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Se oggi utilizziamo male il nostro tempo la colpa non è delle nuove tecnologie, ma soltanto nostra

Ne le “Scimmie digitali” Paolo Artuso e Maurizio Codogno assicurano: cambiano gli strumenti con i quali gli uomini comunicano, ma non il loro cervello  


19/02/2018

di Tancredi Re


La rivoluzione digitale comporta una mutazione antropologica della nostra specie? Il mondo digitale sta sostituendo quello reale creando un uomo nuovo, depotenziato e privo delle vecchie capacità analogiche? Ammettiamolo: eccetto la generazione dei nativi digitali, domande come queste, magari formulate in maniera più semplice, ce le saremmo poste chissà quante volte vedendo figli e nipoti che smanettano da mattina a sera su smartphone e tablet, “persi” in un universo virtuale e senza confini, dove si muovono a piacimento e con una rapidità da lasciare di stucco. E sono domande legittime che scaturiscono dal tempo che stiamo vivendo nel quale le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno progressivamente sostituendo quelle del passato e stanno obiettivamente determinando cambiamenti nell’interazione delle persone. 
I sostenitori della mutazione della specie umana, causata dall’avvento delle nuove tecnologie digitali, partono dall’assunto secondo il quale la nostra mente andrebbe paragonata a un secchio vuoto che, di volta in volta, viene riempito dalle tecnologie più recenti. È così? Paolo Artuso e Maurizio Codogno, nel libro Scimmie digitali. Informazione e conoscenza al tempo di Internet (Armando Editore, pagg. 160, euro 15,00), in libreria in questi giorni, provano a rispondere a questa e ad altre domande, basando la propria tesi su evidenze empiriche e fattuali. “Noi pensiamo che questa teoria sia priva di fondamento. Non solo non possiamo prescindere dal materiale biologico di cui siamo composti, ma non possiamo neppure modificarlo in tempi rapidi come se fosse polpettone di carne macinata”. 
Se vogliamo mantenere la metafora cui abbiamo fatto ricorso, la mente è un secchio sì, ma che in gran parte è pieno e non che possiamo svuotare e riempire a nostro piacimento. Non sosteniamo certo che la mente sia rigida. Essa è plasmabile e malleabile e può prendere varie forme: ma le regole che segue non sono quelle dettate da società, cultura o tecnologia, oppure dall’ultimo guru, bensì quelle sue proprie, basate sui princìpi neurobiologici”. 
Dalla carta a Internet la storia è lunga, ma è una storia che sempre di supporti parla: da quelli materiali a quelli digitali. Da sempre l’uomo ha cercato di conservare la propria memoria al di fuori di sé. Nel far questo ha creato tecnologie sempre più sofisticate, al punto che oggi le nostre memorie esterne sono molto più potenti del nostro bagaglio biologico. 
La verità è che l’uomo deve ancora abituarsi a convivere con questa sua caratteristica che, da una parte, esalta le sue capacità creative e, dall’altra, ne coglie tutta la sua fragilità, nel momento in cui non riesce più a governare questa massa enorme di informazioni provenienti dall’esterno. Il problema sta tutto in questo riconoscimento di limitatezza, in questa necessità di comprendere che questa fragilità deve aiutarci a trovare nuove forme di educazione alle tecnologie e nuovi modelli di gestione delle informazioni. Le tecnologie integrano le nostre facoltà, le estendono e non le sostituiscono o gestiscono. Nessun artefatto di intelligenza artificiale ha ancora preso il nostro posto. 
“Quando nell’antichità andavano a caccia di animali per nutrirsi - spiegano gli autori - i nostri antenati dovevano essere abili a saper leggere con attenzione l’ambiente circostante scartando i dati privi di interesse. Come avveniva in passato anche oggi, nell’era di Internet, dobbiamo “filtrare” l’informazione, dobbiamo in pratica selezionare quelle utili e che ci servono. “Oggi - scrivono gli autori - siamo sommersi da un sovraccarico di notizie. Per questo ci affidiamo sempre più ai motori di ricerca e agli algoritmi di Facebook per trovare ciò che ci serve: il rischio è vedere solo quello che noi vogliamo vedere o, peggio ancora, quello che le grandi aziende Internet vogliono farci vedere”. 
La vera sfida per l’homo digitalis è, dunque, riuscire a sopravvivere e comunicare in questo nuovo ambiente, in cui da cacciatori siamo diventati preda delle multinazionali immateriali. 
Le polemiche intorno a Internet e a cosa essa rappresenta non sembrano mai finire. Gli ottimisti euforici vedono solo aspetti positivi e vorrebbero sostituire tutto il vecchio mondo, comprese le fettuccine ai funghi porcini, con prodotti digitali. I pessimisti esaltati vorrebbero tornare al buon tempo antico, quando il top della tecnologia era la trasmissione via fax e la comunicazione si divideva tra il passaparola e le autorevoli firme dei quotidiani. “Riteniamo questa tesi priva di solide fondamenta, derivante da un’errata lettura del modo in cui gli esseri umani mettono in atto i loro comportamenti” annotano gli autori. Un esempio? Prima di Internet la memoria funzionava già come una rete, con tanto di nodi e di collegamenti. Semmai la tecnologia di Internet è un prolungamento dei meccanismi biologici che regolano il nostro funzionamento e non il contrario. 
“In definitiva Internet è oggi il mezzo più rivoluzionario che abbiamo per condividere la conoscenza”. Il trasloco delle nostre memorie dai circuiti neuronali a quelli informatici non è allora qualcosa di apocalittico, ma solo una nuova tappa della nostra evoluzione culturale. Le concezioni apocalittiche hanno sempre lasciato il tempo che trovano: quello su cui forse dovremmo maggiormente concentrarci con più energia non sono tanto gli effetti nefasti causati dal tempo che passiamo in rete, ma su come le nuove generazioni possano essere formate a un uso più consapevole delle tecnologie perché una cosa ci sembra chiara: se ognuno di noi utilizza male il proprio tempo digitale la colpa non è delle tecnologie, che con buona pace dei catastrofisti, non sono dotate di intenzioni proprie, ma soltanto nostra, come sempre del resto.

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