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Secondo la nostra Banca centrale il reddito delle famiglie torna a crescere, ma aumentano disuguaglianza e povertà


12/03/2018

Il reddito delle famiglie italiane si è stabilizzato, ma resta ancora depresso e inferiore al massimo registrato nel 2006, quando cominciò la fase discendente. Per contro è aumentata la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e la quota degli individui rischio povertà. È quanto emerge dall’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2016 realizzata dalla Banca d’Italia e concluso nell’ottobre 2017. Rispetto all’edizione precedente, riferita al 2014, il reddito equivalente medio è cresciuto del 3,5%: si è interrotta quindi la caduta, pressoché continua, avviatasi nel 2006, ma il reddito equivalente resta ancora inferiore di undici punti percentuali a quello registrato in quell’anno. Sono, inoltre, aumentate la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e la quota di individui a rischio di povertà. 
Secondo le informazioni contenute nell’indagine e riportate dagli oltre 7mila nuclei familiari intervistati, nel 2016 il reddito annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali, è stato in media di circa 30.700 euro (30.600 euro nel 2014). Al netto della variazione dei prezzi è un valore sostanzialmente analogo a quello rilevato nelle indagini sul 2012 e sul 2014, ma ancora inferiore di circa il 15 per cento a quello registrato nel 2006, prima dell’avvio della crisi finanziaria globale. 
Tra il 2014 e il 2016 il reddito medio familiare è stato sospinto da quello da lavoro dipendente che ha beneficiato della crescita del numero di percettori e dell’aumento delle retribuzioni medie annue pro capite. Per contro sono diminuiti, ancorché in misura contenuta, i redditi da lavoro autonomo, da proprietà e da pensioni e trasferimenti; in quest’ultimo caso, il calo è derivato dalla riduzione della quota di famiglie che li percepiscono, a fronte di una crescita dei loro valori medi. 
Considerando le sole famiglie in cui il capofamiglia ha meno di 65 anni, la quota di persone che vivono in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro è diminuita nel 2016 all’8,7 per cento dal 10,4 nel 2012; rimane tuttavia di 1,2 punti superiore al valore nel 2006. Tra il 2006 e il 2016, la quota di persone che vivono in nuclei familiari con due o più percettori di redditi da lavoro è diminuita dal 50,7 al 45,4 per cento, anche per effetto di fattori demografici. Nel Mezzogiorno, il 13,3 per cento degli individui vive in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro rispetto al 6,1 nel Nord e al 6,9 nel Centro. L’indice di Gini, una misura della disuguaglianza che varia tra 0 e 1, è salito al 33,5% (33% nel 2014 e 32% nel 2006), un livello simile a quello registrato nella seconda metà degli anni novanta dello scorso secolo. 
La quota di persone a rischio di povertà, cioè con un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano (una definizione analoga a quella impiegata dall’Eurostat), è salita al 23% (19,6% nel 2006). Il rischio di povertà è più elevato per le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno; tra il 2006 e il 2016 è diminuito solo tra le famiglie con capofamiglia pensionato o con un’età superiore a 65 anni.  Tra il 2014 e il 2016 la ricchezza netta è diminuita, quasi interamente per effetto del calo del prezzo delle case. 
La flessione è stata più marcata per i patrimoni più elevati (a prezzi costanti, la mediana e il nono decile della ricchezza netta sono diminuiti rispettivamente del 9 e di oltre il 6 per cento; il secondo decile è cresciuto di circa il 4 per cento). Circa il 70% delle famiglie è proprietaria dell’abitazione in cui risiede. 
La quota di proprietari è però ancora diminuita tra le famiglie con capofamiglia fino a 45 anni (dal 59 al 52 per cento tra il 2006 e il 2016). La quota di famiglie indebitate si è ancora ridotta, dal 23% al 21%; per queste famiglie, le passività rappresentano circa il 18% del patrimonio lordo. Tra il 2006 e il 2016 il calo della quota di famiglie indebitate è stato più marcato (oltre 10 punti percentuali) per le famiglie con capofamiglia tra i 25 e i 45 anni, riflettendo soprattutto il minor ricorso al credito al consumo. La quota di famiglie finanziariamente vulnerabili è rimasta sostanzialmente stabile, pari a circa 11% delle famiglie indebitate e il 2% del complesso delle famiglie. (G.P.)

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