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Se la vita è strana, anche le storie a volte sono strane

Per i tipi della Del Vecchio arriva in libreria la raccolta di novelle che nel 1953 segnò il debutto del danese Villy Sørensen


01/12/2014

di Maddalena Dalli


Una penna piacevolmente intrigante quella di Villy Sørensen, il grande scrittore danese (era infatti nato a Copenaghen il 13 gennaio 1929, città dove sarebbe morto il 16 dicembre 2001) che aveva debuttato nel 1953 con la pubblicazione di Storie strane (Del Vecchio, pagg. 240, euro 15,00), una raccolta di novelle che avrebbe rappresentato l'inizio del modernismo nella narrativa del suo Paese. E che ora è stata tradotta in italiano - grazie anche al cofinanziamento della Danish Arts Foundation - da Bruno Berni, il quale in chiusura di libro non manca di maramaldeggiare, per strappare un sorriso al lettore, con una serie di suggerimenti e di... precauzioni per l'uso. Ovviamente da non perdere.
Di formazione filosofica (in realtà non ce la fece a concludere gli studi sia nell'università della sua città che in quella di Friburgo, benché strada facendo fosse riuscito a portarsi a casa una laurea honoris causa), ma anche uomo di vastissimi interessi, Sørensen fu direttore di periodici letterari, curatore di collane editoriali nonché traduttore, soprattutto dal tedesco, di una ventina di opere. Lui che a soli 24 anni aveva dato alle stampe Sære historier, appunto Storie strane, affrontando "tematiche di grande impegno senza rinunciare alla leggerezza del tono e alla giocosa invenzione linguistica". E a questa sua prima antologia ne sarebbero seguite altre due nel 1955 e nel 1964, a fronte di un più accentuato simbolismo, ovvero Storie non pericolose e Racconti di tutela.
In seguito, l'interesse a dare voce e soluzioni alle costrizioni sociali l'avrebbe portato a un esclusivo impegno nel campo della saggistica (come nel caso di Hverken-eller. Kritiske betragtninger e Oprør fra midten), per poi occuparsi di mitologia classica e nordica. Un nuovo indirizzo che avrebbe trovato spunti vincenti, attraverso "uno sguardo più moderno e disincantato, ironico e al tempo stesso poetico", in Ragnarök del 1982 e ne Il crepuscolo degli dei pubblicato l'anno successivo. Sulla stessa scia si sarebbero mossi Il famoso Ulisse, una rivisitazione dell'Odissea pubblicata nel 1988, e La rivolta di Apollo, un lavoro edito nel 1989 che si colloca a metà strada "fra l'ironia e l'enunciazione filosofica".
Ma torniamo a Storie strane, prima chicca di questo scrittore che in vita fu gratificato da numerosi riconoscimenti (fra i quali il Gran Premio della Danish Academy, ente del quale fu membro dal 1965, il The Nordic Council's Literature Prize e l'Hans Christian Andersen Award). Tale raccolta si nutre di uno stile semplice e asciutto, piacevolmente intrigante. E quelle portate avanti dall'autore "sono spesso metafore dei conflitti psicologici dell'essere umano. Partendo da Gesù e passando per bambini prodigio e teste scambiate". Così il lettore viene fascinosamente trascinato "in un vortice fantastico di connessioni e immagini".
Di fatto questa prima raccolta di Sørensen attirò immediatamente una vasta attenzione e in fretta superò i confini della Danimarca. Si trattava, almeno in apparenza, di un netto distacco dalla narrativa danese, espressione di una generazione che aveva vissuto lo smarrimento della guerra e del dopoguerra. Scritti in uno stile a tratti semplice e ironico, vicino a quello delle fiabe di Andersen, altre volte più esplicitamente kafkiani, "questi racconti - annota l'editore - toccano temi quotidiani, storici, o anche di derivazione biblica: spesso metafore dei conflitti psicologici o dell'inadeguatezza dell'individuo a vivere serenamente nella società; rovesciano le prospettive e lasciano emergere l'assurdità della costrizione dell'uomo in schemi e pastoie che non gli sono propri e impediscono alla persona la sua vera realizzazione".
Appare tipica in tali storie - e anche in questo caso attingiamo dalle preziose note della casa - la contrapposizione di due figure complementari che si rivelano veri e propri doppelgänger: un mondo popolato di uomini sdoppiati per la mancanza di quella libertà necessaria all'armonico sviluppo della personalità, caratteristica delle nevrosi del nostro tempo e della complessità superficiale della nostra società. In tale contesto, invischiati nella tristezza di una quotidianità senza sbocco e senza senso, mostrare le crepe per permetterci di ricomporre il mondo appare come un compito irrealizzabile. Ma non per la letteratura...

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