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Roland Garros, l'aviatore. Fra memorie di guerra e la leggenda legata a uno sport, il tennis, che non aveva mai praticato

Una storia, improntata alla speranza, che ha il sapore del romanzo e che copre cinque anni di vita. Nella quale l’autore, morto a trent’anni, si racconta attingendo dal suo privato. A fronte delle peripezie di un manoscritto che si era perso nei cunicoli del tempo


10/12/2018

di Valentina Zirpoli


Una storia di sogni realizzati che si perde nel tempo e nella storia; un romanzo - un formidabile romanzo d’appendice, sostiene in una inedita prefazione Philippe Forest, che si era perso nei cunicoli del tempo - sull’aviazione nascente vissuta da un uomo interamente consacrato alla passione per il volo. 
In effetti le memorie di guerra di Roland Garros - che 66thand2nd ha portato sugli scaffali sotto l’intrigante titolo de L’uomo che baciava le nuvole (pagg. 418, euro 23,00, traduzione di Marco Lapenna) - stupiscono, intrigano e incantano al tempo stesso. Per la loro semplicità, per l’abilità con la quale la materia viene trattata, per la passione che accompagna ogni passaggio. Ferma restando la capacità di addentrarsi nei piccoli dettagli, quegli stessi che rendevano il volo, su quei rudimentali aerei, pura avventura. 
Un’avventura per certi versi unica che era cominciata nel 1909, quando l’ancor giovane Roland aveva assistito, rimanendone folgorato, alla dimostrazione di alcuni rudimentali velivoli vicino a Reims. Risultato? La decisione di acquistarne uno, un Demoiselle, vale a dire un prototipo costato “soltanto” (era uno dei meno cari) diecimila franchi di allora. In realtà una cifra notevole, cui avrebbe fatto fronte grazie ai guadagni derivanti dalla sua abilità nel vendere automobili.  
In buona sostanza un incantevole racconto di formazione, scritto durante i tre anni di prigionia trascorsi in Germania (era stato abbattuto e poi catturato dai tedeschi), incentrato su “un pilota eccezionale uscito indenne da mille pericoli e da cento aerei sfasciati”. Un lavoro che si nutre delle atmosfere esotiche del modo di raccontare di Jules Verne, così impegnato nel raccontare il futuro che veniva quasi da credergli, ma anche di quelle di Hayao Miyazaki. Ovvero il regista, sceneggiatore e produttore giapponese capace di animare come nessun altro la vita e la morte di giovani aviatori impegnati in mirabolanti numeri aerei. 
Pubblicata per la prima volta in Francia nel 2016, l’edizione integrale del memoir di Roland Garros - corredata dal suo Diario di guerra 1914-1915 - racconta cinque anni che sembrano lunghi un secolo ed è corredata da un apparato fotografico che ripercorre i momenti salienti della vita del protagonista e dei primi anni dell’aviazione in generale. Quando cioè un gruppetto di giovani temerari decollava a bordo di improbabili macchine volanti per compiere voli impossibili (per quei tempi), che spesso si concludevano prima del previsto con atterraggi catastrofici e vite spezzate nel fiore degli anni. 
Nemmeno a ricordarlo, di questo sparuto manipolo faceva parte Roland Garros, il cui coraggio, in abbinata allo sprezzo del pericolo, lo aveva fatto entrare nella leggenda. Guadagnandosi tre record di altezza nonché aprendo nuove rotte, tra le quali (nel settembre 1913) la famosa prima traversata senza scalo del Mediterraneo. Ma anche dando impulso alla tecnologia di settore, come la messa a punto di un meccanismo che consentiva di sparare attraverso l’elica degli aeroplani. Quella stessa che avrebbe reso possibili i primi duelli aerei già nel corso della Grande Guerra. 
Roland Garros, si diceva, nato nel 1988 a Saint-Denis, nell’isola della Réunion, e cresciuto a Saigon; che preso dalla passione per il volo (a rimanerne contagiati, in quel periodo, erano stati cowboy e finanzieri, meccanici e ubriaconi, ma anche donne un po’ matte: insomma una compagnia di giro, in cerca di gloria, a metà strada fra teatranti e rompicollo) aveva sorvolato chissà quanti Paesi nel corso di esibizioni, gare e viaggi di piacere. 
Lui che dopo la storica traversata del Mediterraneo si era arruolato nell’esercito francese, diventando il primo pilota da caccia del mondo. Lui che nel febbraio del 1918 era riuscito a fuggire dal campo di prigionia dov’era stato confinato per poi riunirsi alle truppe transalpine e perdere la vita, il 5 ottobre di quello stesso anno, morendo nei cieli delle Ardenne nell’esplosione del suo Spad sopra Saint-Morel. 
Lui genio e sregolatezza, a tratti schivo, che sin da adolescente si lasciava trasportare dai successi ottenuti dai fratelli Wright (“Ma in fondo -annotava nei suoi ricordi - tutta la mia generazione vibrava dello stesso entusiasmo”); lui disposto a tutto pur di ammirare lo spettacolo abbagliante del mare di nuvole (da qui il piacevolissimo titolo delle sue memorie); lui diventato una specie di drogato del volo, nel senso che non ne poteva più fare a meno. 
E a lui, in segno di riconoscenza, la Francia gli avrebbe “intitolato” il più importante torneo tennistico su terra battuta del mondo, che si tiene da metà maggio ai primi di giugno a Parigi. Benché sia quasi certo che l’interessato non avesse mai preso in mano una racchetta. In ogni caso un tributo certamente meritato.

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