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Schietta, ironica, estroversa, politicamente corretta, sincera da far male: fra le pieghe del presente e del passato di Orietta Berti

Una cantante da oltre 15 milioni di dischi che, in una intrigante biografia dal titolo Tra bandiere rosse e acquasantiere, si racconta a cuore aperto. Mettendosi a nudo per i nostri lettori, in una chiacchierata a tutto tondo, con la schiettezza che le è congeniale. Fermo restando che a… nudo non si era voluta mettere nemmeno per Playmen e Playboy, riviste che pure l’avrebbero ricoperta d’oro


16/11/2020

di MAURO CASTELLI


Schietta (“Sono amica di tutti perché non rompo le scatole”); ironica ed estroversa (“È vero, colleziono guêpière. Le ho sempre portate perché tengono la schiena dritta e fanno sparire i… rotolini”); romantica (“Ho girato il mondo e sono stata osannata ovunque, ma sono sempre vissuta dove sono nata perché, pur nella povertà, ho avuto un’infanzia bellissima. E poi nessun albergo è come la tua casa”), oltre che amante degli animali (“Sono circondata da nove gatti, cinque in casa e gli altri nei locali al piano terra della nostra abitazione, per non parlar dei due molossi corsi: la grigia Olimpia e il nero Otello”). 
Di fatto un’artista piacevole quanto politicamente corretta Orietta Berti, tanto da precisare: “Mi sono vista attribuire ogni colore politico. Dicevano che ero comunista perché cantavo alle feste dell’Unità; poi mi etichettavano come democristiana perché partecipavo al Festival di Sanremo; quindi mi accusavano di essere una fan del Cavaliere perché partecipavo a Buona Domenica. Infine mi hanno dato della grillina perché, essendo amica di Beppe Grillo con il quale ho lavorato un sacco di volte, mi era scappato di dire che, devolvendo i loro parlamentari una parte dello stipendio, potevano risultare credibili. In realtà ho sempre ritenuto opportuno stare alla larga dal potere politico”. 
E ancora: una donna alla mano che sa cosa vuol dire riconoscenza (“Devo tutto a Giorgio Calabrese”) e che ama immedesimarsi nei ricordi. Così eccola raccontare: “Silvio Gigli - indimenticato conduttore radiofonico, regista e scrittore - mi aveva battezzata la Capinera dell’Emilia sentendomi cantare le canzoni di Suor Sorriso nella sua trasmissione Sorella Radio, che si teneva negli ospedali, nelle carceri e nei manicomi. Con il ricordo ancora vivo di quando un uomo sui quarant’anni, che a detta di una infermiera si calmava guardando il dondolio nell’acqua contenuta in un secchio che teneva al fianco, cambiò tattica e quell’acqua la rovesciò tutta sulla testa del presentatore che, evidentemente, non gradì”. Fermo restando che, in seguito, il grande pubblico l’avrebbe ribattezzata L’usignolo di Cavriago
Già, Cavriago, il luogo del cuore di Orietta. Dove a tenere banco è un teatro “costruito dal popolo”. O meglio, pagato da tutti i cittadini, che “andavano a comprare i mattoni a una decina di chilometri dal paese e alla domenica, in fila come formichine, li portavano in cantiere”. 
Ma c’è dell’altro nel privato di Orietta Berti: una intrattenitrice sincera sino al midollo (“A lungo i giornalisti mi hanno trattato come una ciabatta”); riservata (“Non sono una che telefona di continuo in quanto ho paura di disturbare, di rubare del tempo”) ma allo stesso tempo disponibile: “Quando papà morì in un incidente (si distrasse un attimo mentre andava in bici e un camioncino lo strisciò, mandandolo a sbattere con la testa contro lo spigolo del marciapiede) per aiutare in casa mi misi a fare la sarta e a disegnare modelli, grazie anche a quanto mi era stato insegnato alle avviamento commerciali”. 
Il tutto all’insegna di un passato - che raccontiamo forse sbagliando alcuni passaggi, e di questo ci scusiamo - segnato dalla timidezza: “La mia maestra di musica Ada Scaglioni di Bologna - una donna magra e arcigna che si vantava di aver intravisto le potenzialità di Gianni Morandi - disse a mio padre che non avevo il senso del ritmo, che ero stonata e che era meglio che non buttasse via i soldi. In realtà in quel periodo avevo soltanto 15 anni ed ero talmente schiva e impacciata che non mi usciva la voce…”. 
Fortunatamente non la pensava allo stesso modo l’insegnante reggiano Neri, “il quale a un certo punto mi consigliò di imitare le cantanti famose di quel periodo. Figuriamoci. Così decisi di tornare da Carlo Speroncini, anche lui di Reggio Emilia, il quale avrebbe contribuito alla mia attuale formazione vocale. Un maestro che avrei anche ingaggiato come pianista una volta raggiunto il successo. Il quale continuava a ripetermi che la voce va allenata continuamente e che non avrei mai dovuto smettere di fare esercizi…”. 
Detto questo, arriviamo al giro di svolta. “Successe che vincessi in zona, ex aequo con Iva Zanicchi, un concorso per voci nuove intitolato Il Disco d’oro. Seduto fra il pubblico c’era Giorgio Calabrese, autore di alcuni fra i più grandi successi della musica leggera italiana oltre che talent scout, che proprio quell’anno - il 1961 - era stato nominato direttore artistico della Karim, un nuova quanto ambiziosa casa discografica. Così (dopo averci chiamato al telefono del bar del paese, visto che in casa non l’avevamo) andai a Milano e incisi, come gli altri cantanti presenti, due dischi. Ma alla fine, per via delle spese troppo alte di promozione (allora si pagava per partecipare a trasmissioni radiofoniche e televisive), uno dei soci della casa discografica si tirò indietro e non se ne fece più nulla”. Anche se in seguito Calabrese non si sarebbe dato per vinto e… 
A questo punto un breve intermezzo sentimental-culturale. “Come tutte le ragazzine di allora avevo una cotta per Paul Newman e non avrei rifiutato un invito a cena di Charlton Heston, ma il mio cuore batteva anche per le poesie di Evgenij Evtušenko, un autore russo dall’anima fragile e ardente, in rotta con la burocrazia staliniana, che avevo incrociato, frequentando la biblioteca della Casa del Popolo, leggendo Non sono nato tardi. Un libro introvabile, che avrei ricopiato a mano in un quaderno e che ho ancora visto che non butto via mai niente”. 
Una passione, quella per la lettura, allargata al suo debole dichiarato per Orgoglio e pregiudizio della scrittrice inglese Jane Austen (“Che ho letto e riletto chissà quante volte”), oltre che per le biografie dei grandi autori russi e non solo di quelli (“La mia biblioteca è fortunatamente ben fornita”). Fermo restando l’appuntamento giornaliero con il quotidiano locale, per restare aggiornata “su quel che succede in zona”. 
Ma c’è dell’altro in termini di curiosità. Orietta Berti si propone infatti portatrice di inaspettate briciole di vanità (“Playmen e Playboy mi chiesero di posare nuda, offrendomi peraltro cifre da capogiro: ma se avessi detto sì come sarebbe andata a finire con mia madre e mia suocera?”) oltre che messaggera di un reverenziale rispetto per il Fisco (“Cerchiamo di non dare numeri esagerati sulle vendite dei miei dischi perché - la mette sul ridere - mi potrebbero venire a cercare…”). Tuttavia, essendo cifre in buona parte già andate in prescrizione, possiamo sbilanciarci parlando di oltre 16 milioni di copie vendute a fronte di quattro dischi di platino, quattro d’oro e due d’argento. 
Con una curiosità al seguito che la dice lunga: “Nei tempi andati si vendeva moltissimo. Successe che, avendo presentato a Sanremo Tipitipiti, la mia casa discografica si lamentasse perché, nelle prime due settimane, fossero stai commercializzati soltanto 800mila dischi e si chiedevano in cosa avessero sbagliato. Oggi per contro farebbero salti mortali. Tanto più che alla fine ne sarebbero stati venduti altri 500mila”. 
Insomma, se non ci fosse bisognerebbe inventarla Orietta Berti, all’anagrafe Galimberti, un cognome troppo lungo per una cantante. Per questo Giorgio Calabrese propose di accorciarlo in Galim. “Io mi opposi e mia madre suggerì Berti. Ma anche questo non mi andava bene per via di una ragazza bellissima, alta e bionda, che si chiamava proprio così. Ma quando mamma si impuntava…”. 
Per la cronaca Orietta è nata a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia, il primo giugno 1943 (chapeau, ça va sans dire), cantante amatissima e personaggio televisivo conteso dalle più diverse trasmissioni, in quanto - di qualsiasi argomento si parli - riesce a proporsi vincente grazie alla sua accattivante capacità di sdrammatizzare, di arrivare con semplicità e senza giri di parole al cuore della gente. Lei “pubblicata” in 38 Paesi che, seguendo l’onda lunga delle biografie di personaggi famosi, è arrivata sugli scaffali anche con la sua, giocata peraltro su un titolo giocoso quanto di indubbio richiamo: Tra bandiere rosse e acquasantiere (Rizzoli, pagg. 270, euro 18,00). Secondo passaggio sugli scaffali, questo, dopo che nel 1997 aveva contribuito alla scrittura, con Tommaso Labbate, del libro, a suo dire “ironico e acido”, La vita secondo Orietta.


Un titolo, Tra bandiere rosse e acquasantiere, voluto dall’autrice e che peraltro risponde a verità: “Nella piazza del mio paese, per tradizione rosso come pochi atri, c’è un busto in bronzo di Lenin che era stato fuso nel 1922 in Ucraina e che, dopo diverse traversie, era stato donato a Cavriago come ringraziamento per aver sostenuto, agli inizi del Novecento, la causa della Rivoluzione russa con 500 lire. In realtà si tratta di una copia, in quanto l’originale è conservato in Comune, peraltro scalfito dalle pallottole dei tedeschi durante l’ultima guerra. In ogni caso devo ammettere che, viste le sue posizioni politiche, mia madre non poteva non finire a vivere in un posto migliore”. 
Comunista dichiarata, “mamma mi portava infatti con lei, ai comizi, tenendomi sulle spalle e facendomi reggere una bandiera rossa. Da parte sua papà - un commerciante di foraggi, pecore e vitelli, oltre che un tenore mancato per scarsità di mezzi - era molto religioso - insomma, il diavolo e l’acquasanta - e non mancava di seguire tutte le processioni facendomi spargere petali di fiori sul sagrato di San Terenziano. Da qui la mia passione proprio per le acquasantiere, di cui sono collezionista con una novantina di pezzi all’attivo che non so più dove mettere”. 
Che dire: una storia di vita e di lavoro, quella di Orietta Berti, raccontata con leggerezza, da mestierante della penna verrebbe da dire, che si fa leggere che è un piacere. Partendo dalla sua infanzia: “Ero testarda, tanto è vero che a soli dieci anni, pur avendo tutti contro, mi feci tagliare i capelli a caschetto, sacrificando trecce stupende, castane e folte, che scendevano per un bel pezzo lungo la schiena”. Una bambina che le piaceva giocare a… rimpiattino con il suo modo di fare da maschiaccio (“Odiavo le bambole, il che suona ridicolo per una che, oggi, ne possiede chissà quante”). 
Lei che aveva rischiato la vita finendo nella concimaia mezza ghiacciata di un’azienda che allevava maiali a due passi da casa. “Per fortuna arrivò mia madre con i rinforzi e una carriola e, scavando da una parte e dall’altra, alla fine mi tirarono fuori. Per poi lavarmi, e sculacciarmi ci mancherebbe, in mezzo al cortile di quella azienda, la Cremeria Emiliana che produceva Parmigiano-reggiano, con l’acqua gelida - visto che eravamo in inverno -  che usciva da un tubo di gomma…”. 
Una autobiografia leggera - ha tenuto a precisare l’interessata - “nata purtroppo nei giorni in cui il mondo si era bloccato all’improvviso (e ora sfortunatamente ci risiamo), quando un virus invisibile aveva paralizzato il pianeta causando dolore, morte, disperazione e senso di impotenza. Stravolgendo le nostre esistenze, cambiando i nostri comportamenti e le nostre abitudini quotidiane. E io, per poter partecipare alle tante trasmissioni televisive che mi vedono invitata, sono diventata una collezionista di tamponi, prelievi venosi, test sierologici e chi più ne ha più ne metta”. 
Una mezza fortuna invece, il frutto collaterale di questo black out, per i suoi supporter, in quanto il vissuto di questa straordinaria cantante merita di essere letto per tirarsi un po’ su il morale. Lei che ha segnato un’epoca, tanto da guadagnarsi le copertine di quaranta e passa riviste, entrando nell’immaginario collettivo al punto da essere raffigurata su francobolli, etichette di biscotti e ciambelle, tazze e t-shirt, cartoline e segnalibri, portachiavi e cavatappi, ma anche agende, calendari e persino su un paio di miniature per presepe. Oltre ad aver contribuito a diverse raccolte di figurine e via dicendo. 
Lei che per festeggiare i cinquant’anni di carriera ha in programma la pubblicazione di un cofanetto composto da sei Cd con tutti i suoi successi, uno dedicato ai duetti e un altro a una ventina di inediti. “Uscita già slittata per il Covid e rinviata a Natale. Anche se, con i tempi che corrono…”. Perché per lei i sostenitori sono importanti. Fermo restando il ricordo ancora vivo di quella “signora dagli occhiali spessi convinta che a esibirsi in pubblico non fossi io, ma una mia sosia. E quando si rese conto che le cose non stavano così mi si avvicinò dicendomi: Non avrei mai immaginato che venisse a cantare per noi, gente comune, di persona. E di quelle sue parole le sono ancora infinitamente grata”. 
Insomma, questa è la storia di una bambina che amava stare all’aria aperta a giocare con i bambini del suo paese, peraltro combinandone di tutti i colori mentre la madre Olga (che in realtà si chiamava Anna Vittoria, ma viste le sue idee politiche…) era impegnata a gestire la pesa pubblica. Magari rischiando, la piccola Orietta, di annegare nel Rio - “Così lo chiamano dalle mie parti il corso d’acqua del paese, un paese che va su e giù - dopo aver fatto un’intera rampa di scale con la bicicletta da uomo che mi aveva regalato mio padre Mafaldo comprandola, in pessime condizioni, da un meccanico della zona”. 
In realtà “avrei voluto una bici da corsa, ma costava troppo. Sta di fatto che una bicicletta da campione l’avrei provata ugualmente quando, partecipando a una trasmissione di Fabio Fazio, mi mandarono a incontrare il grande Marco Pantani. Risultato? In men che non si dica finii a gambe all’aria, e non vi dico che botta rimediai…”. 
Fatti due conti, chi l’avrebbe mai detto che quell’irrequieta bambina a un certo punto avrebbe spiccato il volo nel mondo del canto, partecipando a tredici Festival di Sanremo e lasciando una traccia indelebile nel mondo musicale? Festival che le hanno procurato molte gioie e una sola vera incolpevole amarezza: quella legata al suicidio di Luigi Tenco. Il quale, nel suo biglietto d’addio, lasciò scritto: “Faccio questo non perché sia stanco della vita (tutt’altro), ma come segno di protesta contro un pubblico che manda in finale Io, tu e le rose”, ovvero la canzone cantata da Orietta. Che peraltro, per dirla tutta, “non le piaceva”. 
Una tragedia amara, difficile da digerire. “Sono passati più di 53 anni e mi pesa ancora. Con i giornalisti a calcare la mano, quando invece potevano aiutare questo autore di talento. Tanto è vero che quando era stato il momento di ripescare una canzone avevano optato non per la sua, ma per La rivoluzione di Gianni Pettenati. Ma io che colpa ne avevo? Oltre tutto, ancora oggi, sono convinta che non abbia scritto lui quel biglietto, ma una persona legata ai discografici, in quanto contiene due errori di ortografia che lui non avrebbe mai commesso”. 
Sta di fatto che per questa tragica storia “venni messa all’angolo e per molto tempo nessuno scrisse più nulla su di me e sul mio lavoro. Perché scrivere qualunque cosa positiva su Orietta Berti equivaleva a parlare male di Tenco. Insomma, ero diventato un fantasma.  Eppure vendevo un sacco di dischi e non solo in Italia…”. Non bastasse l’anno successivo “qualcuno di pessimo gusto fece circolare la notizia, falsa, che avevo tentato il suicidio perché mio marito aveva perso ottanta milioni al casinò”. 
Pazienza. Il comportamento umano ha le sue devianze, così come esistono i detrattori per partito preso. Ma “c’è una cosa - assicura - che non smetterò mai di fare, ed è cantare. La mia voce non è cambiata, negli anni. Anzi, ha acquistato più sfumature, più note basse. Ma per rimanere bella va allenata, come diceva Carlo Speroncini. Così da sempre, ogni giorno, mi dedico ai vocalizzi e ai gorgheggi. E se mi sto preparando a incidere o andare in tournée, per un paio d’ore canto. Inoltre ogni estate, esclusa ovviamente quella passata, tengo una cinquantina di concerti nelle piazze italiane. Tornando a casa, se va bene, a notte fonda. Ma sono talmente abituata a questa vita che non riesco più a dormire. Penso di essere stata l’unica italiana - ironizza - a guardare l’ultimo Sanremo fino alla fine, dopo-festival compreso”. 
E in questo suo girovagare per lo Stivale (aggiungiamoci pure avvenimenti, partecipazioni televisive e compagnia bella) l’appoggio arriva da casa. “Per una vita ad accompagnarmi è stato mio marito Osvaldo, che avevo sposato il 14 marzo 1967 (complice mia madre, la quale non voleva che andassi all’estero con quello che allora era il mio fidanzatino, visto che lei aveva paura dell’aereo), dal quale - è stato un viaggio lunghissimo, il nostro, che dura ancora oggi - ho avuto due figli: Omar (“Per le foto dell’inviato di Sorrisi e Canzoni prendemmo in prestito il bambino di un’altra puerpera, perché lui era nato - come ebbe a lamentarsi la mia mamma - nigher, ovvero nero, ma solo perché aveva il cordone ombelicale attorno al collo e si era dovuto procedere a un taglio cesareo) e Otis. Il quale Otis mi ha reso nonna felice di Olivia, una meraviglia che oggi ha un anno e mezzo”. 
Osvaldo (Paterlini), si diceva. “Marito, amico, consigliere, manager e produttore, che da giovane assomigliava a Montgomery Clift e John Travolta. E anche se il tempo ha cancellato tante cose, io lo vedo ancora come quel ragazzo di allora”. Lui “portatore di un carattere completamente diverso dal mio. Io sono infatti estroversa e tiro fuori tutto, anche se a volte non manco di pentirmene in fretta; lui invece è un capricorno, testone e permaloso, ma soprattutto onesto. Non a caso mi ha sempre detto, per la verità con scarso successo, di pensarci due volte prima di parlare. Ma siamo riusciti a capirci ugualmente, a integrarci, ad amalgamarci al meglio”. Oltre tutto “Osvaldo è stato sempre la mia disponibile quanto irrinunciabile stampella, mentre oggi è Otis - esperto di computer - a tenere la contabilità dei miei impegni, ad accompagnarmi di qua e di là, ad occuparsi di questo e di quello”. 
Otis che “quando frequentava le elementari in un tema ne scrisse delle belle su di me, divertendo la maestra, la quale non mancò di telefonarmi per leggermene alcune righe: La mia mamma vuol fare la cantante. È piccola e grassa e si tinge i capelli di rosso. Si trucca tutto il giorno e quando vengono le persone qua a mangiare dice sempre che ha preparato tutto, ma non è vero, va a comprare da Angelo la roba già fatta. Ne sorrisi anch’io, anche perché era quasi tutto vero. Benché, sul fatto che allora fossi grassa, avrei qualcosa da ridire…”.

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