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Roma ricuce i rapporti con l'Ue, ma la vera sfida sarà quella di rilanciare il Paese

Secondo l’economista Mario Deaglio la nascita dell’Esecutivo serve ad affrontare le prossime scadenze. Tuttavia la svolta verso un’economia sostenibile sarà possibile solo se verrà condivisa anche dagli altri Stati membri. Perché soltanto così si potrà ottenere, nel rispetto delle regole, una maggiore flessibilità 


16/09/2019

di Giambattista Pepi


Mario Deaglio

Il Governo ci voleva perché si avvicinano scadenze cruciali ineludibili. Le elezioni? Non è come andare a prendere un caffè. L’instabilità? È un grande male del Paese, ma il problema vero è la mancanza di visione della classe politica. L’Europa? I primi passi con Gentiloni, Conte e Gualtieri sono positivi: il ritrovato spirito europeistico dell’Esecutivo ci servirà. 
Asciutto e diretto, Mario Deaglio (professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino) è un esperto di lungo corso. Ma è anche un acuto osservatore del Paese con un’intensa attività giornalistica alle spalle (ha collaborato con The Economist, Panorama, Il Secolo XIX, ha diretto Il Sole 24 Ore dal 1980 al 1983 ed è editorialista de La Stampa). 
Insomma, un uomo che conosce fatti e misfatti della politica, ma è cauto nei giudizi sull’Esecutivo Pd-M5S perché ritiene sia prematuro, pur riconoscendo che, un rapporto dialogante e non conflittuale con le Istituzioni europee, possa farci solo bene. E nell’intervista rilasciata a Economia Italiana.it passa in rassegna il programma di Governo, i suoi primi passi e le prospettive per la legislatura.

La crisi politica aperta prima di Ferragosto è stata superata in un mese con la nascita del secondo Governo Conte. Ci vollero tre mesi e mezzo per formare, invece, il primo dopo le elezioni del marzo 2018. Due esecutivi un anno e mezzo dopo le elezioni. L’instabilità politica è uno dei peggiori mali del Paese? 
Sì, se guardiamo al numero di crisi di governo. La durata dei Governi italiani non è mai stata molto lunga. Quasi mai un Esecutivo si è identificato con una legislatura, ci sono sempre stati dei cambi. Se guardiamo alla qualità, cioè all’importanza delle crisi, le cose cambiano: normalmente le successioni dei governi avvengono nell’ambito di maggioranze simili. Questa volta, invece, abbiamo un Esecutivo nuovo e una maggioranza radicalmente diversa.

Il Paese è diviso: il centrodestra avrebbe voluto elezioni anticipate, sostenendo che le forze politiche che hanno dato vita al nuovo Esecutivo giallorosso sono minoritarie. I partiti della nuova maggioranza pensano invece di avere agito per senso di responsabilità e nell’interesse generale della comunità nazionale. Che idea si è fatta al riguardo? Chi ha ragione e chi torto? 
A me pare che sia una polemica che tralascia completamente alcuni fattori giuridici, istituzionali e politici, che si traducono in un fitto calendario di impegni. Noi dobbiamo preparare l’aggiornamento del Programma Triennale da sottoporre alla Commissione europea e siamo già in ritardo; il Parlamento, a sua volta, deve approvare la legge di Bilancio 2020 entro il 31 dicembre altrimenti andremo in “esercizio provvisorio” con il blocco ai livelli dell’anno passato di tutte le voci della spesa pubblica. Il che può avere gravi ripercussioni sull’economia. Questo è un fattore di freno molto forte. Nel dibattito politico attuale questi fattori tecnici sono stati pressoché dimenticati. Si parla di andare alle elezioni come se si andasse a prendere un caffè: lo prendo quando voglio e come voglio. Non è così: ci sono limiti precisi e scadenze da rispettare altrimenti paghiamo duramente. Quindi l’idea di avere un Governo che permetta di rispettare queste scadenze mi sembra buono. Poi se il Governo piaccia o non piaccia è un’altra questione.

Dai rapporti con l’Unione europea alla sicurezza, passando per il fisco e la giustizia: cosa ne pensa del programma? 
Mi pare che nei rapporti con l’Unione europea questo Esecutivo abbia un’impostazione nettamente diversa dal precedente Governo perché non è conflittuale, almeno finora, ma dialogante. È sicuramente il modo migliore per ottenere più attenzione dall’Ue, mentre invece essere conflittuali significava essere tagliati fuori dall’elaborazione delle nuove regole.

“Il nostro obiettivo è la riduzione del debito, ma lo vogliamo fare attraverso una crescita ragionata e investimenti produttivi” ha detto il premier Giuseppe Conte. Non è la prima volta che sentiamo pronunciare frasi come questa da un presidente del Consiglio o da un ministro del Tesoro, ma i fatti quasi sempre smentiscono questi impegni solenni e queste dichiarazioni cariche di enfasi. Infatti: come raggiungere questo obiettivo, se praticamente siamo in stagnazione dalla seconda metà del 2018 e negli ultimi vent’anni siamo sempre cresciuti sotto la media europea? 
Intanto una precisazione: non è la riduzione del debito in sé il nostro obiettivo reale, ma la riduzione del debito rispetto al prodotto interno lordo. Cioè il Pil deve crescere più del debito e così il rapporto si riduce da solo. E’ una matematica da media inferiore che molti politici non hanno ben capito. L’aumento strutturale del Pil superiore a quello del debito implica una strategia di lungo termine: il Pil non cresce con la bacchetta magica, ci vuole tutta una serie di fattori e di politiche e un orizzonte temporale di almeno una legislatura per portare a casa questo ambizioso risultato. Invece vedo poco interesse a questo, vedo che tutta la politica economica è stata schiacciata dalle esigenze politiche: elettorali e clientelari. Vedo la miopia, la mancanza di visione nella classe dirigente di lungo periodo che invece sarebbe necessaria.

La convince la svolta annunciata da Conte sulla riconversione dell’economia verso una digitalizzazione sostenibile? Questa policy può dare un impulso forte alla crescita o corriamo rischi? Siamo attrezzati per svoltare? 
Diciamo che nei processi produttivi dell’economia circolare siamo uno dei Paesi più avanti nel mondo anche perché partiamo dall’utilizzo degli scarti che è nella nostra tradizione agricola. Però un cambiamento nella direzione indicata da Conte è possibile se lo fanno anche tutti gli altri Paesi. Se lo facciamo solo noi, aumentano i costi. Occorrerebbe, invece, che tutti gli Stati membri riconvertissero i sistemi produttivi all’economia circolare. Un motivo in più, questo, per stare dentro l’Europa, per partecipare attivamente ai dibattiti e alle decisioni che si prendono nelle Istituzioni comunitarie.

Finalmente ricompare nell’agenda politica il Mezzogiorno. Si parla di una nuova stagione di intervento straordinario. Cosa serve effettivamente al Sud per risollevarsi? E l’Europa, come ha chiesto il premier Conte, potrà agevolare il Paese in questo impegno visti i fallimenti del passato? 
È una domanda molto difficile. Se noi guardiamo al Mezzogiorno nel suo insieme sono cifre impressionanti: il Pil degli abitanti è inferiore al livello di moltissimi Paesi europei: credo che sia sceso sotto il livello dei portoghesi e dei greci. Insomma, sta messo molto male. Gli altri Paesi sono andati avanti, mentre il Mezzogiorno ha ristagnato e subìto anche sensibili arretramenti. Se poi guardiamo dal punto di vista qualitativo anche qui abbiamo una situazione generale di distacco crescente. Detto questo è pur vero che nel Mezzogiorno ci sono alcune aree che sono valide. Bisogna fare attenzione a un discorso troppo generalizzato perché abbiamo molti “Mezzogiorni” che sono competitivi nell’economia mondiale. Sicuramente ci vuole qualche cosa. Non si inventa. L’intervento pubblico nel Mezzogiorno è necessario. Probabilmente dovrebbe essere a livello europeo. Cioè questo sforzo dovrebbe essere condiviso dagli organismi comunitari implementando e aggiustando la traiettoria delle politiche di coesione. Ma non so se la concertazione tra Roma e Bruxelles sarebbe gradita e dunque accettata dall’Italia.

Da dove cominciare? 
Comincerei a rivedere le procedure con cui le regioni meridionali impiegano i fondi europei una volta ripartiti e assegnati. Non è un mistero che la gran parte di questi fondi sono inutilizzati e poi, probabilmente, la presenza dello Stato dovrebbe avvenire con delle procedure nuove.

Ci fa un esempio? 
Guardo con molto interesse alle procedure che utilizzano i francesi nelle opere pubbliche in cui le normali competenze vengono scavalcate e l’opera pubblica viene gestita da un ente apposito che poi di scioglie quando viene terminata. In questo modo si scavalcano le competenze degli enti che sovente costituiscono un elemento di blocco o rallentamento nella realizzazione dell’opera. In Francia, in questo modo, le opere pubbliche vengono realizzate a una velocità all’incirca doppia di quella italiana. E visto che nel programma si pone l’accento sull’economia verde, quale occasione migliore di questa visto che nel Parlamento europeo sono presenti, in buon numero, un gruppo di parlamentari Verdi e vedere cosa si può fare insieme nel settore dell’ambiente nel Mezzogiorno? Insomma bisogna recuperare il tempo perduto. Sono almeno 15 anni che non c’è dibattito sul Sud. Questo deve cessare.

Con l’ex premier Paolo Gentiloni commissario europea all’Economia e il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, l’Italia cambia i rapporti con Bruxelles: dalla contrapposizione e dalla polemica di ieri al dialogo e alla distensione di oggi. L’Europa apprezza il ritorno allo spirito europeista di Roma. È un fatto positivo? 
Sì. Lo scontro dei mesi scorsi ci ha solo danneggiati. Bisogna essere presenti, eccome. Come del resto ha dichiarato proprio il ministro Gualtieri prendendo parte alla riunione informale dell’Eurogruppo dove ha illustrato il programma del Governo guidato da Conte. Abbiamo poi un altro vantaggio -  mal comune mezzo gaudio -: l’economia tedesca è in affanno. La Germania ha bisogno di elasticità nell’applicazione delle regole europee, e siccome la nostra debolezza economica dipende anche dal loro rallentamento, norme generali che facciano bene alla loro economia possono far bene anche alla nostra. Noi dal rilancio tedesco abbiamo solo da guadagnarci, perché gran parte della nostra industria manifatturiera è un’importante fornitrice dell’industria tedesca. Ma poi, al di là di questo, i meccanismi che devono consentire ai tedeschi di superare la crisi possono aiutare anche noi.

Conte ha incontrato a Bruxelles i presidenti uscenti ed entranti della Commissione (Juncker e Leyen) e del Consiglio (Tusk e Michel). È un passo giusto? 
Direi di sì. Fa parte, appunto, di quel riavvicinamento di cui abbiamo parlato prima. Prima ci facevamo del male da soli, adesso abbiamo smesso di farcene e cerchiamo di curare le ferite. Assieme agli altri che nel frattempo si sono feriti.

Quello in carica sarà un Governo di legislatura, di riforme e di svolta o corre il rischio di passare alla storia come un Esecutivo sterile e inconcludente? 
Tutto quello che posso dire è che se supera, com’è probabile, il “giro” dell’anno, avremo poi delle visioni più chiare. Va poi anche considerato che molto dipende dall’estero. Le cose sono completamento diverse se Stati Uniti e Cina si accordassero o meno sui dazi perché in parte ne subiamo noi le conseguenze. Oppure se il Regno Unito fa un’uscita soft o conflittuale dall’Ue: quest’ultima prospettiva sarebbe un fattore di ritardo nella crescita nostra e dell’Europa. Ci sono insomma molti problemi mondiali che ci toccano da vicino. Sono mesi cruciali quelli che ci aspettano. Tornare a farsi ascoltare in Europa è un passaggio importante per capire in che direzione ci muoveremo.

Stante la prolungata stagnazione, l’Italia è il Paese che rischia di più non solo in Europa, ma nel mondo, di precipitare in recessione? 
Dipende da come arriva la recessione, se mai dovesse arrivare. Direi che, in ogni caso, siamo trai più rischiosi: sicuramente siamo nella zona retrocessione e dobbiamo pertanto stare molto attenti a come ci muoviamo e ai provvedimenti che assumeremo nelle prossime settimane e mesi.

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