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Se a raccontarci un omicidio a Villa Borghese è a sorpresa un ex sindaco di Roma…

Walter Veltroni debutta nella narrativa gialla dimostrando una buona padronanza della materia. Risultato? Una specie di lettera d’amore alla Capitale che ha guidato per sette anni. Per poi giocare a rimpiattino con i suoi deboli dichiarati: la Juventus, i suoi due gatti, il tapiro di Striscia la Notizia


03/02/2020

di Mauro Castelli


Di Walter Veltroni - politico (è stato fra l’altro vicepresidente del Consiglio e ministro per i Beni culturali e ambientali nel primo Governo guidato da Romano Prodi), saggista e autore di romanzi, giornalista (a soli 37 anni era stato nominato direttore de l’Unità, facendo lievitare le vendite da 117mila a 152mila nel giro di tre anni), regista e persino doppiatore per gioco - si sa molto, ma non tutto. 
Ad esempio chi l’avrebbe mai detto del suo interesse per la narrativa gialla, che l’ha portato a scrivere Assassinio a Villa Borghese (Marsilio, pagg. 206, euro 14,00), un romanzo d’esordio condito di suspense che si propone alla stregua di “una lettera d’amore a Roma e al più bello dei suoi parchi”? Il luogo che peraltro rappresenta il suo “perimetro di vita”: la casa, il verde dei giardini e la via Salaria (“Dove viveva mio nonno, che era stato torturato dai nazisti”). 
D’altra parte il rapporto con la Città eterna è legato a filo stretto al suo passato e al suo presente: nella Capitale è infatti nato il 3 luglio 1955 e qui ha studiato (diplomandosi - dopo una bocciatura in quarta ginnasio - all’istituto professionale di Stato per la cinematografia e la televisione), è cresciuto ed è diventato sindaco per sette anni, dal 28 maggio 2001 al 13 febbraio 2008, quando lasciò (dopo essersi portato a casa un secondo mandato a furor di popolo) per candidarsi alle elezioni politiche dell’aprile successivo. 
Veltroni, si diceva. Un collezionista di ricordi e riconoscimenti (francobolli di una storia che lo ha visto incontrare i più grandi personaggi, oltre a portarsi a casa una Legion d’onore francese, una Gran decorazione d’onore in argento austriaca e un cavalierato nostrano di Gran Croce), ma anche un tapiro di Striscia la notizia. Tapiro che gli era stato rifilato da Valerio Staffelli nel novembre di due anni fa per aver attinto, nel suo libro Quando, da altre fonti (“A onor del vero - si era garbatamente giustificato - tutte le storie, almeno in parte, sono già state scritte. E poi l’unico a sostenerlo era stato Maurizio Crozza”). 
Che altro? Un uomo con la passione incorporata - oltre che per la politica, ci mancherebbe, che lo ha visto fondatore e primo segretario del Partito democratico - per la pallacanestro (e in particolare per la Virtus Roma) che gli sarebbe valsa nel 2006 la nomina a presidente onorario della Lega basket. Per non parlare della fede calcistica dirottata persino sulle due gatte di casa (“Una l’ho chiamata Anzolin, come il portiere della Juventus del 1968, mentre Mu - per non smentire i convincimenti del suo padrone - ha il pelo bianco e nero”). 
E ancora: una famiglia che è la sua ragione di vita (ovvero la moglie Flavia Prisco - che aveva conosciuto a un festival dell’Unità quando aveva soltanto 16 anni - e le due figlie Martina e Vittoria, con le quali ha sempre avuto un ottimo rapporto, anche se non era scontato. Tanto da fargli precisare un po’ di tempo fa: “Mio padre Vittorio, radiocronista Eiar e poi dirigente Rai, era infatti morto quando avevo appena un anno. Fortuna ha voluto che mia madre Ivanka sia sempre stata presente, sia per me che per mio fratello, mai facendoci sentire delle vittime”. 
Senza eccessi, per contro, anche il suo rapporto con Internet: “Ho solo una chat che si chiama Juve, della quale fanno parte un gruppetto di tifosi come Sandro Veronesi, Christian Rocca, Neri Marcorè, Pietro Sermonti, Pigi Battista, Paolo Galimberti, Massimiliano Bruno e Carlo Feltrinelli, che ci vede commentare quel che succede”. Un mezzo, la Rete, da utilizzare peraltro con cautela: basta una “banda di scemi” sui social per diventare una cassa di risonanza per i media. 
E per quanto riguarda il suo debutto nella narrativa gialla? “Volevo stupire, visto che mi ritengo un uomo senza crudeltà. In realtà ci pensavo da tempo, ma per un motivo o per l’altro finivo per rimandare. Sin quando - rubacchiamo qua e là visto che ci è mancata l’intervista richiesta per via dei suoi troppi impegni - è scoccata la scintilla e ho deciso di ambientare il mio noir a Villa Borghese, un enorme parco nel centro di Roma, grande più della Città del Vaticano e poco meno del principato di Monaco, che si offre ai visitatori come uno dei luoghi più belli del mondo. Forte di una caratteristica unica: quella di essere il più grande parco culturale del pianeta. Ricco di ristoranti suggestivi come la Casina Valadier e bar deliziosi come quello del Giardino del Lago. E poi le mille piante, i corsi d’acqua e le tante specie animali...”. 
Insomma, un luogo affascinante, colto, misterioso. Dove - guarda caso -  il sindaco della Capitale, malato d’amore per la Villa, muovendo mari e monti, riesce a farci aprire un commissariato. Per arrestare forse i merli, ironizzano i vertici della polizia. Così i maggiorenti decidono di ingaggiare per il nuovo ufficio un gruppo di poliziotti che nei vari commissariati hanno fatto più danni che altro. Come i magnifici sette del grande schermo, verrebbe da pensare, ma al contrario. Stessa solfa per la loro prima guida: un maturo funzionario caduto in disgrazia. Un giorno, però, il pacifico tran tran del parco viene interrotto dalla scoperta di un cadavere orrendamente straziato. E nulla sarà più lo stesso, a Villa Borghese. 
Che dire: un lavoro di piacevole quanto ironica lettura, che ha un suo perché a fronte di una trama semplice quanto ben congegnata. Con personaggi, come quello dell’ispettore superiore Giovanni Buonvino, tanto umani quanto ben tratteggiati. Certo, risulta impossibile gridare al capolavoro. Ma nemmeno è il caso di ricorrere alla stroncatura per il solo gusto di farlo e mettersi in evidenza. 
Come nel caso di Michela Murgia, nota scrittrice che si dà da fare anche con la critica, la quale - nella sua rubrica sul Tg Zero di Radio Capital - ha definito il suo romanzo il più brutto fra quelli letti negli ultimi sei anni e andando addirittura oltre. Non se ne abbia, caro Veltroni. Anche Va dove di porta il cuore di Susanna Tamaro venne stroncato a man bassa, per poi vendere sei o sette milioni di copie. Come dire che il pubblico dei lettori e i cosiddetti cervelloni, o presunti tali, viaggiano spesso su diverse lunghezze d’onda. 
Io stesso, nel mio piccolo, mi sono confrontato con un liscio e busso firmato da Lidia Ravera, quella della sublime scrittura, in coppia con Marco Lombardo Radice, di Porci con le ali, che avendo letto su Libero una lunghissima quanto benevola recensione - peraltro mai sollecitata - a un mio libro (si trattava di interviste a grandi imprenditori per raccontare la loro vita e i perché del loro successo) ne aveva tratto conclusioni politiche che esulavano anni luce dalla mia mentalità. 
Risultava evidente, da quanto aveva scritto, che quel mio lavoro non l’aveva nemmeno sfogliato, altrimenti non avrebbe potuto sostenere certe tesi. Finendo per attaccare il quotidiano in questione e, sia pure indirettamente, il sottoscritto. Come mi comportai? Ignorandola, e quando mi venne presentata in occasione di una sua partecipazione a un evento del Sole 24 Ore le sorrisi e mi complimentai per la sua raffinata penna. Ne fu soddisfatta, credo addirittura lusingata. E anch’io. Perché a volte, pur vincendo, bisogna saper perdere. Magari aspettando la rivincita…

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