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Risparmio: un portafogli a prova di Covid-19 in attesa che venga sconfitta la tempesta

Secondo l’analista Olivier Marciot è necessario tenere nervi saldi, puntando sull’obbligazionario e riducendo gli investimenti sul credito, sulle materie prime e sull’azionariato. Ma per ripristinare la fiducia servirà un intervento congiunto delle Banche centrali e dei singoli Stati


09/03/2020

di Giambattista Pepi


Olivier Marciot

Covid-19, i giorni che sconvolsero i mercati. Potremmo titolare così il periodo nero che ha caratterizzato i mercati finanziari tra la fine di febbraio e questo scorcio di marzo quando l’azionariato globale è letteralmente crollato. Tutto era iniziato come in una favola caratterizzata da una crescita economica moderata, banche centrali accomodanti, tensioni commerciali che si allentavano e mercati in forte crescita, ma non poteva durare. 
Febbraio si è invece concluso in maniera davvero inaspettata e straordinaria, con una violenta e ampia correzione al ribasso che ha colto di sorpresa gli investitori. E a marzo, nonostante i tentativi di rimbalzo, sono proseguiti i ribassi. 
Di fatto una caduta rovinosa che si è ripercossa sui risparmiatori, i quali hanno visto ridursi drasticamente il valore dei loro investimenti. A cercare di far muro sono intervenute alcune Banche centrali (innanzitutto la Banca Popolare Cinese, che sta fornendo liquidità sul mercato e ha tagliato i tassi di interesse sui finanziamenti delle imprese, la Fed, che ha sforbiciato i tassi dello 0,50%, e la Riserva Federale dell’Australia. E non è escluso che anche la Bce e la Banca d’Inghilterra seguano questa strada), mentre il Congresso degli Usa ha stanziato 8,5 miliari di dollari, il Fondo Monetario Internazionale 50 miliardi di dollari per sostenere i Paesi a basso reddito. E per quanto riguarda l’Italia? Varata una manovra di 7,5 miliardi di euro in extra-deficit, volta a finanziare ammortizzatori sociali e assumere medici e infermieri, oltre a concedere più permessi e voucher per aiutare le famiglie dopo la chiusura delle scuole disposta fino al 15 marzo. 
Di quanto sta accadendo sui mercati finanziari e delle prospettive per i risparmiatori di fronte al default abbiamo parlato con Olivier Marciot, senior vice president del Cross Asset Solutions team di Unigestion, casa di investimenti svizzera con sede a Ginevra, che gestisce asset in tutto il mondo per un valore di 22,9 miliardi di dollari.

Era dal 2008, quando esplose negli Stati Uniti la Grande crisi, che non si vedevano ribassi così vistosi. Cos’è accaduto e perché? 
La collera che ha colpito i mercati finanziari a febbraio è stata una tempesta perfetta senza posti in cui nascondersi: la diversificazione è stata solo di limitato aiuto e le correlazioni al ribasso sono confluite in una spirale discendente. Azioni, volatilità, materie prime e credito hanno visto una grande chiusura di posizioni, in quella che sarà ricordata come una delle correzioni più rapide della storia. 
L’indice MSCI All-Countries World ha perso quasi l’11% rispetto al picco del 19 febbraio, mentre gli indici S&P 500 (uno degli indici di riferimento della borsa di Wall Street - ndr) Eurostoxx 600 e MSCI Emerging Markets (indice dei listini azionari dei Paesi emergenti - ndr) sono letteralmente crollati. La volatilità, misurata dall’indice VIX, è salita a quasi 50, livelli visti solo quattro volte dalla Grande Crisi Finanziaria. Gli spread creditizi, sensibili sia alla propensione al rischio che ai fondamentali economici, si sono ampliati in tutto lo spettro dell’investment grade (cioè a dire azioni o altri strumenti di investimento ritenuti affidabili da investitori istituzionali - ndr) e dell’high yield (titoli obbligazionari dal rendimento elevato ma caratterizzati da un alto rischio per l’investitore - ndr). 
Sul fronte difensivo, i titoli di Stato hanno deluso, non offrendo la necessaria protezione. Il rendimento delle obbligazioni statunitensi a 10 anni ha offerto una protezione discreta, scendendo di 40 punti base per raggiungere i minimi storici dell’1,15%, ma in altre regioni strumenti comparabili non hanno seguito il corso e i tassi d’interesse sui titoli sovrani decennali dei Paesi G7 sono diminuiti solo di circa 20 punti base (o addirittura aumentati di 20 punti nel caso dell’Italia, rendendo ancora più doloroso l’onere per chi detiene Btp).

Come avviene in casi simili, si è cercato rifugio nell’oro. Ma nemmeno questo ce l’ha fatta a tranquillizzare gli investitori coinvolti dal panico da vendite. 
È vero. L’oro, dopo un rally iniziale del 6% verso i 1.700 dollari per oncia, un livello che non si vedeva dal 2012, ha perso tutto negli ultimi giorni di febbraio per chiudere a 1.585, scendendo di 100 dollari rispetto ai massimi. Negli ultimi giorni le quotazioni sono però aumentate nuovamente. E tutto lascia pensare che i prezzi cresceranno ancora nei prossimi giorni.

Alla luce dei recenti avvenimenti quali sono le implicazioni per il futuro? 
Quando il panico colpisce, concentrati sul processo. Il sell-off è nato dalla combinazione di timori per la prevista crescita economica futura, valutazioni estreme e specifiche di mercato, come il peso di posizioni sistematiche e strategie passive sui mercati finanziari. Il numero di persone colpite dalla malattia è aumentato al di fuori dell’Asia, accrescendo in modo significativo la possibilità di vedere lo stesso tipo di quarantena massiccia implementata in Cina e scuotendo gli investitori troppo compiacenti. In Europa e negli Stati Uniti, le grandi aziende hanno consigliato ai loro dipendenti di evitare di viaggiare per lavoro, le scuole hanno chiuso, gli hotel sono stati messi in quarantena e i summit sono stati cancellati in uno sforzo globale per fermare la propagazione.

Ma quanto può pesare questo blocco economico sulla crescita? 
L’impatto reale dell’epidemia sull’economia non è ancora stato valutato, e non è ancora chiaro se l’attuale prelievo sia l’inizio di un mercato ribassista più prolungato o rappresenti un nuovo insieme di opportunità derivanti da eccessi e sconvolgimenti. Guardando la letteratura sull’epidemia, il modello standard dell’influenza assume che il 90% delle scuole chiuda e che le famiglie impongano quarantene di due settimane nel 60% dei casi. Questo è quanto è stato implementato in Cina nella regione più colpita. 
Utilizzare il Pil medio pro capite per due settimane ci permette di stimare l’impatto sul prodotto dei Paesi. I risultati dei nostri calcoli basati su queste ipotesi mostrano che l’impatto sarebbe pari ad una crescita inferiore al 2,3%. Questo lascerebbe la Cina con una crescita del 3% e gli Stati Uniti con un Pil atteso marginalmente negativo, mentre l’Europa sarebbe spinta in recessione, dato il suo minore tasso di crescita potenziale. I primi dati rilasciati dalla Cina nel fine settimana confermano questo calcolo: i dati delle Pmi cinesi sono ai livelli più bassi mai registrati. L’indicatore del settore manifatturiero è sceso a 35, mentre i servizi sono scesi a 29, molto al di sotto dei livelli del 2008. Al momento, sulla base del nostro outlook, non rischiamo di assistere a una grave recessione dovuta alla diffusione del virus, ma piuttosto ad un marcato rallentamento seguito da una ripresa.

Questa ondata di vendite e ribassi ha minato il sentiment di fiducia che si respirava fino alla prima metà di febbraio. 
Il sentiment ha guidato il mercato, diventando molto più ribassista. I deflussi dalle attività di rischio sono stati giganteschi, con almeno 20 miliardi di dollari Usa ritirati dai fondi comuni di investimento azionari e dagli Etf in una settimana. Se le condizioni macro non peggiorano troppo, potremmo benissimo andare verso una situazione simile a quella vista alla fine dell’estate scorsa: valutazioni più economiche in un contesto macro migliore di quanto la maggior parte degli investitori si aspetterebbe.

Come ripristinare la fiducia degli investitori? 
Una parte importante per la stabilizzazione del sentiment dovrà venire dalle banche centrali: la Fed anticipando le misure annunciate nel corso della teleconferenza dei ministri e dei governatori del G7, ha deciso inopinatamente di tagliare di 50 punti base il tasso di interesse. Lo stesso ha fatto la Riserva Federale dell’Australia. E, a ruota, dovrebbero essere seguiti da Bce e Banca d’Inghilterra. Mentre la Banca Popolare Cinese è già intervenuta ripetutamente sul mercato riducendo i tassi di interesse sui prestiti alle imprese aumentando la liquidità per sostenere economia e mercati. Ma nei mercati la volatilità non si è ridotta e i disinvestimenti sono continuati. Il resto lo devono fare gli Stati. 
Intanto l’Fmi ha dato il suo benestare a 50 miliardi di dollari per sostenere le economie a basso reddito. Il Congresso degli Stati Uniti, a sua volta, ha stanziato 8,5 miliardi di dollari. L’Italia intende avvalersi della flessibilità prevista dal Patto di stabilità e crescita in presenza di cause di forza maggiore che consentono la deviazione dall’Obiettivo di medio termine dei parametri di finanza pubblica varando una manovra finanziaria da 7,5 miliardi di euro per sostenere l’economia in difficoltà, portando il rapporto deficit-Pil al 2,2%. La Cina sta facendo la propria parte. Altri Paesi verosimilmente decideranno nei prossimi giorni misure di sostegno degli operatori economici e delle economie.

Oggi quali consigli si sente di dare ai risparmiatori impauriti? Cosa devono fare? 
La combinazione data dalle nostre visioni sistematiche e discrezionali sono confluite verso una posizione significativamente più difensiva. Attualmente aumenteremmo l’esposizione all’obbligazionario, ridurremmo fortemente il credito e gli investimenti sulle materie prime in generale. Completiamo queste coperture riducendo per quanto possibile le azioni, poiché consideriamo ancora la crescita come un fattore positivo andando oltre le prossime settimane. Se la crescita iniziasse ad essere a rischio, questo insieme equilibrato di settori sovra pesati e sotto pesati verrebbe rimescolato per aumentare la resilienza dei propri portafogli. 
Questo non è il nostro scenario di base per il momento, poiché ci aspettiamo un periodo di stabilizzazione nelle prossime settimane o nei prossimi mesi. Le modifiche alle nostre allocazioni di portafoglio dovrebbero aiutarci a navigare in acque agitate: abbiamo rapidamente implementato meccanismi di difesa per preservare il capitale nel caso in cui l’impatto negativo sulla crescita si rivelasse più prolungato di quanto inizialmente previsto. Quando i timori aumentano, processi di gestione del rischio consolidati consentono di prendere decisioni ordinate e di evitare il panico.

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