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Se la morte arriva attraverso una chat hotline a pagamento…

Originalità, tensione e un finale spiazzante nel secondo thriller firmato da Clare Mackintosh. In evidenza anche il debuttante Jess Kidd e il talentoso Leonardo Gori


12/02/2018

di Mauro Castelli


Una autrice da due milioni di copie vendute, a partire dal 2015, con il suo romanzo d’esordio, Scritto sulla sabbia, il che le ha consentito di  dedicarsi alla scrittura a tempo pieno dopo essersi lasciata alle spalle dodici anni in servizio come poliziotta, presso la Thame Valley Police nel Sud dell’Inghilterra, per imboccare nel 2011 la strada di  giornalista freelance e consulente; lei che si propone portatrice di una capacità narrativa fuori dal comune, sia nel tratteggiare personaggi credibili che nel dare vita ai più ingegnosi colpi di scena; lei che trascorre parecchio tempo a rimuginare su un’idea e a immaginarsi nuovi personaggi, per poi completare la prima stesura di un romanzo nel giro di quattro mesi; lei che ha rinnovato il suo successo iniziale con So tutto di te (DeA Planeta, pagg. 442, euro 17,00, traduzione di Chiara Brovelli), i cui diritti sono già stati venduti per il grande schermo (“Mi piacerebbe succedesse presto - tiene a precisare - anche se mi rendo conto che la realizzazione di un film comporta tempi molto lunghi”); lei che in ogni caso sta per tornare sugli scaffali con il suo terzo thriller intitolato Let Me Lie
Di chi stiamo parlando? Dell’inglese Clare Mackintosh, sposata e con tre figli (Rob, Josh, Evie e George) con i quali vive nel Galles del Nord e “che sopportano con pazienza i suoi umori altalenanti, le cene bruciate e i ritardi a scuola”. Una penna, la sua, che si addentra - con intrigante leggibilità - fra le pieghe della psychological suspense; che è stata benedetta da autori di rango come Lee Child, Paula Hawkins e Jojo Moyes; che è stata tradotta in una trentina di Paesi, Stati Uniti compresi; che ha incassato importanti riconoscimenti, come il Theakston Old Peculier Award (sbaragliando addirittura una numero uno del calibro di J.K. Rowling, l’ideatrice della serie dedicata ad Harry Potter). 
Ma di cosa si nutre la trama di So tutto di te? Di una vicenda che soltanto l’era di Internet può sfornare, con tutte le fake news che circolano in rete. A tenere la scena iniziale è Zoe Walker, una quarantenne divorziata, madre di due figli, che sta tornando a casa, su una carrozza della metropolitana, dal lavoro. È stanca. La settimana è risultata pesante, questa come le altre, condita del supplizio di assecondare in ufficio un capo difficile. Tutto quello che desidera è accoccolarsi tra le braccia del nuovo compagno, Simon. “Ma mentre, impaziente e distratta, sfoglia una copia della London Gazette, la sua mano si blocca di colpo. Perché il volto di donna che pare fissarla da quelle pagine gualcite, un po’ fuori fuoco ma inconfondibile in mezzo alle immagini equivoche delle hotline a pagamento, altro non è che il suo. Un primo piano dove si vedono i suoi capelli biondi e la parte superiore di un top nero con le spalline sottili. 
Ripenso allo strano annuncio mentre percorro il tratto a piedi fino a casa, incurante della pioggia che mi incolla la frangia alla fronte. Forse non sono io. Forse ho una sosia. Non sono certo la persona ideale per pubblicizzare una chatline a pagamento… Comunque sia, giunta a casa, Zoe racconta la faccenda ai familiari, i quali si ritengono propensi a ritenere che possa trattarsi di un errore o di uno scherzo. 
Una faccenda che in ogni caso non può fare a meno di turbarla, “anche quando l’indirizzo web che accompagna la foto si rivela inesistente. Ma le brutte sorprese, per lei, sono appena cominciate. Ben presto, infatti, sullo stesso giornale appare la foto di una sconosciuta, corredata dalla solita scritta: findtheone.com. Pochi giorni dopo la poveretta viene ritrovata morta in un parco alla periferia di Londra, vittima di un killer senza nome. Nessuno, nelle forze dell’ordine o in famiglia, sembra disposto a credere che tra questo episodio e gli oscuri annunci della Gazette possa esistere un legame. Tuttavia, mentre il conto delle vittime si mette a salire, il sospetto che quella di Zoe non sia semplice paranoia si fa strada nella mente dell’agente Kelly Swift, abile quanto impulsiva detective in cerca di riscatto…”. 
Il giudizio? Una scrittura che si addentra nei particolari del quotidiano con consumata abilità; che gioca a rimpiattino fra le preoccupazioni della protagonista e l’indifferenza dei pendolari. A fronte di una storia che si muove all’insegna di una inquietudine e una tensione montante, quando - soprattutto nella seconda parte del romanzo - il dubbio inizia ad attanagliare il lettore: Io ti vedo. Ma tu non mi vedi. Adesso so come ti chiami. Non che abbia importanza: tu e io non avremo il genere di relazione che ha bisogno di nomi…

Proseguiamo. Di una fervida immaginazione, abbinata a una originalità a tutto campo che spazia fra fantasmi (i morti risultano importanti quanto i vivi) e segreti di famiglia, si nutre invece il lavoro d’esordio dell’inglese Jess Kidd, ovvero Himself pubblicato nell’ottobre 2016 da Cannongate e ora approdato nelle nostre librerie, per i tipi della Bompiani, come Lascia dire alle ombre (pagg. 398, euro 19,00, traduzione di Sergio Claudio Perroni). 
Un lavoro che ha riscosso un notevole interesse, tradotto in diversi Paesi, che si è già rapportato con un seguito, The Hoarder, che riecheggia temi cari all’autrice legati al sovrannaturale e al fantastico. In altre parole mettendo in scena un rabbioso pensionato che vive in una casa abitata da spiriti e fantasmi. Per non parlare del suo terzo lavoro, Mr. Flood’s Last Resort, a sua volta impregnato - visto che il ferro va battuto sin che è caldo - di eccentricità, sparizioni irrisolte e brutali misteri. 
Jess Kidd, si diceva, che dopo essersi portata a casa una laurea in Letteratura alla The Open University, si è dedicata in quel di Londra - città dove è cresciuta e dove vive con sua figlia, anche se spera di potersi presto trasferire sulla costa occidentale dell’Irlanda - all’insegnamento ad adulti e ragazzi di tutto il suo sapere su quello che riguarda la scrittura creativa. Oltre a occuparsi, cosa da non sottovalutare, di sociale. 
E per quanto riguarda Lascia dire alle ombre? Una storia nera e grottesca, che si nutre di un dirompente incipit (di quelli per palati forti), che attinge al sovrannaturale ma ferme restando le robuste connotazioni umane, che cattura il lettore facendogli fare le ore piccole. Detto questo spazio al canovaccio. 
“Quando Mahony, cresciuto in un orfanotrofio a Dublino, torna a Mulderrig, quattro strade e un pub sulla costa occidentale dell’Irlanda (ma un posto unico al mondo per i suoi colori e per gli alberi che sono vecchi come le montagne che la gente del posto non vuole abbandonare), porta con sé solo una foto sbiadita di Orla, la madre che non ha mai conosciuto, e l’ostinato desiderio di dissipare la cortina di bugie che avvolge il villaggio. Nessuno, vivo o morto, vuole raccontare cosa è successo più di vent’anni prima alla ragazzina che l’ha dato alla luce e poi abbandonato, eppure Mahony è certo che siano in molti a conoscere la verità”. 
In tale contesto, a tenere la scena, incontriamo una variegata pletora di figure, tutte con un ruolo ben delineato. Così si va “da un prete che assomiglia a una donnola all’arcigna infermiera del villaggio, da una banda di alcolisti sentenziosi a una caustica attrice imparruccata al di là del tramonto, peraltro decisa ad aiutare Mahony infilando, tra le pieghe dell’annuale messinscena, un’indagine in piena regola”. Perché forse non è il caso lasciare i vivi e i morti di Mulderrig alle loro fantasticherie.

Ultimo, ma non certo ultimo in quanto a meriti narrativi, il nuovo romanzo del talentoso Leonardo Gori dedicato al colonnello Arcieri, prima capitano dei Carabinieri nell’Italia degli anni Trenta (aveva debuttato sugli scaffali nel 2000 in Nero di maggio, un lavoro ambientato nel 1938 a Firenze), poi ufficiale dei Servizi segreti nella Seconda guerra mondiale e infine inquieto senior citizen negli scorsi Sessanta. Un uomo tutto d’un pezzo che non ama i compromessi, che ascolta solo jazz e non sa cucinare (e appunto per questo si rifà all’esperienza di Elena Mani, della quale riporta tre ricette in appendice al libro che stiamo per proporre); un azzeccato personaggio che ha tenuto la scena in diverse indagini, oltre che nel primo numero della serie a fumetti L’insonne, scritto da Giuseppe di Bernardo e Francesco Matteuzzi, nonché in altri racconti pubblicati su varie antologie. E che ora torna sugli scaffali, per i tipi della Tea, ne L’ultima scelta. Il colonnello Arcieri e l’inverno della Guerra fredda (pagg. 336, euro 15,00). 
Un romanzo ambientato a Roma nel gennaio 1970 nel quale - a fianco del pensionato Arcieri, in ogni caso più che mai sulla breccia - compare nuovamente il commissario Bordelli, nato dalla penna dell’amico Marco Vichi. “Il quale Marco - tiene a precisare Gori -  me lo ha ancora una volta gentilmente prestato. E nel testo parla ovviamente per bocca sua. Comunque il colonnello ha già reso il favore e dunque ci rivedremo nelle sue pagine”. Insomma, un bel modo di interagire nel mondo della narrativa, aldilà quindi delle rivalità e delle gelosie professionali. 
In questa nuova storia, “cupa e gelida” come l’inverno che la ospita, il lettore si troverà a confrontarsi con un Arcieri invecchiato, alle prese con servizi deviati, traffici di informazioni riservate e ambigui personaggi, oltre che condizionato da una serie di dubbi che rischiano di comprometterne “gli equilibri faticosamente conquistati”; un uomo stanco e segnato dalla vita, che si trova di fronte a un bivio cruciale: un’operazione quanto mai pericolosa davanti alla quale dovrà fare una scelta. L’ultima, forse quella definitiva”. Perché la sua sortita romana deve rappresentare un’eccezione, “l’ultimo debito da pagare, prima di chiudere per sempre la porta ai fantasmi del passato”. 
Come da sinossi, il nostro colonnello viene convocato in gran segreto nella Capitale da un alto dirigente dei Servizi, il maggiore Bertini, che lo coinvolge in una strana operazione: una fonte americana della Cia vuole vendergli delle informazioni che gli possono servire per far saltare i cosiddetti deviati dei Servizi. Ma intende trattare solo con Arcieri. Il quale, pur titubante, accetta e viene condotto in una villa toscana dove una sua vecchia conoscenza, Nanette, gestisce uno strano pensionato per studentesse straniere. 
Secondo logica narrativa “in questo luogo vengono organizzati gli incontri con la fonte, l’agente Zero, che gli svela subito di essere appoggiato anche dagli israeliani, nella persona di Elena Contini, il mai dimenticato amore della vita di Arcieri, che fa leva sul loro passato mettendolo in crisi. L’informazione che Zero vuole vendere a Bertini, affinché abbia la meglio sui deviati, è il progetto di rapimento di un politico di primissimo piano. Arcieri inizialmente non vorrebbe partecipare all’azione volta a incastrare i responsabili, ma alla fine si lascerà convincere, trovandosi coinvolto in una vicenda dove in troppi conducono un doppio gioco. E dove è sempre più difficile fidarsi davvero di qualcuno”. 
Detto del libro, anche in questo caso supportato da una intrigante lettura, pronta a regalare emozioni a ogni pagina, spazio alle note personali, che peraltro riprendiamo da una precedente intervista. Leonardo Gori - un uomo a suo dire dotato di robusta personalità, irascibile quanto basta - è nato a Firenze il primo gennaio 1957, città dove ha frequentato il liceo scientifico e dove si è laureato in Farmacia per “necessità” (“Tengo infatti banco, come seconda generazione, nella farmacia di famiglia”). 
Un autore fuori dalle righe che non manca di sbandierare le sue “devastanti passioni” per i fumetti e per il disegno animato; che si rapporta con un debole dichiarato per Giorgio Bassani (“Per la figura di Elena Contini, la bella e ricca ebrea innamorata di Arcieri, ho preso spunto da Micol Finzi-Contini, in scena appunto ne Il giardino dei Finzi-Contini), Mario Tobino e, nella narrativa di settore, per John Le Carré, “l’autore che ha saputo coniugare in maniera estremamente felice le regole dei romanzi di spionaggio”. 
Un numero uno che si porta al seguito, per sua stessa ammissione, “una passione sviscerata per i misteri e per gli intrighi”, anche per via di quella componente avventurosa che ama travasare nei suoi libri.
Che altro? Una penna affascinata dal lato oscuro della vita, che si propone caratterialmente di buon animo e che non manca, se il caso lo richiede, di lasciarsi andare a salutari arrabbiature (“In effetti risulto amabile se mi confronto nel mio ambiente, ma intrattabile quando mi trovo altrove”). Un autore che non scrive “andando a braccio”, ma sempre supportato da un approfondito lavoro di ricerca, in quanto “rappresenta una parte significativa della sua componente creativa”. La qual cosa lo porta a spulciare e scartabellare libri storici e magari “ad attingere a quelle noticine invisibili a piè di pagina che spesso consentono di far prendere vita e vigore a una storia dimenticata”.

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