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Senza radici, ma nuovamente liberi di sognare

Nell’ultimo libro, il premio Nobel per la Pace, Malala Yousafzai, ci fa riflettere sul fenomeno dei profughi


25/03/2019

di Giambattista Pepi


Zaynab non ha frequentato la scuola per due anni a causa della guerra nello Yemen, ma poi è riuscita a diplomarsi. Oggi vive a Minneapolis negli Stati Uniti. Sua sorella, Sabreen, non ha avuto la stessa fortuna, ma è sopravvissuta a un viaggio straziante verso l’Italia ed ora abita in Belgio con il marito. Fuggita dalla Siria in fiamme, Muzoon nella scuola del campo profughi di Zaatari in Giordania frequenta la scuola per istruirsi: adesso vive nel Regno Unito, dov’è stata ricollocata. Najla riesce a sottrarsi alla carneficina dei terroristi dell’Isis in Iraq e si ribella al matrimonio combinato secondo il costume degli yazidi: si trova nel campo profughi di Shariya nella provincia di Dohuk in Iraq con la sua famiglia e altri 18mila sfollati. 
Zaynab, Sabreen, Muzoon, Najla, e ancora Maria, Analisa, Marie Claire, Jennifer, Ajida e Farah. Sono i nomi di ragazze di tutto il mondo costrette ad abbandonare tutto ciò che avevano di più caro: case, famiglie, comunità, paesi, sconvolti dalla guerra, dal terrorismo o dalle violenze tribali o etniche nella speranza di poter avere una vita normale e realizzare i sogni adolescenziali. 
Le testimonianze sono state raccolte e pubblicate nel libro Siamo tutti profughi (Garzanti, pagg. 165, euro 12,90) di Malala Yousafzai, scrittrice, co-fondatrice e consigliere di amministrazione del Malala Fund e premio Nobel per la Pace in riconoscimento dell’attività svolta a favore del diritto di ogni ragazza a dodici anni di istruzione gratuita, sicura e di qualità. 
In questo libro (We are displaced è il titolo originale dell’opera tradotta dall’inglese a cura di Sara Caraffini, Giuseppe Maugeri e Chiara Ujka) Malala incrocia la sua esperienza di profuga del Pakistan ad appena undici anni d’età e di sopravvissuta ad un attentato terroristico dei talebani, con quelle coraggiose di molte altre ragazze che ha incontrato nei viaggi in tutto il mondo per promuovere il diritto all’istruzione femminile. 
Più che storie, sono tante piccole Odissee, con un lieto fine, di persone sfortunate che la violenza cieca ed assurda della guerra ha sradicato dalla loro terra e catapultato in un altrove, dove hanno potuto e voluto fortemente ricominciare a vivere un’esistenza libera e dignitosa, gettando basi solide per un futuro di pace e di serenità. 
Nel periodo tormentato che stiamo vivendo caratterizzato da migrazioni di massa, dal terrorismo dilagante e da decine di guerre e conflitti civili di matrice religiosa ed etnica, questo libro ci invita a riflettere sul fenomeno dei profughi. Un fenomeno drammatico. 
Secondo i dati forniti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, più di 44mila persone al giorno sono costrette a fuggire dalle loro case e ci sono complessivamente nel mondo oltre 68,5 milioni. Di questi 25,4 milioni sono rifugiati. Più della metà provengono da tre paesi: Sud Sudan, Afghanistan e Siria. 
“Ho scritto questo libro perché ho come l’impressione che troppa gente non capisca che i rifugiati sono persone normali” scrive nel prologo Malala. “L’unica cosa che li rende diversi è che sono rimasti coinvolti in un conflitto che li ha costretti ad abbandonare le loro case, i loro cari, e la sola esistenza che conoscevano, per rischiare tutto lungo la strada. E perché? Perché troppo spesso, la loro, è una scelta tra vivere e morire. E, come ha fatto la mia famiglia dieci anni fa, hanno scelto di vivere”.

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