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Salvini, scalata al potere mentre Macron sta ruzzolando

Che il vento stia cambiando se ne sono accorti anche i grillini, consci di rischiare lo scranno e lo stipendio


10/12/2018

di Sandro Vacchi


I giornalisti saccenti e politicamente corretti, i telegiornali pervicacemente schierati con i morti viventi (oppure con i vivi morenti) del PD, le teste d'uovo che tutto credono di sapere ma niente indovinano, le star dei talk show che della politica-spettacolo hanno fatto una professione si ostinano a non volerlo ammettere, o si illudono che quanto sta accadendo non sia vero, o sono davvero così fessi da non accorgersene, ma l'Italia è in piena rivoluzione. 
Nessun politico negli ultimi cent'anni è mai volato così in alto, e tanto rapidamente, e con tale appoggio popolare, come Matteo Salvini, salvo colui il cui nome è impronunciabile e ancora suscita sconcerto, timore, orrore negli intellettualini all'amatriciana convinti di essere invece depositari di un sapere assoluto. Tutt'al più osano l'equazione Mussolini-Salvini al solo scopo di fascistizzare il leghista rendendolo il Mostro, l'Anticristo, il Nemico, increduli di fronte a un uomo che ha preso un partito al 4 per cento, l'ha portato oltre il 17 per cento alle elezioni di marzo, oggi è dato intorno al 35 per cento dei consensi e nessuno osa immaginare dove salirà di qui alle elezioni europee di fine maggio. 
Sono increduli e basiti, gli onniscienti anatroccoli starnazzanti, soprattutto perché il politico in questione non è un esponente del Partito Democratico o di formazioni affini, non è l'altezzoso D'Alema, o il signorile Cuperlo o il caratteriale Calenda, ma è il capo indiscusso dei trinariciuti figliastri di Umberto Bossi, per definizione “progressista” ignoranti, maleducati, amanti dei peti, maschilisti e xenofobi. Una fauna che ha marciato su Roma dal Veneto e dalla Lombardia, certo, ma anche dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia, perfino dalla Sardegna. 
Fino a mezz'ora fa le firme dorate continuavano a valutare ancora la Lega come un partito localista, e comunque nordico. Se siete curiosi, andate a vedere quanto la sedicente intellighentzia italiana sottovalutasse il fascismo agli esordi; e, qualche tempo più tardi, quanto lo blandisse, lo adulasse, lo adorasse: cialtroni erano e mezzi uomini sono rimasti. Preparate la calcolatrice per conteggiare quanti di loro saliranno sul carro del vincitore negando di averlo mai detestato fino all'odio. 
Salvini rimarrà in sella un tempo impensabile in Italia per una serie di ragioni concomitanti che ne hanno fatto la fortuna. Si va dal suicidio della saccente sinistra amante della finanza e dell'alta borghesia alla fine biologica del berlusconismo, che per un ventennio ha monopolizzato la politica proprio di quella sinistra non più operaia. 
Si va dal suicidio dell'altra Chiesa, quella di Cristo, schierata ormai apertamente con il globalismo, la solidarietà pelosa e tutto ciò che può coprire lo scandalo diffuso della pedofilia dei sacerdoti. Si va dal conseguente disorientamento dei cattolici tradizionalisti, che si sentono abbandonati non meno di tutti gli italiani di fronte all'invasione umana dal Nordafrica, oggi quasi bloccata dopo anni, al senso di paura di tagli alle pensioni a vantaggio di chi non ha mai versato contributi, secondo il principio comunista, fatto proprio dai Cinque Stelle, di “A ciascuno secondo i suoi bisogni”. 
Si va dalla corda europea sempre più stretta attorno al collo degli italiani, e che la sinistra e i governi tecnici non hanno fatto nulla per allentare, al malcontento di imprenditori e maestranze per la perdita di commesse e grandi lavori in nome di un male interpretato ecologismo di facciata. E si va dal tempismo di Salvini nell'aver saputo fiutare tutto questo fino alla sua fortuna: duro e determinato, al punto che i nemici dicono che è cattivo, parla chiaro come nessun altro, e si fa capire da tutti, anche troppo. La cosa stupefacente, però, è che più o meno mantiene ciò che promette: roba da matti, in Italia. 
Per questo a Roma è assunto in cielo, al punto di chiedere il mandato di trattare con l'Unione Europea a nome di sessanta milioni di italiani. Il premier (?) Conte se la sarà presa, ma qualcuno ha mai dubitato su chi comanda in questo governo composto da gente che più diversa e contrastante non può esserci? La Lega è contro le tasse, i grillini odiano i “ricchi” e vogliono sovvenzionare chi non ha versato contributi, confondendo la previdenza con l'assistenzialismo. La Lega è per rilanciare i grandi lavori, i grillini bombarderebbero la Tav, il gasdotto Tap e così via. La Lega non pensa di tartassare gli automobilisti, i pentastellati li vorrebbero tutti a piedi, secondo la loro filosofia della decrescita felice. 
I grillini più avveduti se ne stanno accorgendo, diversi parlamentari sondano Lega e Forza Italia per non rimanere presto senza lavoro e stipendio. I militanti leghisti assiepati in Piazza del Popolo dicevano di sperare che la mala alleanza duri ancora poco, sanno di poter correre da soli abbastanza presto. 
Salvini dimostra inoltre di essere estremamente più duttile di Giggino Di Maio, strozzato dal Grande Fratello che lo comanda. Il Ruspa ha invece ammorbidito i toni perfino nei confronti della detestata Unione Europea che, volenti o nolenti, comanda sull'Italia. 
Carmelo Lopapa, di “Repubblica”, il giornale più antisalviniano che esista, ha scritto: «Discorso a braccio di 50 minuti a tratti perfino ecumenico. Volutamente rassicurante, calibrato sulla platea di famiglie, delle migliaia di meridionali (non più solo veneti e lombardi) arrivati al sole della Capitale nel giorno di festa. E' una ponderata virata neocentrista, con l'obiettivo di puntare dritto sull'elettorato moderato, quello di Forza Italia in fuga, a pochi mesi dalle Europee, vera prova regina della scalata al potere». Tutto vero, citazioni studiate, da De Gasperi a Woityla a Luther King, per accattivarsi moderati, cattolici e buonisti. 
Tutto questo mentre Angela Merkel scivola inarrestabile verso la scomparsa politica e mentre, soprattutto, l'ex enfant prodige Emmanuel Macron, odiatore conclamato del ministro dell'Interno italiano, si rivela per ciò che è, vale a dire un arrogante e sprezzante esponente dell'alta finanza spedito all'Eliseo unicamente nel terrore che ci andasse Marine Le Pen. I gilet gialli che gli stanno facendo la rivoluzione contro distruggendone l'immagine già di per sé fasulla sono il popolo contro le élite, i tartassati contro la gauche dei ricchi. 
Il caos politico della Francia è una mazzata per l'Unione Europea, per l'euro e per la Nato. E per tutti i signorini molto bravi a giocare con i soldi e le vite degli altri. Dirsi di sinistra ma corteggiare nel contempo banchieri, superfinanzieri, poteri forti, lobby varie, trascurando sempre più la propria base tradizionale, è deleterio in democrazia, un autentico suicidio. Perché, i signorini forse non lo sanno, ma in democrazia il voto di Macron conta esattamente come quello del signor Dupont, e in Italia quello di Renzi esattamente come quello dell'operaio Cipputi. 
Sarà un caso che, tempo addietro, sia stato proprio un comunista, Giorgio Napolitano, a rimpiangere aristocraticamente il fatto che i voti di “quelli là” contino come quelli degli eletti? «La pacchia è finita», è lo slogan di Salvini. Rivolto a rom, Casamonica e abusivi vari. Anche abusivi della storia. 
L'ho già scritto, un sistema per batterlo c'è, a questo punto: farlo fuori. Le sue caricature impiccato si sprecano, i messaggi di odio sui social sono migliaia. La risposta è sempre quella: «Poveracci. Un abbraccio a tutti». Molti nemici, molto onore è la benzina di un Matteo che sembra avere un destino diverso da quello del suo omonimo ex padrone d'Italia. Sembra passato un secolo.

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