Share |

Sars-Cov-2, perché la “narrazione” non sempre corrisponde alla realtà

L’analisi dei dati dimostra che Paesi che hanno assunto comportamenti differenti fra loro hanno registrato risultati praticamente identici. Forse in Italia, con una visione più razionale e meno emozionale, si sarebbe potuto evitare di distruggere l’economia, l’apparato commerciale e creare le forti tensioni sociali che ne sono seguite


08/02/2021

di Paolo Mastromo


Non parlerò del virus dal punto di vista scientifico, perché non ne ho le competenze. Parlerò però di comunicazione, argomento che non mi è proprio sconosciuto. Amo sempre partire dai numeri i quali (quasi sempre) non mentono, e non farò eccezione questa volta. Dall’inizio della pandemia e fino al 3 febbraio, quindi praticamente in un anno, la Johns Hopkins University segnala che nel mondo si sono registrati 103,9 milioni di casi, con 2,2 milioni di morti. 
Il sito worldometer (molto interessante, lo consiglio), che aggiorna in tempo reale una infinità di dati statistici, dice che sul pianeta vivono oggi 7,84 miliardi di persone. Il che significa che il Sars-Cov-2, in un anno dalla sua comparsa, ha contagiato l’1,32% della popolazione del pianeta, uccidendo il 2,11% dei contagiati, cioè lo 0,02% della popolazione mondiale. 
Negli anni “prima del Sars-Cov-2” la popolazione mondiale moriva al ritmo medio di circa 150mila persone al giorno e quindi i circa 6mila morti al giorno per il Sars-Cov-2 (media dell’ultimo anno) “valgono” un incremento della “mortalità naturale” pari al 4%. Aggiungeteci pure che, dall’inizio dell’epidemia, l’84% dei decessi riguarda persone “con più di 80 anni e con tre gravi patologie”, come conferma il Cts, il Comitato tecnico-scientifico che affianca in Italia il ministro della Salute. Non vorrei banalizzare, però le cose stanno così: l’ultima rilevazione Istat, riferita al 2018, segnalava che l’aspettativa media di vita, in Italia, era di 80,8 anni per gli uomini, di 85,2 anni per le donne. In altre parole, l’84% delle persone morte per il Sars-Cov-2 fino a oggi sarebbero morte comunque nell’arco di pochi mesi. 
Ogni vita è sacra, sia chiaro. E bene hanno fatto i responsabili della salute degli Italiani a cercare di rallentare la diffusione del contagio, stimolare la ricerca di un vaccino, raccomandare pratiche di vita idonee, come l’evitare assembramenti di persone e praticare una accurata pulizia del corpo. 
Tuttavia, il mio parere è che la narrazione che della situazione hanno fatto il Governo e i media sia stata veramente esagerata, poco o nulla rispondente alla reale “gravità” della situazione. Narrazione dalla quale, purtroppo, sono discese misure di salute pubblica rivelatesi devastanti certamente per l’economia ma anche e soprattutto per la società
In altri Paesi le cose sono andate diversamente. In Svezia, Brasile, Israele (fino al mese scorso), Olanda, Polonia - per tacere degli Stati Uniti - la maggioranza della popolazione e dei politici non ha voluto saperne, di “chiusure”. E il bello è che “le ondate” epidemiche hanno raggiunto quasi in uguale misura sia i Paesi “responsabili” sia gli altri. Basti guardare al famoso “modello svedese”. Il Paese scandinavo non ha praticamente “chiuso” niente (se non un accenno di “rigore” a metà gennaio, durante il picco epidemico) e i risultati sono stati non particolarmente dissimili da quelli italiani (in qualche caso migliori). Eccoli: contagiato il 5,6% della popolazione contro il 4,25% dell’Italia; morti: lo 0,11% della popolazione contro lo 0,14% dell’Italia; indice di letalità (rapporto fra morti e contagiati) pari al 2,05% contro il 3,47% dell’Italia. 
Qualcuno ha fatto notare che la densità media degli abitanti sul territorio, in Svezia assai più bassa che in Italia, avrebbe favorito la limitazione del contagio; dimenticando però il non secondario dettaglio che la popolazione Svedese non vive “dispersa sul territorio” ma aggregata nelle città, così che - per esempio - la densità della città di Stoccolma, 5129 abitanti/kmq, è ben maggiore di quella di Milano (2072 abitanti/kmq) o di Roma (2181 abitanti/kmq). 
Anche il Brasile - altro “grande malato” di Sars-Cov-2, terzo Paese al mondo per numero di contagi, che ha mostrato particolare riluttanza a misure di contenimento imposte per legge - ha un’analoga situazione. I casi di contagio sulla popolazione sono il 4,44% (contro il 4,25% dell’Italia), i morti su popolazione sono lo 0,1%, meno sia di Italia sia di Svezia, e il tasso di letalità, 2,43%, è superiore a quello svedese ma inferiore a quello italiano. 
La sintesi di questa rapida carrellata fra i numeri della pandemia ci dice che questo virus non è la più diffusa o più pericolosa causa di malattia o di morte oggi nel mondo; e che i comportamenti che i vari Paesi hanno adottato per limitarne la diffusione - comportamenti assai dissimili fra loro - hanno restituito differenze di risultato inapprezzabili. Qualunque statistico, commentando questi numeri, direbbe che il “modello lockdown” è poco o nulla efficace. E che, soprattutto, i danni certi che provoca alla società, sono sicuramente maggiori dei rischi della salute che forse riduce. 
Esistono poi evidenti forzature. Se è vero ciò che tutti affermano, che cioè il contagio “esplode” mediamente 15 giorni dopo una “esposizione” (che sia una partita di calcio, un matrimonio, un qualsiasi assembramento), non esiste alcuna relazione fra il “ferragosto” e l’inizio della “seconda ondata”, che l’analisi della curva epidemiologica colloca al giorno 1 ottobre, 46 giorni dopo il Ferragosto. 
E quindi la stessa seconda ondata, per esempio, niente ha a che fare con l’“estate libera” che abbiamo vissuto ma piuttosto con la ripresa delle attività produttive e dell’apertura delle scuole intorno a metà settembre. Così come i buoni risultati di questi giorni niente hanno a che vedere né con i “comportamenti virtuosi” tenuti dai cittadini a Natale (40 giorni fa) né, naturalmente, con il “rigore” mostrato dal Governo in questo frangente. Di nuovo, la narrazione che si fa dell’epidemia è chiaramente ad usum delphini, completamente scollegata dalla realtà. 
Naturalmente ciascuno ha la propria sensibilità, e non è né utile né giusto discuterla. Tuttavia, io penso si possa affermare che la narrazione drammatica che ha attraversato l’Italia dal mese di marzo 2020 a oggi sia stata in larga misura ingiustificata. Tanto più ingiustificata in quanto ha portato con sé un cospicuo disfacimento del tessuto produttivo e commerciale del Paese, con una conseguente gravissima problematica sociale. Oggi l’Istat – quasi con sollievo – comunica che nel corso del 2020 l’Italia ha perso solo l’8,8% del Pil. Ma dimentichiamo troppo in fretta che solo tre mesi prima che incominciasse questa sarabanda dello #iorestoacasa tutti ritenevano inaccettabile e insostenibile un deficit del 2%. 
Lo scontro fra i “responsabili” - sostenuti quotidianamente dalla quasi totalità dei mezzi di comunicazione, con i virologi (categoria professionale fino all’altro ieri sconosciuta) a dettare legge e spargere terrore a reti unificate - e “gli irresponsabili”, rei di pretendere di incontrarsi amabilmente fra amici e parenti e magari osare di andare al cinema, distanziati e con tanto di mascherina, è diventato addirittura feroce in prossimità del Natale. Con il Governo a passare le notti per legiferare se al cenone dovessero essere ammesse sei oppure otto persone, pena la denuncia di un vicino particolarmente zelante. 
Scontro che, ovviamente, ha toccato il suo acme in prossimità dell’avvio della campagna vaccinale, quando una importante corrente di pensiero ha provato a imporre a chiunque, di qualunque età, sesso e condizione sanitaria, l’obbligo vaccinale. Nella circostanza è stato brandito come il crocifisso di Torquemada il “dovere sociale” del proteggere i più deboli. Come al solito, qualcuno ha tirato in ballo la Costituzione; dove pare che, cercando bene, possa trovarsi di tutto. 
L’Italia, come d’abitudine, ha esitato. Per fortuna sono intervenuti prima l’Organizzazione Mondiale della Sanità (per bocca di Michael Ryan, direttore delle emergenze sanitarie della Organizzazione, e di Kate O’Brien, direttore del dipartimento di immunizzazione e vaccini, i quali hanno sottolineato che “è necessario spiegare meglio i benefici dei vaccini piuttosto che rendere obbligatoria la vaccinazione”) quindi il Consiglio d’Europa del 28 gennaio, in una risoluzione nella quale si afferma che “gli Stati non devono rendere la vaccinazione contro il Covid obbligatoria per nessuno e almeno per il momento non devono utilizzare i certificati di vaccinazione come passaporti”. 
Abbiamo conoscenza del fatto che i coronavirus - la famiglia di appartenenza del Sars-Cov-2 - mutano con facilità. È il motivo per il quale il vaccino antinfluenzale di un anno non va mai bene per l’anno successivo. Abbiamo conoscenza – ed è evidenza di questi mesi – che il vaccino che è stato studiato e che è in distribuzione, non protegge al 100% e non dà la certezza, alle persone vaccinate, di non essere a loro volta veicolo di contagio. Abbiamo conoscenza che i vaccini in distribuzione sono diversi fra loro; alcuni si rivelano particolarmente validi nella protezione degli anziani, altri sono sconsigliati per gli anziani dalle stesse case che li producono. Abbiamo una scuola di pensiero che suggerisce di vaccinare prima i “fragili”, un’altra che vorrebbe il contrario, vaccinare prima di tutto i giovani che vanno ogni giorno al lavoro, e che sono mille volte più esposti. 
Occorrerebbe calma. E responsabilità. Continuare a evocare scenari apocalittici, racconti di “ondate” una peggiore dell’altra, è sbagliato. Intervenire in Tv solo per dire “la mascherina non potremo toglierla prima di due anni” è sbagliato. Bloccare gli spostamenti fra Regioni, come se il virus fosse suscettibile ai dialetti o ai confini amministrativi, è sbagliato. Resta centrale la considerazione - ovvia - che se sei “positivo” e ti sposti da Milano a Roma è vero che porti la tua infezione a Roma, ma è altrettanto vero che la sottrai a Milano, così che lo spostamento, in quanto tale, è una partita neutra. 
Avrebbe valore il puro e semplice chiudersi in casa per tre settimane di fila, ma non è possibile. Se non altro, dovrebbero lavorare tutti i medici e gli infermieri, gli addetti ai trasporti, gli addetti ai supermercati, le persone che lavorano alla catena alimentare. E quando si dice catena alimentare non si dice solo “supermercato”: per fare arrivare la scatola di pelati sullo scaffale del super occorrono le persone che raccolgono i pomodori, i camionisti, i distributori di carburante, gli addetti alla raffinazione del petrolio, gli addetti alle centrali energetiche, l’industria che produce le lattine, quelli che estraggono e che trasportano il minerale; occorre la carta per le etichette, e poi coloro che lavorano alla telefonia, gli impiegati amministrativi, le banche così via. Così che milioni di persone sono al lavoro solo per fare arrivare la vostra scatola di pelati sullo scaffale del super
Quindi, chiudere tutto è impossibile. Chiudere un intero Paese, intendo. A Wuhan è stato più facile; mentre la città (11 milioni di abitanti) era chiusa, i restanti 1,39 miliardi di persone continuavano a vivere e a lavorare. 
Bisognerebbe dirlo, affermarlo, consigliarlo, insistere: occorre sdrammatizzare. Tanto più che la curva - a livello mondiale - sta rapidamente calando. Sempre oggi (dati del 3 febbraio) la curva mondiale dell’epidemia ha raggiunto il livello del 10 ottobre, quello di tre mesi fa. In solo tre fra i primi cinquanta Paesi di questa “graduatoria” la curva epidemiologica è in (lieve) salita (Iran, Arabia Saudita e Iraq). Ne stiamo uscendo, e possiamo vivere la situazione con ottimismo. E con un minimo di ordine e rispetto. 
È purtroppo noto che un terzo delle dosi di vaccino disponibili a gennaio in Italia sia andata a persone che non ne avevano titolo, generalmente (ma non solo) personale amministrativo e impiegatizio delle strutture dove si praticano le vaccinazioni. Sono le stesse persone, penso io, che ad aprile, sui balconi, percuotevano le pentole con i mestoli, cantando l’inno nazionale con le lacrime agli occhi ripetendo all’infinito il mantra “andrà tutto bene”.

(riproduzione riservata)