca e di approfondimento, a riprenderne con abilità il filo narrativo, proponendo trame di ottima qualità e soprattutto di intrigante leggibilità. Anche se portatore - poteva essere altrimenti? - di uno stile diverso, arricchito peraltro da spruzzate in stile hard boiled che, come lui stesso ha tenuto a precisare, gli sono state ispirate dai noir a stelle e strisce di Raymond Chandler. 
Detto questo spazio alla trama de La ragazza che doveva morire, dove ancora una volta a tenere la scena è il desiderio di vendetta da parte della protagonista. Il tutto a fronte di un iniziale mistero: Lisbeth Salander è scomparsa. Ha svuotato e venduto il suo appartamento in Fiskargatan, a Stoccolma, e nessuno sa dove sia andata a finire. Neppure dal suo computer arrivano segnali di vita, e ora il giornalista Mikael Blomkvist, alle prese con una deludente inchiesta sul crollo delle Borse destinata al prossimo numero di Millennium, ha bisogno del suo aiuto. 
In un parco nel centro di Stoccolma è stato infatti trovato il cadavere di un senzatetto con in tasca il suo numero di telefono. Ma per quale ragione quel barbone alcolizzato che non compare in alcun registro ufficiale voleva mettersi in contatto con lui? E come mai farneticava ossessivamente di Johannes Forsell, il discusso ministro della Difesa, al centro di una feroce campagna mediatica? E perché quell’uomo sembra non essere mai esistito e nessuno è in grado di risalire alla sua identità? Non bastasse anche al medico legale qualcosa non torna. Insomma, un mistero in piena regola. 
Logico quindi che Mikael, un mastino quando si tratta di andare a fondo ai misteri, cerchi di vederci chiaro. Ma per poterlo fare ha bisogno di Lisbeth, la quale - dal funerale di Holger Palmgren - è come abbiamo accennato sparita nel nulla. In realtà si trova a Mosca per regolare una volta per tutte i conti con Camilla, sua sorella gemella. Ha infatti deciso: non sarà più una preda, ma sarà lei a cacciare. Tuttavia, mentre cerca di chiamare a raccolta il desiderio di vendetta che la anima da sempre, il passato torna a mettersi in mezzo, con il suo carico di violenza e distruzione. 
Come da note editoriali, “nell’ultimo, folgorante capitolo della saga Millennium, in una vicenda dove le parti continuano a invertirsi e, tra sorprendenti scoperte genetiche e misteriose fabbriche di troll, un filo di fuoco unisce le vette dell’Everest agli abissi della rete criminale russa, l’indomita hacker con il drago tatuato sulla schiena intende mettere finalmente a tacere quelle ombre. E bruciare il male alla radice”.

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