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Ricchi di tutto il mondo unitevi: ecco cosa insegna la storia del "Residuo Fiscale"

Dalle tasse pagate al costo dei servizi, dalle statistiche ai pregiudizi: il mondo entrato in crisi si è stancato dello “stato sociale”. L’economia globale non può fermarsi a raccogliere quelli che rimangono indietro. È questa la sostanza di ciò che chiamiamo populismo


30/10/2017

di Paolo Mastromo


Si parla di Residuo Fiscale dal 1950, quando l’economista Usa (e premio Nobel) James Buchanan chiamò in questo modo la differenza fra le tasse che un individuo paga e il valore dei servizi pubblici che riceve. Buchanan sapeva benissimo che un residuo fiscale pari al 100% è tecnicamente impossibile (ridotta all’osso: se pago 100 di tasse riceverò un certo ammontare in servizi pubblici, ma questi servizi pubblici, per poter essere erogati, hanno un loro autonomo costo organizzativo, più o meno elevato). Ma lui pose la questione non in termini assoluti bensì come “indice”, partendo dal presupposto “etico” che a parità di condizioni (e quindi di gettito fiscale) gli individui dovrebbero ricevere servizi di pari valore. Quindi, il problema non è che se io pago 100 devo ricevere 100, ma che se io pago 100 e ricevo 80, anche gli altri che pagano 100 devono ricevere 80.
In uno Stato moderno ciò è largamente impossibile perché i servizi che fanno funzionare lo Stato sono in gran parte servizi “disponibili” e non ad personam. Pensiamo alla Protezione civile, il cui costo effettivo annuo dipende dalle calamità naturali: si spenderà di più là dove si verificano terremoti, incendi, alluvioni. E quindi potrà capitare che il Piemonte, per esempio, paghi un servizio che viene erogato prevalentemente o esclusivamente in Sicilia o in Umbria. Pensiamo alle spese per la difesa, con gli acquartieramenti (e quindi le spese) necessariamente concentrati in alcune aree del Paese. Pensiamo alla sicurezza, dove le risorse di tutti saranno impiegate in modo abbondante là dove c’è più delinquenza, o alla magistratura, il cui costo sarà maggiore là dove ci saranno più contenziosi… 
Ma ci sono altri costi che è teoricamente possibile modulare sulla filosofia del Residuo Fiscale. Il primo è il costo della sanità. Oggi, per dirne una, i medici di base si distribuiscono sul territorio in relazione al numero di abitanti. Il presupposto è che gli abitanti dell’Italia abbiano diritto alla medesima tutela della salute, indipendentemente dalla Regione in cui vivono.
È un problema enorme e delicato: come noto, negli Usa è proprio su questo che Barak Obama si urtò con il Congresso, e l’Obamacare è stata una delle prime misure che Donald Trump ha depennato. L’assioma è lapalissiano nella sua evidenza: io non voglio che un povero, uno sconosciuto, si curi con i miei soldi. Se un povero si ammala e non ha soldi per curarsi, fatti suoi, tutti dobbiamo morire.
In Italia si è incominciato a parlare di Residuo Fiscale esattamente sessant’anni dopo gli Usa. Tre successivi studi (un saggio di Luca Ricolfi nel 2010, uno studio di Europolis del 2015 e una indagine della Cgia di Mestre l’anno dopo) hanno quantificato il fenomeno e calcolato le cifre che oggi girano: oltre 50 miliardi per la Lombardia, quasi 20 per il Veneto, appena un po’ meno per l’Emilia Romagna e poco più di 10 per il Piemonte. Naturalmente - l’aritmetica non concede deroghe - se c’è qualcuno che percepisce meno della media ci sarà qualcuno che, rispetto alla stessa media, prende di più. Ed ecco che le Regioni meridionali percepiscono, in risorse economiche e servizi, più di quanto versano. Non perché esista una “longa manus” filo-meridionale che “ruba” qualche cosa a qualcuno ma semplicemente perché il costo dei servizi e il gettito fiscale sono due cose incommensurabili.
Il professor Buchanan, premio Nobel, aveva torto, nel senso che mescolava mele con pere: se il carico fiscale di un Paese è proporzionato alle esigenze della spesa pubblica di quel Paese, è evidente che parliamo di medie; e media è un concetto pericoloso perché - a dispetto della sua supposta (o presunta) equità - non c’è niente di più scorretto che applicare una media statistica per trarne considerazioni politiche. Perché il limite della media è che essa è ovunque: la “media” fra quello che gli “Italiani in quanto tali” pagano e quello che ricevono è pari a zero, per definizione. Non è più pari a zero se incominciamo a frammentare: la Lombardia dà più di quanto riceve.
Ma non è detto che i singoli Comuni della Lombardia diano più di quanto ricevono, e comunque non nella medesima misura; e non è ovviamente detto che questa cosa valga per i singoli cittadini. Anche in Lombardia e nel Veneto - per venire all’attualità di casa nostra - ci sono persone (i ricchi) che certamente versano assai più di quanto ricevono e persone (i più poveri) che, pur essendo lombardi/veneti, versano meno di quanto ricevano.In tutto il mondo stiamo assistendo - paradosso dei paradossi - alla rivoluzione dei ricchi contro i poveri. Passata la grande paura dei “soviet”, caduti uno dopo l’altro i capisaldi mondiali del comunismo, lo slogan è: ricchi di tutto il mondo, unitevi. Perché mai dobbiamo essere generosi, caritatevoli, “giusti”? Cosa è mai questa giustizia che - attraverso Stati deboli, inefficienti e spesso corrotti - per decenni ha caricato il mondo di debiti e oggi ci viene a predicare austerity, cioè ci viene a imporre tassazioni iperboliche, delle quali siamo letteralmente prigionieri e dalle quali mai usciremo solo perché, in tutto il mondo, una bella fetta del Pil, cioè della ricchezza quotidianamente prodotta, viene sacrificata sull’altare di quei decenni folli durante i quali “la politica” ha bruciato irresponsabilmente i sogni e i soldi delle generazioni future?
Quindi: siamo stanchi di pagare, soprattutto di pagare i “servizi”, cioè i “servizi degli altri” che non possono permetterselo. In parole povere: siamo stanchi di pagare i servizi dei poveri. Si arrangino, i poveri, la rivoluzione non sono riusciti a farla, la guerra l’hanno perduta. Adesso che hanno sindacati pletorici e inefficienti, partiti rivoluzionari impotenti o defunti, perennemente in lite fra loro su questioni incomprensibili ai più (certamente incomprensibili al proletariato, o a quel che ne rimane), lotte sociali vicine allo zero; adesso che le più feroci dispute politiche non sono sul lavoro o sulla povertà ma sul diritto dei gay di sposarsi oppure sulle leggi elettorali che blindino il potere dei potenti… beh, adesso che non abbiamo più paura possiamo dirlo chiaro e tondo: non vogliamo più pagare per il Sud della disoccupazione, se lì non c’è lavoro vadano a cercarselo altrove e se non hanno voglia di andare altrove, beh, non sono fatti nostri.
È su questa etica della politica e delle relazioni che oggi cade il dramma del mondo più povero: milioni di disperati si precipitano verso il mondo ricco. Incredibile a dirsi: pur lavorando in nero, sfruttati e sottopagati e senza alcuna garanzia, decine, centinaia di migliaia di africani riescono tuttavia a mandare soldi a casa e mantenere così le loro famiglie lontane che abitano in un mondo dove cento miseri euro rappresentano il reddito di sei mesi.
Questa realtà - che per tanti motivi rappresenta un costo per i Paesi di destinazione (e solo in parte e in prospettiva una risorsa) - i Paesi ricchi non sono più disposti a tollerarla. Partendo dal muro anti-messicani di Trump alla Brexit della May, alle levate di scudi xenofobe prima in tutta l’Europa del’Est poi - siamo a oggi - anche in quella occidentale. Tedeschi e austriaci hanno aperto la strada, ora tocca all’Italia.
È questo che sta accadendo oggi nel mondo. Noi lo chiamiamo “populismo”, ma con involontaria ironia: il popolo di “avanti popolo / alla riscossa / bandiera rossa / bandiera rossa” era altra cosa. In realtà siamo in presenza di una gigantesca rivoluzione conservatrice, globale perché indirizzata dalle esigenze della globalizzazione dell’economia. La storia si ripete: il sogno che il benessere avrebbe potuto essere distribuito equamente a tutti era una illusione romantica, una prospettiva tutta da conquistare. Adesso che di benessere ce n’è rimasto poco, tutti gridano “al ladro” e predicano onestà, ma in realtà ciascuno rivendica il proprio; e, se possibile, un po’ di più. L’aereo sta precipitando e tutti si calpestano accalcandosi presso l’uscita. Non è il tempo della galanteria. Per quello, dovremo aspettare. Si sa, la storia si ripete.

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