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Salvini alza la voce: "Basta sbarchi". E chiude i porti alle navi delle Ong

Intanto Trump tiene a Singapore un incontro “senza precedenti” con il leader nordcoreano Kim Jong-Un


13/06/2018

L'aveva detto e l'ha fatto. Matteo Salvini, ministro dell'Interno da una settimana, ha dato inizio alla guerra agli immigrati clandestini, al business delle ONG, alle sovvenzioni a pioggia a certe cooperative di “assistenza”, agli ordini dell'Unione Europea e all'avidità dei trafficanti di carne umana. E ha bloccato i porti italiani. 
Da noi la “Aquarius”, con i suoi 629 migranti a bordo, più o meno clandestini, più o meno in fuga da non si sa ancora che cosa, non ha attraccato. Ci ha pensato la Spagna. L'Italia ha già dato troppo… Per Salvini quella ottenuta è senza dubbio "una vittoria" che gli consentirà di ridiscutere le regole dell'accoglienza con Bruxelles.
Il ministro delle felpe e delle ruspe ha ricordato che nel Mediterraneo bazzicano navi battenti un po' tutte le bandiere tranne quella italiana, le quali vanno a pesca di gommoni mezzi sgonfi stracarichi di poveracci. Li caricano a bordo e li portano in un solo posto: in Italia. Va avanti così da anni, come sappiamo tutti; e da anni l'Italia va indietro. 
I buonisti, i boldrinisti, i filoscafisti, gli europeisti, i mondialisti sono scesi rapidissimi sul piede di guerra. Contro nuovi sbarchi? Nemmeno per idea: contro Salvini, che sta cominciando a fare ciò che aveva promesso durante la campagna elettorale che l'ha portato al trionfo del 4 marzo. Ohibò! Come si permette? 
Il neo premier Giuseppe Conte aveva appena ripetuto anche in Canada al G7 che l'Italia è stata lasciata sola a contrastare l’“emergenza profughi”. Che qualcuno agisca deve sembrare oltremodo strano e inqualificabile, a chi da sempre predica concetti vacui come “cultura dell'accoglienza”, per poi rintanarsi ai Parioli, a Capalbio, in via della Spiga a Milano: dove l'accoglienza riguarda soltanto cineasti, pseudointellettuali, finanzieri e divette della tivù. 
Questo governo ci sta piuttosto sugli zebedei, come diciamo dall'inizio, ma non c'era la “luna di miele” all'esordio di ogni esecutivo? Sbagliato. Se i ministri si chiamano Boschi, Fedeli, Alfano, Delrio è sempre festa, ma i “populisti”? Guerra a oltranza! Poi, semmai... 
“Bravo ragazzo” non se l'era mai sentito dire nessun primo ministro italiano dall'uomo più potente del pianeta. E' successo al carneade Giuseppe Conte, fino a dieci giorni fa ignoto a sessanta milioni di connazionali e a sei miliardi di umani. «Quell'italiano è proprio un bravo ragazzo», ha detto di lui Donald Trump mentre lasciava in tutta fretta il vertice G7 in Canada per andare a Singapore a un vertice storico, quello con Kim Jong-Un sulla pacificazione delle Coree, la ripresa delle relazioni diplomatiche e commerciali, la sospensione del programma atomico di Cicciobomba. Robetta, insomma. Un incontro “senza precedenti”, il primo fra un presidente americano e un leader della Corea del Nord, “a dimostrazione che il vero cambiamento è possibile e che il mondo ha compiuto un grande passo indietro da una potenziale catastrofe nucleare”.
Il cow boy che occupa la Casa Bianca alla faccia di tutti i radical-chic (copyright del recentemente scomparso Tom Wolfe) e in compagnia della donna più affascinante dell'intero pianeta ha subito agganciato Peppino detto 'O Gagà, invitandolo subito a Washington. Lì il Nostro si cimenterà nel suo numero preferito, il baciamano d'altri tempi alle signore già sperimentato in Canada con madame Trudeau: ci vada piano con Melania, perché Trump è grosso e impulsivo. 
E' anche furbo il Ciuffo Yankee, che vede forse proprio in Conte, quindi nell'Italia, una sponda nelle trattative economiche con l'Unione Europea, Merkel in testa. Oggi conteremo poco o niente, ma con il timbro United States? Trump è la variabile impazzita – secondo i canoni del politicamente corretto – della politica internazionale: è privo di regole, di savoir faire, di santi e di ideologie che non siano America First. Ha però rilanciato l'economia americana, ha conquistato la classe operaia e gli Stati della prateria, ha vitaminizzato la Borsa, ha risvoltato come un calzino il dittatore nordcoreano disinnescandone, di fatto, l'atomica e portandolo ogni giorno di più dalla propria parte: una parte che significa affari in Estremo Oriente. 
Ecco perché The Donald si è permesso di fare la voce grossa al G7, di ribaltare il tavolo ad accordo ormai raggiunto e di volare dal suo “quasi amico” panzone per quella che ha definito una missione di pace. 
«Gli Stati Uniti sono stati trattati in modo ingiusto», ha sbottato abbandonando il vertice canadese. Il premier Trudeau ha così dovuto stracciare il documento sulla riforma dell'Organizzazione mondiale del commercio e contro il protezionismo; incavolato nero, ha minacciato dazi agli Stati Uniti a partire dal mese di luglio; Trump gli ha risposto che è debole e disonesto. La Merkel è rimasta con un palmo di naso, il suo nuovo paggio Macron è entrato nei giornali solo per aver stritolato la mano destra di Trump. Del presidente della Commissione Europea si sono perse le tracce, forse era al bar. 
Il ministro russo Lavrov, osservatore divertito del vertice fallito, ha commentato: «Vogliono rifare il G8 con la Russia? Noi stiamo bene così, col formato G20, perché nel G20 certi ultimatum non funzionano». Di fatto ha dato ragione a Trump. 
E Conte è tornato a casa parlando di risultato positivo. Quale risultato? Nessuno, se gli USA buttano il tavolo per aria, il risultato non c'è, ma quel “bravo ragazzo” è un'apertura di credito a Conte. Infatti in Italia c'è chi rosica, e non solo nella funerea sedicente sinistra di Maurizio Martina. L'altera Anna Maria Bernini, di Forza Italia, accusa il gagà foggiano di dilettantismo e mancanza di autorevolezza. Ah sì? Era la primissima volta all'estero da premier, avremmo voluto vedere l'artefatta signora davanti a Trump, Macron, Merkel, May, Juncker... No, lui era ancora al bar. 
«La campagna elettorale è finita. Adesso si lavori», esorta Vincenzo Boccia, presidente degli industriali, nello stesso giorno in cui si viene a sapere che le aziende italiane perdono trenta miliardi a causa dei ritardi nei pagamenti della Pubblica Amministrazione. 
Il neoministro dell'Economia Giovanni Tria, in una lunga intervista al “Corriere della Sera” ha pronunciato frasi ultra-tranquillizzanti per i mercati e gli eurocrati: «Non è in discussione alcun proposito di uscire dall'euro. La nostra economia è forte, i preliminari sono a posto, la fiducia è il presupposto della nostra stabilità. Ha ragione il ministro tedesco Scholz quando afferma che al debito italiano devono pensare gli italiani. I tedeschi temono che l'Italia cerchi di forzare sul debito per strappare concessioni, ma in Europa si discute e non si accettano minacce». Tutto così: un pericoloso antieuropeista e sovranista? Ma fateci il piacere! 
I debiti attanagliano anche gli umanissimi piddini, i quali devono fare i conti con... i conti. La cassa è vuota: pochi parlamentari significano pochi contributi, così la botta elettorale del 4 marzo costringerà l'ex partitone a traslocare dalla sede del Nazareno, che ingoia mezzo milione di euro ogni anno. Poiché il PD è specializzato in fallimenti, che siano elettorali, di leadership o di giornali di partito, le disgrazie non finiscono qui. Tutto il personale del Nazareno è in cassa integrazione: a zero ore 76 dipendenti, un'altra novantina lavorano invece dal 10 all'80 per cento. 
Difficile che si consolino con il Gay Pride di Roma, dove si è presentata anche una fasulla Brigata Partigiana Arcobaleno. Vilipendio della Liberazione? Nemmeno per idea: non è mica uno scherzo di cattivo gusto dei “populisti”. No, è tutta farina del loro sacco, dei mentecatti che si ritengono la parte migliore e più sana del Paese, e lo dicono senza scoppiare a ridere. Palmiro si rivolta nella tomba e non ha nemmeno la Nilde vicina per consolarsi.

S. V. 

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