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Sarà la Consulta a decidere sulla legittimità delle norme che obbligano a dimettersi per ottenere la pensione


16/09/2019

di Noemi Secci*


Sarà la Corte costituzionale a decidere sulla legittimità delle norme che prescrivono la cessazione dell’attività lavorativa per accedere alla pensione: la prescrizione è relativa ai lavoratori dipendenti, mentre non riguarda i lavoratori autonomi e parasubordinati. Al momento, perché il lavoratore dipendente possa ricevere la pensione di vecchiaia, o quella di anzianità o anticipata, è necessario che risulti inoccupato sino alla decorrenza dell’assegno. 
L’obbligo di cessare l’attività lavorativa subordinata è collegato alla finalità della pensione, cioè allo stato di bisogno che deriva dalla fine del rapporto di lavoro. L’obbligo di terminare l’attività lavorativa dipendente, in particolare, è stato introdotto nel 1969 per quanto riguarda la pensione di anzianità e dal decreto Amato in merito alla pensione di vecchiaia. Decisioni peraltro estese alle pensioni liquidate con il sistema contributivo a seguito dell’entrata in vigore della legge Dini. 
L’obbligatorietà dell’inoccupazione, ai fini dell’ottenimento della pensione, era stata introdotta in un periodo nel quale vigeva un rigido divieto di cumulo tra pensione di anzianità e lavoro subordinato. Negli anni, però, sono entrate in vigore delle norme che hanno consentito la totale cumulabilità delle pensioni dirette Inps con i redditi da lavoro dipendente. 
La Corte d’appello di Torino ha dunque sollevato la questione di legittimità costituzionale per le norme che richiedono la cessazione dell’attività lavorativa per accedere alla pensione di anzianità, in quanto appare privo di ragionevolezza il requisito dell’inoccupazione per poter richiedere il pensionamento. 
Nel caso di specie, la richiesta dei giudici parte dal contenzioso tra l’Inps e un pensionato che, pochi giorni dopo aver chiuso il rapporto di lavoro dipendente, aveva avviato un contratto part time con la stessa azienda, e successivamente aveva presentato la domanda per la pensione di anzianità che gli era stata concessa. 
È successo che l’Inps abbia preteso la restituzione degli assegni erogati sino alla cessazione del secondo rapporto di lavoro, perché ha riscontrato che al momento della richiesta del trattamento di anzianità il pensionato stava lavorando. 
Secondo la Corte d’appello, l’interessato, chiuso il primo rapporto di lavoro, aveva già i requisiti per godere di una totale cumulabilità tra pensione e reddito; se avesse presentato la domanda di pensione nell’intervallo temporale, per quanto ristretto, tra la cessazione del primo rapporto e l’instaurazione del secondo, l’Inps avrebbe riconosciuto il diritto alla pensione di anzianità e l’assicurato avrebbe potuto beneficiare del cumulo totale tra redditi di lavoro e di pensione. 
Per questo motivo, secondo i giudici, il requisito dell’inoccupazione per poter presentare la domanda di pensione è privo di ragionevolezza. 
Dunque, in merito alla pensione senza smettere di lavorare, arriva la decisione della consulta a breve. 
La decisione della Corte costituzionale rivestirà un’importanza fondamentale anche in merito alla situazione dei pensionati pubblici, per i quali diverse norme prevedono il divieto di costituire rapporti di collaborazione, consulenza o di studio. Bisogna poi considerare che il cumulo tra lavoro dipendente e pensione non è ammesso se il nuovo servizio costituisce una continuazione (o una derivazione o rinnovo) del precedente rapporto che ha dato luogo alla liquidazione della pensione. 
La Consulta, considerando che l’eventuale incostituzionalità di una delle norme richiamate potrebbe estendere i propri effetti al settore pubblico, dovrà evitare che si crei una disparità di trattamento tra pensionati pubblici e del settore privato.

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