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SOS sanità

I nostri soldi se ne vanno in corruzione


11/05/2015

di Carlo Valentini


Nino Cartabellotta

Sprechi in sanità? Il Servizio Sanitario Nazionale ha speso (nel 2014) 7 miliardi di euro in farmaci (poteva risparmiare 2,2 miliardi), 1,9 miliardi in farmaci biologici (poteva risparmiare 345 milioni), 1,3 miliardi per interventi chirurgici (195 milioni), 628 milioni in tecnologie diagnostiche (200 milioni), 543 per screening (164), 400 per dispositivi sanitari (150). Ma c'è di più: il 5/6% del budget della sanità è assorbito da corruzione e frodi, quindi sui 113 miliardi di spesa sanitaria annua, tra i 5 e i 6 miliardi se ne vanno in corruzione.
Le cifre le fornisce GIMBE, una fondazione che si occupa di formazione e ricerca in ambito sanitario. La presiede Nino Cartabellotta, un medico che ha lanciato la campagna "Salviamo il Nostro Servizio Sanitario Nazionale".

Perché questo SOS?
«La sommatoria di varie manovre finanziarie ha sottratto alla sanità pubblica circa 30 miliardi di euro. È quindi necessario chiedersi quanto la deriva economicista del Paese stia erodendo il diritto costituzionale alla salute. Credo sia indispensabile spiegare ai cittadini che l'articolo 32 della Costituzione tutela il diritto alla salute e non alla sanità, oggi troppo spesso intesa come disponibilità indiscriminata e illimitata di servizi e prestazioni sanitarie".

L'ammontare della spesa sanitaria: 110,8 miliardi nel 2012, 111,1 nel 2013, 113 nel 2014, 115,4 nel 2015, 117,6 nel 2016, 119,7 nel 2017. Ma il settore sanitario assorbe altre risorse: lo scorso anno 8,7 milioni di italiani si sono rivolti al privato spendendo di tasca propria 2,7 miliardi di euro (dopo avere pagato attraverso le imposte il Servizio Sanitario pubblico). Cresce la spesa pubblica ma non finalizzata a migliorare le prestazioni. Non è giustificabile che i pasti giornalieri serviti al letto del paziente costino 19,2 euro a Bari e 10,1 a Firenze, che il servizio di lavanderia per paziente a giornata di degenza costi 7,9 euro a Napoli e 2 a Matera, che il servizio di pulizia in aree a rischio costi (canone a metro quadrato mensile) 6,8 euro a Pavia e 2,7 a Torino.
«Per fronteggiare la crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario - sostiene Cartabellotta - la politica ha scelto la strada dei tagli lineari la cui entità e rapidità oltre ad avere conseguenze negative per la salute dei cittadini, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli, potrebbe determinare nel medio termine un non quantificabile incremento dei costi. Sarebbe più opportuna una strategia alternativa, finalizzata a ottenere migliori risultati dalle risorse investite grazie all'identificazione e riduzione degli sprechi e all'incremento del "value", ovvero il ritorno del denaro investito in termini di salute».

In cosa consiste il "value"?
«È l'unità di misura più concreta e innovativa, serve per mettere in relazione diretta i risultati dell'assistenza sanitaria (efficacia, sicurezza) con le risorse utilizzate (efficienza). Considerato che troppi servizi e prestazioni sanitarie sono caratterizzate da un basso "value" (costano troppo rispetto ai benefici prodotti), sarebbe opportuno decidere cosa finanziare con il denaro pubblico. Un esempio: nei malati di Alzheimer i farmaci hanno un "value" molto basso, che è invece particolarmente elevato per i servizi sociali di assistenza alla persona».

Ma in che modo integrare cultura manageriale e sanitaria?
«A oltre 20 anni dalla loro istituzione il contesto in cui si trovano a operare le aziende sanitarie è radicalmente mutato, in particolare per i numerosi fattori che hanno silenziosamente contribuito alla crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario: il cambiamento delle condizioni demografiche, economiche e sociali, la crescente introduzione sul mercato di false innovazioni, le diseguaglianze regionali, le ingerenze dei partiti nella programmazione sanitaria, il modello organizzativo delle aziende sanitarie come silos in continua competizione, l'evoluzione del rapporto paziente-medico, l'involuzione del cittadino-malato in consumatore e l'incremento del contenzioso medico-legale. Oggi la sostenibilità del Servizio Sanitario non può che affidarsi al binomio disinvestire e riallocare».

Il conflitto istituzionale tra Stato e Regioni incide sull'efficienza del Servizio Sanitario? Il federalismo sanitario è fallito?
«La riforma del titolo V della Costituzione, nel 2001, ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un pluralismo di centri di potere e ampliando il ruolo e le competenze delle autonomie locali. Di conseguenza abbiamo assistito alla nascita di 21 sistemi sanitari differenti, incapaci di assicurare in modo omogeneo i livelli essenziali di assistenza, eludendo i princìpi di equità e universalità sui quali si fonda il nostro Servizio Sanitario. Dal punto di vista sanitario, l'Italia si caratterizza come il Paese più eterogeno d'Europa, con sacche di inefficacia, inefficienza e ingiustizia sociale che in un federalismo disegnato male e gestito peggio sono destinate ad aumentare, di pari passo con le diseguaglianze. Inoltre l'attuale crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario rischia di peggiorare l'inadeguatezza dei sistemi sanitari regionali più deboli. In questo contesto le responsabilità istituzionali finiscono per diluirsi nelle stesse pieghe normative che alimentano il conflitto tra Stato e Regioni».

Lo scorso anno 836 mila italiani si sono fatti curare in Regioni diverse da quella di residenza. La Lombardia ha ricevuto 157.383 pazienti di cui 60.606 dal Sud. La Campania ha segnato l'esodo più elevato con 89.119 pazienti, seguita da Calabria e Sicilia. Non solo. In Italia i nuovi farmaci arrivano in media 2 anni e mezzo dopo rispetto agli altri Paesi europei a causa dei tempi per i processi autorizzativi centrali e regionali, e dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale all'effettiva disponibilità nelle Regioni passano in media altri 340 giorni. In questa situazione c'è chi invoca più privato in sanità...
«Se parliamo di finanziatori privati, l'acquisizione di risorse integrative non deve compromettere il modello di un sistema sanitario pubblico e universalistico. In particolare le risorse acquisite dall'intermediazione assicurativa dei privati devono finanziare prevalentemente prestazioni non essenziali. Se ci riferiamo alle strutture private accreditate col Servizio Sanitario, bisogna riconoscere che sono sicuramente più efficienti di quelle pubbliche, ma spesso più inappropriate. Il punto di equilibrio non sta nella "sana competizione", che rischia di aumentare il consumismo, ma nella "sana integrazione", previa "sterilizzazione" di tutti gli interessi in conflitto dei professionisti che servono due padroni».

Quali le priorità che indicherebbe al ministro della Sanità?
«Solo una: indurre a potenziare, prima della fine del suo mandato, le capacità di indirizzo e verifica sulle Regioni da parte del Ministero degli Affari regionali, al fine di ridurre sprechi e diseguaglianze».

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