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Reddito di cittadinanza? Un sussidio "mascherato": ecco perché non potrà funzionare

Secondo il politologo Giuseppe Allegri sono molte le remore che possano vanificarne i risultati. A differenza del Reddito di inclusione, la nuova misura è più generosa, ma viziata da una visione paternalistica. Semmai servirebbe ripensare le strutture di sicurezza sociale e le istituzioni pubbliche…


28/01/2019

di Giambattista Pepi


Copyright: Jana Sebestova e Stefano Guastella

Il reddito di cittadinanza è una grande sfida. Ma la burocrazia, la modesta operatività dei Centro per l’impiego, i vincoli e le condizioni poste nel Decreto legge per i potenziali beneficiari potrebbero mettersi di traverso e vanificarne i risultati. È questo il rischio che paventa Giuseppe Allegri, giurista e politologo, ricercatore nel progetto europeo Pie News-Commonfare, socio fondatore del Basic Income Network - Italia, a proposito della misura-bandiera del Movimento 5 Stelle, contenuta nel cosiddetto Decretone varato nei giorni scorsi dal Governo (che comprende anche Quota 100 in tema di pensioni). 
Lo hanno definito “reddito di cittadinanza”, ma nella realtà è un sussidio di disoccupazione vincolato e burocratico, precisa lo studioso: una misura di sostegno al reddito che, nel tentativo di favorire l’inclusione sociale delle fasce più impoverite delle popolazione, cerca nello stesso tempo di stimolare - attraverso un incentivo economico a termine - gli inoccupati ed i disoccupati a mettersi in gioco tentando di inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro, con ciò provvedendo ad uno sgravio fiscale per le imprese che li assumeranno. 
Prendendo spunto dal suo ultimo libro intitolato Il reddito di base nell'era digitale. Libertà, solidarietà, condivisione (Fefè, pagg. 268, euro 15,00), Economia taliana.it lo ha intervistato.  


Prima il reddito di inclusione (Rei) dei Governi Renzi e Gentiloni, ora il Reddito di cittadinanza del Governo Conte: sono tentativi di ridisegnare lo Stato sociale e adeguarlo ai tempi nuovi che stiamo vivendo, oppure sono misure di tipo assistenzialistico? 
Il reddito di base di cui parlo nel libro non è quello che si limita alla lotta alla povertà, ma parte dalla lotta alla povertà per cercare di ridisegnare la società, ed investire sull’autonomia, sulla libertà e sulla solidarietà, su una possibilità di reale libertà per tutti, per riprendere una classica formula utilizzata dal filosofo ed economista Philippe Van Parijs, tra i principali studiosi e sostenitori del reddito di base. Il Reddito di inclusione approvato nel 2017 ha introdotto per la prima volta una misura nazionale di lotta alla povertà. Quindi un primo elemento di innovazione c’è stato. Eravamo rimasti l’unico welfare in Europa a non prevedere una qualche forma di garanzia o sostegno al reddito. Risorse ce ne erano poche: circa 1,5 miliardi di euro. Sostegno limitato tra i 150 euro e un massimo di 550 euro per famiglie numerose con 5 figli o più. 
Il cosiddetto “Reddito di cittadinanza” introdotto dal Governo (dovrebbe interessare una platea di 5 milioni di persone, l’importo del sussidio dovrebbe aggirarsi su 780 euro e i fondi stanziati in bilancio per il 2019 ammontano a 6 miliardi - ndr) è una misura più generosa e teoricamente migliore, ma non è un “reddito di cittadinanza” nel senso che intendiamo sopra. È piuttosto un sussidio di disoccupazione “mascherato”, condizionato e “burocratico”: favorisce l’inclusione sociale ed eroga un incentivo a termine, per 18 mesi, per attivare inoccupati e disoccupati, i quali dovranno accettare le proposte di lavoro loro offerte con conseguenti sgravi fiscali per le imprese che li assumeranno. Con il rischio di replicare i certo non esaltanti effetti degli incentivi contenuti in precedenti riforme del mercato del lavoro come il cosiddetto Jobs Act, tanto odiato dall'allora opposizione pentastellata. 

I vincoli e le condizioni poste nel Decreto legge per accedervi e la burocrazia potrebbero vanificarne i risultati? 
Il rischio c’è. Perché le competenze dello Stato si incrociano con quelle delle Regioni, delle Provincie e dei Comuni. Poiché il numero dei dipendenti dei Centri per l’impiego è basso: sono circa 8mila, mentre solo il Centro per l’impiego di Berlino ne ha diecimila. La loro operatività è modesta: si pensi che solo il 3% delle persone non occupate trova il lavoro attraverso il loro intervento contro il 30% dei Centri tedeschi. Probabilmente come già per il REI bisognerà mettere attorno al tavolo tutta una serie di livelli di competenze: i Centri per l’impiego che il Governo intende potenziare, le Province, i Comuni, le Asl di competenza, il cosiddetto Terzo settore, gli Enti bilaterali. E’ un impegno di non poco momento. È vero che il M5S ci sta ragionando da anni. Infatti in particolar modo l’economista Pasquale Tridico che insegna all’Università di Roma Tre e Nunzia Catalfo, senatrice grillina adesso presidente della XI Commissione Lavoro del Senato, che ha lavorato nel mondo dell'orientamento e della selezione del personale, vi hanno dedicato molto impegno. 
È una grande sfida, con la sensazione che sia troppo accelerata. La questione è anche che l’Italia ha un mercato del lavoro molto rigido, anche informale, che i riformatori sembra vogliano rendere più elastico con le piattaforme digitali dove far incontrare domanda (molta) e offerta (che sembra poca) di lavoro. L’assai lungo articolo 6 del Dl si sofferma infatti sulle piattaforme digitali necessarie per l'attivazione e la sottoscrizione dei Patti per il lavoro e per l'inclusione sociale che i fruitori del sussidio dovranno sottoscrivere. Sembra quasi di intravedere una visione tecno-entusiasta, miracolistica, delle piattaforme digitali, quasi bastasse far iscrivere delle persone ad una App per far trovare loro un lavoro: un ottimismo tecno-digitale che, del resto, pare una caratteristica del mondo pentastellato, iscritta nei padri fondatori del “grillismo”. 
In ogni caso il beneficiario del reddito dovrà accettare almeno una delle tre proposte di lavoro avanzate dal Centro per l’impiego dove ha formalizzato la domanda di iscrizione e sottoscritto il Patto per il lavoro. In una visione che appare antiquata tra il paternalismo ed il patriarcale del capofamiglia, che sottoscrive il patto, diviene responsabile per l’intera famiglia, con tutte le connesse “punizioni” (l’articolo 7 – Cause di decadenza e sanzioni – è angosciante già ad una prima lettura) nel caso in cui non si seguano le stringenti regole del decreto, con annessi spostamenti nel raggio di 100 km, 250 km o l’Italia intera per le diverse offerte di lavoro, che temo rimarranno impigliate in quell’algoritmo digitale delle App e piattaforme digitali di cui sopra. Fatto da una forza politica come il M5S, che parlò di “deportazione” in occasione dell’assunzione degli insegnanti nella scuola pubblica previste dal governo Renzi, appare tutto un poco surreale. 
Senza considerare che non è così semplice poter formulare nell’arco di 18 mesi ben tre offerte di lavoro alla stessa persona. Sembrerebbe l’avvio di una gigantesca riforma di sistema. Leggendo gli articoli del decreto legge si comprende meglio quanto siano impegnativi i passaggi per rendere operativa la misura, per farla fruire ai potenziali beneficiari. 

L’Italia è l'ultimo Paese ad avere avviato queste misure. In precedenza la Finlandia ha sperimentato il reddito di base, ma l’ha sospeso nell’aprile 2018.  La Svizzera con un referendum l’ha bocciato nel 2016. Alcuni policy maker di Canada, Paesi bassi, Scozia, Brasile e Oakland in California negli Stati Uniti hanno avviato l’iniziativa con esiti incoraggianti, sebbene non risolutivi. Come valuta, da studioso, queste esperienze? 
Ogni Paese fa storia a sé, ma tutti hanno una qualche forma di reddito minimo garantito inteso come diritto sociale individuale e c'è un movimento globale che, anche dinanzi alle trasformazioni tecnologiche e all’automazione, interroga le potenzialità del reddito di base, quello vero, non la misura condizionata e vincolata di sussidio prevista in Italia. Nel caso finlandese si trattava di un progetto pilota biennale (2017-18) di reddito di base rivolto a 2000 persone già in stato di disoccupazione. 
Nell'ultimo decennio, in molti paesi in giro per il mondo, sono partire sperimentazioni di reddito di base universale ed incondizionato, a partire da quella forse più interessante in Kenya, che coinvolge 160mila destinatari in 120 aree rurali, quindi all'attuale dibattito indiano, che coinvolge anche il Governo Modi. Fino ad arrivare a Oakland, dove l’incubatore d’imprese della Silicon Valley Y-Combinator sta avviando un progetto di reddito di base con connessa attività di ricerca sugli effetti di questa misura. È indubbio che negli ultimi anni ci sia stato un gran parlare del reddito di base. Fino a qualche anno fa il reddito di cittadinanza finora è stato realizzato dall’Alaska (che così distribuisce una parte delle royalties generate dallo sfruttamento degli idrocarburi) e a Macao (ex colonia portoghese, oggi città della Repubblica Popolare Cinese che gode di uno statuto speciale) che distribuisce i proventi del gioco d’azzardo. Oggi in diverse parti del mondo si rilancia non solo il dibattito, ma anche le proposte e le sperimentazioni per un reale reddito di base.

Lei propone la tesi che il reddito di base si inserisce in una prospettiva sempre più universale ed incondizionata, come assicurazione sociale adeguata al tempo della rivoluzione digitale, dell’automazione e di un’economia immateriale gestita dall’alto di pochi monopolisti della rete e delle tecnologie finanziarie. Cosa significa? 
Dentro questa grande trasformazione dell’epoca digitale e dell’intelligenza artificiale che arriverà, una parte delle forze politiche soprattutto culturali, si stanno ponendo il tema di quale potrebbe essere lo strumento di sicurezza collettivo adatto a questa trasformazione delle forme del lavoro, della produzione e, dunque, della vita di ciascuno di noi. Insomma il reddito di base potrebbe essere lo strumento più indicato per fare fronte alle trasformazioni dell’economia indotte dall’innovazione, così come lo fu il Welfare State universale introdotto in Gran Bretagna negli anni Quaranta e la trasformazione degli Stati costituzionali europei nel secondo Novecento. 
Qual è lo strumento di sicurezza sociale della grande trasformazione digitale, robotica, dell’intelligenza artificiale, dell’automazione che vivremo nei prossimi decenni? Ecco, la risposta potrebbe essere quella di pensare ad un reddito di base come strumento di ridistribuzione della ricchezza prodotta collettivamente attraverso le piattaforme digitali proprietarie del Web. Per far ciò è necessario provare ad immaginare contrattazioni e mediazioni con i monopolisti della rete, per imporre loro una equa tassazione, certo, ma anche per diffondere non solo conoscenza, saperi, relazioni, ma anche la ricchezza sociale prodotta su quelle piattaforme e drenata verso i nuovi capitalisti digitali.  

Ci sono stati tentativi anche da parte di organizzazioni sovranazionali come l’Unione Europea? 
Si tratta di tentativi di ragionare su una misura continentale contro la disoccupazione. Tra il 2015 ed il 2018 la Commissione Europea ha elaborato e discusso il progetto denominato European Unemployment Benefits Scheme: una proposta di un sussidio europeo di disoccupazione per dare un segnale di avvicinamento tra le istituzioni comunitarie e la parte più impoverita della società europea. Sarebbe forse stata una necessaria risposta alla paura dell’insicurezza, della povertà, dell’emarginazione che si trasforma in rabbia, indignazione e protesta che alimenta i movimenti sovranisti, nazionalisti e xenofobi. 
Questo strumento, però, da solo, non può rispondere alla disruption derivante dal dominio delle imprese del capitalismo digitale come Microsoft, Amazon, Facebook, Google e così via. C’è un problema di distribuzione globale della ricchezza che le istituzioni europee dovrebbero affrontare per prime, come esempio e proposta di un nuovo patto sociale.

In definitiva, riprendendo proprio le domande con cui comincia il suo libro, l’abbattimento della povertà è una utopia concreta? Si può parlare di "diritto di esistenza"? E vale per tutti o solo per alcuni? 
Abbattere la povertà per eliminarla totalmente è difficile, tanto più nell’attuale stadio di economia capitalistica, con il suo acuire le diseguaglianze ed i suoi drammatici effetti sul riscaldamento globale e quindi su tutte le forme di vita. Per riprendere una frase del grande Bertrand Russell che ricordo nel mio libro, si potrebbe tentare di “ridurre l’insicurezza materiale”, per contenere l’isterismo del mondo moderno, aggiungeva il celebre filosofo libertario. 
Allora il tema potrebbe essere quello di mettere all’ordine del giorno misure di riduzione delle diseguaglianze per cooperare, con alleanze inedite, tra alto e basso, anche spaccando le attuali élite globali e nazionali, in favore di una società che distribuisca in maniera più equa la ricchezza prodotta, approfittando anche delle innovazioni in tema di economia sociale, collaborativa, di rigenerazione urbana e ambientale. E di conseguenza si tratta anche di ripensare strutture di sicurezza sociale e istituzioni pubbliche nell’epoca della rivoluzione digitale e dell'automazione, in alternativa alle spinte distruttive delle tecnocrazie globali e del nazionalismo protezionista. 
È possibile pensare a nuove istituzioni che vadano oltre la dicotomia novecentesca tra Stato nazionale e Mercato globale? Che permettano di tenere insieme conflitto e contrattazione nei confronti dell'economia digitale finanziaria? Occorre ripensare il rapporto fiduciario tra cittadinanze e istituzioni attraverso un nuovo patto sociale all’altezza dei tempi, com’è sempre successo nelle “grandi trasformazioni” che hanno attraversato i conflitti degli ultimi due secoli, per mitigare gli istinti ferini e distruttivi delle forme più radicali di economia capitalistica e di comando politico.
Si tratta di pensare a meccanismi di bilanciamento, pesi e contrappesi, poteri e contro-poteri, controllo e limitazione, se volessimo utilizzare termini cari al costituzionalismo, ecco. Credo sia sempre più necessario un ragionamento non ideologico su uno strumento multilivello che garantisca forme di vita più eque ed inclusive. Il tema di uno Ius Existentiae, un reddito di base per un’esistenza degna, quanto più libera e solidale possibile, in un quadro di ecologia politica e sociale, dovrebbe riguardare tutte e tutti.

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