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Se tutte le cose hanno un colore, qual è il colore dell’odio?

Rifacendosi all’educazione che gli era stata impartita dai genitori (due medici attivisti in forza ai servizi sociali) il canadese Alexi Zentner, naturalizzato americano, ha dato voce a un romanzo che induce alla riflessione e intende regalare risposte, sia pure parziali, ai problemi dell’antisemitismo, del razzismo e del suprematismo bianco


21/12/2020

di MASSIMO MISTERO


“Questa è la storia americana, ragazzo. Un pantano che non è ancora stato bonificato”. Basta questa graffiante affermazione per rendersi conto di quanto inquietante marcio si nutra Il colore dell’odio (66thand2nd, pagg. 392, euro 18,00, traduzione di Gaspare Bona), un romanzo a metà strada fra formazione e vissuto in un momento particolarmente difficile del Paese, firmato dal canadese Alexi Zentner, nato a Kitchener, nell’Ontario, il 29 agosto 1973. 
Una penna capace di esplorare gli angoli più bui del Paese a stelle e strisce “con uno stile teso e vibrante”, raccontando la storia di un ragazzo che cerca di ritagliarsi un futuro, “liberandosi dall’odio e dai pregiudizi che impregnano la sua vita”. Ma sarà davvero possibile fuggire - viene da domandarsi - da ciò che siamo? E quale ruolo viene giocato quando si diventa suprematisti bianchi? 
Autore dei romanzi The Lobster Kings e Il ghiaccio fra le mani (edito dalla Einaudi), Zentner attualmente vive - da naturalizzato americano - con la moglie e i due figli a Ithaca, capoluogo della contea di Tompkins nello Stato di New York. Lui che ha dato alle stampe anche quattro lavori di fantascienza firmati sotto lo pseudonimo di Ezekiel Boone, oltre ad aver scritto racconti - uno dei quali gli è valso nel 2008 il premio O. Henry - per le riviste Atlantic Monthly, Narrative Magazine, Tin House e Glimmer Train
Detto questo, spazio a briciole di trama de Il colore dell’odio. Dal patrigno David John il giovane Jessup ha ricevuto un sacco di cose: una madre sobria, una sorella, un tetto sulla testa e la passione per il football, che lo vede giocare nel ruolo di linebacker. Ma quando suo fratello Richard, il cui corpo è cosparso di tatuaggi nazisti, finisce in carcere insieme al patrigno per aver causato la morte di due neri, Jessup inizia a comprendere come David John abbia non solo salvato, ma anche inquinato le loro vite. 
E adesso che è giunto all’ultimo anno di scuola, non desidera altro - oltre che continuare a frequentare la sua ragazza - che dare il massimo in classe, ottenere una borsa di studio per le sue prestazioni stellari nella squadra di football e andarsene via, il più lontano possibile dal posto dove è cresciuto. 
Così, quando il patrigno dopo quattro anni esce finalmente di prigione, Jessup si trova di fronte a un bivio: prendere le distanze da quell’uomo premuroso che ha salvato la sua famiglia (e in particolare la madre, dedita all’alcolismo) o accettarne il fanatismo, l’ideologia del suprematismo bianco (ovvero l’affiliazione alla Santa Chiesa dell’America bianca il cui pastore è, guarda caso, il fratello di David John). 
Ma prima ancora di poter scegliere, Jessup si troverà coinvolto in un incidente stradale, complice la neve e il ghiaccio. In altre parole con il suo pick-up investe un ragazzo di colore e nello spazio di una notte, per coprire le proprie responsabilità, la sua vita cambierà per sempre. Un errore imperdonabile che rischierà di spingerlo nel baratro... 
In buona sostanza, con questo libro, Alexi Zentner ha voluto dare voce all’impegno civile dei suoi genitori, entrambi medici dei servizi sociali, attivisti contro l’antisemitismo e il razzismo. Impegno pagato a caro prezzo quando una bomba incendiaria lanciata da un gruppo neonazista distrusse il loro studio, cosa che si sarebbe peraltro ripetuta in seguito visto che sua madre si era rimessa all’opera più convinta di prima di essere nel giusto. Senza che peraltro nessuno venisse arrestato. Senza che nessuno battesse ciglio. Fortunatamente “oggi il sibilo silenzioso dell’odio e del suprematismo bianco si è trasformato in frastuono” tiene a precisare Zentner. 
Più in particolare - sono sempre affermazioni dell’autore - “ho voluto indagare da vicino come il nostro senso morale si modifichi e si cristallizzi quando diventiamo adulti. Ho voluto esplorare come l’odio possa complicare l’amore, come l’amore possa renderci ciechi al pericolo che ci circonda, come il razzismo e l’odio corrodano anche la vita di chi pensa di tenersi neutrale”. 
E ancora: “Ho pensato a questa storia praticamente tutta la vita, e il luogo e il tempo in cui viviamo mi hanno portato a scriverla ora (ovvero nel 2019). Ma non è servita a darmi certezze, semmai mi ha aiutato a formulare le domande che mi perseguitano da sempre: l’odio è complesso come l’amore? E se fossi nato in un’altra famiglia? Come sarebbe stata la mia vita se fossi cresciuto con un modello educativo diverso? Sarei riuscito a sottrarmi alle nebbie del fanatismo? Che tipo di uomo sarei adesso? Cosa serve per essere delle brave persone? E sulla strada del bene, quali errori facciamo, quali cicatrici ci portiamo dentro?”. 
Interrogativi pesanti, che inducono alla riflessione. E che magari, fra le righe di questa storia, potranno trovare un sia pure parziale conforto.
Fermo restando, come ebbe a scrivere il leader sudafricano Nelson Mandela, che “nessuno nasce odiando qualcun altro per il colore della pelle, il suo ambito sociale o la sua religione. Le persone odiano perché hanno imparato a odiare, e se possono imparare a odiare possono anche imparare ad amare…”.  

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