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Se resuscita "Mortadella" il Pd è proprio alla frutta

L'ideona di Matteo Renzi volta a tamponare almeno un po' la prevedibile emorragia dei voti dei Dem


05/02/2018

di Sandro Vacchi


Non sapendo più quali pesci pigliare, e visto che i pescicani rottamati nuotano da tempo al largo e non vedono l'ora di mangiarselo alle elezioni di marzo, Matteo Renzi ha avuto un'ideona. Studiate a fondo le tabelle elettorali del passato, si è accorto che il Partito Democratico, o come diavolo si chiamava a quei tempi, in quanto per la vergogna ha cambiato nome la bellezza di quattro volte, vinceva contro l'odiato Cavaliere Nero, alias Silvio Berlusconi, l'uomo che per un quarto di secolo ne ha monopolizzato tattiche, strategie, alleanze e idee (si fa per dire), solamente quando il suo candidato premier era Romano Prodi. 
Dunque, il furbastro fiorentino ha preso il telefono, ha composto un numero di Bologna e si è fatto passare il Professore, ormai soprannominato dagli avversari Mortadella Avariata. Infatti ad agosto compirà 79 anni ed è padre di due figli più anziani dello stesso Matteo da Rignano. Costui ha chiesto l'aiuto del Vecchio Saggio, nella speranza di tamponare almeno un po' la facilmente prevedibile emorragia di voti dei Dem, schiacciati fra l'incudine e il martello di tasse crescenti, lavoro calante, pensioni indecenti e clandestini spadroneggianti. 
Prodi ha sempre avuto sugli zebedei il giovane e rampante bullo toscano, che considera arrivato dal nulla, in pratica senz'arte né parte, e che avrebbe avuto il torto di non supportarlo a sufficienza all'elezione alla presidenza della Repubblica del 2013. Se Renzi ha però avuto con lui un atteggiamento da Ponzio Pilato, almeno non gli ha, o avrebbe, nociuto, democristiani entrambi per formazione e frequentazioni. Al contrario dell'infido Massimo D'Alema, comunista tutto d'un pezzo di quelli di una volta, capaci di vendersi la madre (beh, no, era più scarlatta di lui) in nome del Partito, delle sorti progressive del proletariato e di “Bandiera Rossa” intonata al posto dell'inno di Mameli. 
Non crediate ai comunisti che si definiscono “ex”: basta domandargli che cosa sono diventati oggi, e nel 90 per cento dei casi svicolano imbarazzati. Se di punto in bianco si avverasse però il loro sogno della resurrezione di Baffone Stalin (gira un film sull'argomento), o anche solamente di Palmiro Togliatti, al “Contrordine, compagni!” risponderebbero tutti compatti. 
Prodi di D'Alema e soci ha sempre pensato – sempre! - e in privato anche detto, tutto il peggio possibile: l'ho sentito con le mie orecchie, ma per rispetto della riservatezza non lo rivelerò. 
Fatto sta che gli rimase sul gargarozzo che Baffino lo avesse sostituito a Palazzo Chigi grazie ai “buoni uffici” di Rifondazione Comunista che aveva fatto cadere il suo primo governo: Prodi ha sempre sospettato, e anche qualcosa di più, che la nomenklatura rossa in seno alla coalizione dell'Ulivo si fosse servita di lui come di un ariete scudocrociato per poi liberarsene e assumere il potere. E vorrei vedere chi non avrebbe fatto altrettanto. 
Passati gli anni, i rapporti fra il Professore e la componente comunista dell'organismo quasi indefinibile che è la sedicente sinistra italiana, sono rimasti a dir poco freddi. Fino a un bel giorno della primavera 2013, quando si trattò di sostituire al Quirinale Giorgio Napolitano, comunista travestito da lord inglese e con la bizzarra abitudine di dirsi difensore del liberalismo dopo aver sostenuto per decenni le peggiori iniziative liberticide dei carri armati sovietici, a cominciare da quella di Budapest. 
Per la legge non scritta secondo la quale dopo un uomo di sinistra dovrebbe diventare presidente un democristiano, Prodi già si vedeva con Donna Flavia circondato dai corazzieri e in televisione a pronunciare il discorso di fine anno. Era nel cuore dell'Africa, a uno di quegli inutili convegni che dovrebbero salvare il mondo e servono solamente a far flanella, quando alla Camera si aprirono i giochi. In qualche modo, forse in groppa a una zebra, raggiunse l'aeroporto più vicino e si proiettò in Italia, pensando forse al discorso di insediamento, di certo con quel suo sorrisone senza labbra che sfoggia nei momenti cruciali. 
In pochi avrebbero scommesso un centesimo sulla sconfitta di Prodi, che tra l'altro non fu questione di una manciata di voti, o di qualche decina, ma di una marea: una débacle come quella di Napoleone a Waterloo, dalla quale il Professore non si è mai ripreso. Non lo votarono ben 101 parlamentari del suo stesso partito, che l'éntourage di Prodi volle identificare con uomini manovrati dai dalemian-comunisti. Tanto per dirne una, la sua portavoce Sandra Zampa giurò che non avrebbe trovato pace fino a che i traditori non fossero stati identificati uno a uno. Fino ad oggi non risulta ne abbia trovato neanche mezzo, ma la pace sembra averla trovata. 
Quella eterna, di pace, rischia seriamente di trovarla invece il Partito Democratico, almeno stando ai sondaggi. Allora il furbastro Renzi ha pensato di aggrapparsi a una scialuppa di salvataggio come Prodi, il quale per due volte ha battuto Berlusconi, unico fra i leader della sinistra all'amatriciana. Per riconoscenza non è stato mandato al Quirinale quella prima volta, ma nemmeno la successiva, quando pochi mesi più tardi Napolitano si stufò e lo sostituì Sergio Mattarella: un democristiano, guarda un po'. 
Prodi sembrava ridotto a un santino da esibire ai convegni e da blandire con qualche comparsata. Il Putto Fiorentino se ne è ricordato, dimenticando forse un particolare essenziale: è stato lui, Renzi, parlando per mesi di rottamare i vecchi soloni del partito, a offenderli, sminuirli, farli sentire dei vecchi catenacci. Che cosa avrebbero dovuto fare costoro, i quali, peraltro, spesso non sapevano far altro? Nati nel e col partito, hanno all'inizio cercato anche di morirci, ma l'aria si faceva sempre più irrespirabile per loro, complice lo strapotere del Giglio Magico fiorentino. 
Ecco dunque, a che cosa tenta di por rimedio Renzi: alla propria supponenza, a una prepotenza che non si sa da che cosa gli derivi, ma che è di certo la sua rovina. Va dato atto a D'Alema di essersene accorto per primo, mentre il superficiale Berlusconi faceva con Renzi l'accordo del Nazareno, rapidamente naufragato. Lo stesso Berlusconi considerava vent'anni fa Prodi un semplice prestanome di D'Alema: che errore! 
Per venire all'oggi, Renzi non può immaginare di mandare a Palazzo Chigi il Professore per la terza volta, un po' per l'età dell'ex Mortadella, molto perché il PD le elezioni le perderà, e sta solamente tentando di limitare il danno. Semmai il danno Renzi cerca di procurarlo ai transfughi di sinistra, compresi i Liberi e Uguali di Pietro Grasso, per rottamare chi è fuggito anziché assoggettarsi alle regole del Giglio Magico e di un PD da lui stesso sfasciato. 
Insomma, confonde la causa con l'effetto, ma è vendicativo, e la gente come lui la conosce al fiuto. Nessuno è più vendicativo di Romano Prodi. Chi lo dipinge o dipingeva come un gioviale curato di campagna si sbaglia della grossa: «Sprizza bonomia da tutti gli artigli», diceva di lui un manager di primo piano ai tempi della sua presidenza dell'Iri. D'altronde, affidereste mai un colosso come quello a un'anima candida o a un incapace come coloro che albergano numerosi nell'attuale PD? Bene, di Prodi si potrà dire tutto, meno che sia un'anima candida: ha tanto pelo sullo stomaco da poterci imbottire un materasso, e chi gli si mette di traverso è perduto. Se non lo è, significa che Prodi se lo fa alleato e con lui procede verso uno scopo comune. Salvo, in seguito, fare i conti. 
Il Professore non ha certo bisogno di denaro, titolare com'è di tre signori vitalizi e di un considerevole patrimonio messo insieme in decenni in posizioni d primissimo piano in Italia e in Europa, anzi nel mondo, Non sa però stare con le mani in mano, o a giocare coi nipoti ai giardinetti, perciò la vendetta autodistruttiva di Renzi sarà la sua stessa vendetta, ma vedrete che l'anziano Professore sparirà all'orizzonte politico molto tempo dopo il giovane che volle farsi re. 
Prodi ha detto che Liberi e Uguali, la formazione politica di Pietro Grasso, non è per l'unità della sinistra, al contrario del Partito Democratico. Pensate che lo creda? Che non veda chi ha sfasciato la sinistra? E, anche soltanto a pelle, secondo voi chi è più affine ai valori, al mondo, alla rete di conoscenze di Prodi? Pietro Grasso oppure Matteo Renzi? Il Professore, inaffondabile come il Cavaliere suo nemico (ma è poi vero?) Berlusconi, in cambio del favore otterrà una poltrona, un incarico di poco impegno e grande prestigio, un comodato, da dove pontificare e non scomparire, padre nobile di una sinistra ignobile capace soltanto di definire ogni voto a D'Alema e soci un consenso a favore di Salvini o di Grillo. 
Sarebbero voti fomentati e infuocati da Salvini, questi, a dire delle lucide menti della nostra sinistra masochista, voti affini a quello dello sparatore di Macerata che ha ferito sei africani: parola dei soliti Boldrini, Lerner e Saviano. Non giudicano la sparatoria il gesto di un folle dalla famiglia sfasciata in cura da anni ai servizi sociali, e non hanno speso un sospiro per la ragazza fatta a pezzi da un nigeriano sempre a Macerata, un tale che – pare uno scherzo – si chiama Innocent. E non si domandano, invece, se l'invasione programmata e agevolata proprio da loro non stia cominciando a cambiare gli italiani. 
Come Renzi, confondono la causa con l'effetto. Ma loro non hanno un Prodi da usare come cerotto su una ferita ormai troppo profonda per essere sanata.

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