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Se ne è andato Giorgio Squinzi, il geniale imprenditore che si era proposto, con la sua Mapei, protagonista del mondo della fabbrica


03/10/2019

Assicurava di non avere una holding in Lussemburgo o ai Caraibi; contestava il valore della ricerca in Italia, “sottovalutata in quanto non teneva conto di quella portata avanti dalle piccole e medie industrie”; si lamentava del costo dell’energia fuori controllo, delle infrastrutture “superate e fatiscenti”, ma soprattutto delle complicazioni normative. Così come non accettava processi sommari al capitalismo familiare, sostenendo invece il cambiamento della chimica in Italia, per lui viva e vitale, a dispetto di chi la voleva morta e sepolta. 
Di certo il cavaliere del lavoro Giorgio Squinzi, grande protagonista del mondo della fabbrica scomparso a 76 anni di età, non era certo uno che si tirava indietro nel mandarle a dire, sia pure con il dovuto garbo. Lui che strada facendo si era proposto con la Mapei (una realtà mondiale di cui era amministratore unico e che aveva mosso i primi passi sotto la guida del padre Rodolfo, un uomo “geniale e carismatico” morto all’improvviso nel 1984) come uno dei protagonisti di quel grande Nord che ha cambiato il volto dell’Italia industriale degli ultimi decenni. 
Lui, stimato presidente di Confindustria, che aveva imposto la regola delle porte aperte in azienda (“Nel mio ufficio - ci aveva detto - può entrare chiunque. Perché io amo ascoltare e valutare. Poi a decidere sono io”. Lui concreto come pochi altri, ma anche prudente e poco avvezzo ai colpi di testa; lui portatore di sane regole aziendali; lui con la passione incorporata per il ciclismo (la lepre d’ acciaio l’aveva battezzato Pietro Melazzini, allora presidente della Banca Popolare di Sondrio, dopo averlo visto allenarsi con gambe tipo quelle del grande Gianni Bugno). Tanto è vero che la sua Mapei per un decennio si era proposta come la più importante équipe mondiale sulle due ruote. Salvo poi tirarsi indietro - dopo otto anni - quando si era reso conto che la sua “filosofia contro il doping dava fastidio”. 
Lui che a una nostra infantile domanda (“Come si vede quando si guarda allo specchio?”) ebbe a risponderci sorridendo: “Sicuramente come uno che non si porta dietro problemi particolari, che crede in quello che fa e che ritiene ci sia ancora molto spazio per fare dell’altro”. 
Insomma, un uomo rispettato e stimato anche, e soprattutto, dai concorrenti. Tanto è vero che il presidente del Gruppo Kerakoll, Romano Sghedoni, e l’amministratore delegato Andrea Remotti, hanno così commentato la sua scomparsa: “È venuto meno un grande imprenditore che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo dell’economia e dello sport del nostro Paese e ha rappresentato un testimone di successo dell’industria italiana nel mondo”.

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