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Sergio Romano: "L'Italia conterà di più se metterà fine all'antagonismo Lega-M5S"

L’Unione europea, secondo l’editorialista del Corriere della Sera, non potrà vivere di rendita visti gli esiti delle urne. Intanto la Commissione Juncker ha avanzato delle proposte di riforma che, se approvate, potrebbero servire a recuperare fiducia nei confronti del progetto comunitario


27/05/2019

di Giambattista Pepi


Sergio Romano

Dalle urne è uscita un’Europa che potrà avere un futuro a patto che si facciano le riforme. A cominciare, esemplifica Sergio Romano - intellettuale con una lunga carriera diplomatica alle spalle, oltre a proporsi come uno tra gli editorialisti di punta del Corriere della Sera - ci parla della regola fondamentale per una democrazia: le scelte vanno prese a maggioranza e non è possibile continuare a riconoscere agli Stati membri il potere di veto, uno strumento antidemocratico. Quanto al ruolo federatore dell’Italia, Romano pensa che Roma potrà avere certamente più voce in capitolo in Europa solo quando cesserà l’antagonismo tra la Lega e il Movimento Cinque Stelle. Che devono governare insieme, ma sono in competizione per avere più spazio e consenso. Come dire: l’Italia osserva il suo ombelico e perde la prospettiva di guardare lontano.

Avanza il nuovo, ma non si rinuncia alla tradizione. Quale Europa è uscita dalle urne? 
L’Europa è uscita confermata. In qualche modo può essere tranquilla per i prossimi cinque anni. Perché non dimentichiamo che i partiti europeisti hanno avuto una larga maggioranza. Molto probabilmente popolari e socialdemocratici dovranno fare un’alleanza con i liberaldemocratici. Insomma questo è tranquillizzante per il futuro dell’Ue.

La Lega è risultata il primo partito alle elezioni. Il suo leader Matteo Salvini ha detto: “Abbiamo cominciato a cambiare l’Italia e ora toccherà all’Europa”. Sembra quasi un avvertimento. Quale contributo è lecito attendersi dai nostri rappresentanti nel Parlamento europeo? 
Devo constatare che la lotta politica tra i partiti per avere più spazio e più peso all’interno del nostro Paese prevale su ogni altra considerazione. Il problema è che il Movimento 5 Stelle non vuole essere prevaricato e soffocato dalla Lega. Il problema della Lega è che deve governare con i M5S, ma in modo più incisivo. E finché non si sono risolti questi problemi l’Italia continuerà a guardarsi l’ombelico piuttosto che cominciare a guardare più in alto e più lontano come dovrebbe fare un Paese che è stato uno dei fondatori dell’Ue.

Come interpretare il risultato dei movimenti e partiti populisti e sovranisti, che pur non essendo stata quell’onda impetuosa che si temeva, è stata comunque significativa? 
Va ricordato anzitutto che questi partiti sei mesi fa parlavano dell’Europa in termini estremamente critici.  Addirittura ricordo che si era parlato di ritorno alle monete nazionali. Negli ultimi mesi questa posizione è cambiata: i partiti euroscettici ed euroscettici si sono resi conto che cambiare le cose dall’oggi al domani era strettamente impossibili. Io credo che una delle ragioni sia stata la Brexit quando hanno visto che il Partito conservatore inglese non riusciva ad uscire da quel labirinto che aveva costruito per se stesso. Quindi abbiamo dei partiti sovranisti che sono molto più europei di quanto fossero qualche tempo fa e questo naturalmente ha completamente modificato il clima politico.

A proposito di Brexit. È paradossale che un Paese che, a maggioranza, tre anni fa ha votato per lasciare l’Ue, abbia eletto adesso propri rappresentanti nel Parlamento europeo. Come finirà questa saga? 
Credo che occorra tener conto che una parte importante della politica europea vede la Brexit come un’occasione da cogliere, ma anche come una perdita. Non sono le mie opinioni, ma una parte di Bruxelles e di Strasburgo è divisa sull’atteggiamento da assumere nei confronti delle difficoltà tutte interne al Regno Unito sul divorzio dall’Europa: noi - dicono all’interno della Commissione e nelle cancellerie europee - l’avremmo conservata con grande piacere, ma naturalmente non potevamo opporci alla convinzione della maggioranza dei suoi cittadini. Abbiamo fatto tutti i favori e i piaceri che si potevano fare alla Gran Bretagna senza perdere di vista ovviamente la sua volontà di andarsene.

Il primo ministro inglese, Theresa May ha annunciato le sue dimissioni. Il suo successore, che dovrebbe essere il conservatore Boris Johnson, dice che la Brexit si farà con o senza accordo. Una hard Brexit sarebbe una lacerazione traumatica tanto per Londra quanto per Bruxelles? 
Vede, quello a cui noi stiamo assistendo in questo particolare momento è una piccola “guerra” civile all’interno del Partito conservatore inglese. Il partito è spaccato e continua ad esserlo. In questa vicenda dopo il fallimento della strategia della signora May, il vincitore sembra essere colui che vuole andarsene a tutti i costi. Pertanto, se Boris Johnson dovesse diventare Primo ministro, questa sarà la sua prima decisione. Bisognerà vedere se continuerà ad avere dietro le spalle la maggioranza dei conservatori. Soprattutto questo è il problema del partito di conservatori che oggi sta attraversando una crisi difficile. Continuerà ad avere la maggioranza alle prossime elezioni politiche inglesi? Penso che saranno vinte dal partito laburista che sta chiedendo e forse otterrà un secondo referendum. Chi vuole un secondo referendum probabilmente voterà per restare nell’Ue.

L’Ue ha adempiuto lo scopo primario per cui è nata: mantenere la pace, ma non è stata capace di promuovere lo sviluppo economico, creare occupazione, diffondere il benessere tra le popolazioni degli Stati membri viste le perduranti diseguaglianze sociali e i divari economici tra i paesi membri. 
Se dovessi fare un bilancio dovrei anche constatare che molte cose sono state fatte. Esiste ormai un budget europeo anche se non ha le dimensioni e le caratteristiche di un bilancio nazionale, ma che da quel bilancio provengono risorse importanti per i Paesi. Soprattutto per quelli nuovi che sono entrati alla fine della Guerra fredda, mi riferisco agli Stati dell’Europa orientale che un tempo facevano parte del Patto di Varsavia. I poteri della Commissione sono cresciuti, ancor di più quelli del Parlamento. Molti progressi sono stati compiuti negli ultimi decenni, sono evidenti, ma in un contesto in cui c’era una sorta di malumore internazionale provocato da fattori che sono estranei all’Unione europea che certamente non le hanno giovato. Il primo è indubbiamente la globalizzazione. La globalizzazione è stata straordinariamente utile a qualcuno ma poco e per niente ad altri e quel contesto non poteva essere certamente governato da Bruxelles. Il secondo fattore, quello che ha avuto un’influenza negativa sugli umori dell’opinione pubblica, è stato l’avvento delle nuove tecnologie. Perché le nuove tecnologie hanno avuto l’effetto di dividere il mondo tra chi sa usarle e chi non sa usarle. Chi non sa usarle ha perduto il posto di lavoro. Questo sta alimentando il malumore delle società. Fare l’Europa in questo contesto particolare non è stato facile.

Nel campo del buon governo, stiamo assistendo a un paradosso. Gli asiatici (pensiamo all’India di Modi o alla Cina di Xi Jinping) hanno appreso dall’Occidente le virtù della governance razionale. Eppure, mentre i livelli di fiducia asiatici stanno salendo, gli occidentali la stanno perdendo nei propri governi. Questo lo si vede chiaramente in Europa. 
Lei ha fatto una distinzione molto giusta tra i grandi Paesi in via di sviluppo che nei fatti non lo sono più e i Paesi sviluppati. Quei Paesi hanno regimi autoritari: gestire una trasformazione economica di queste dimensioni comporta coerenza, continuità, stabilità del potere in un arco di tempo piuttosto lungo. Questo lo può fare l’India, la Cina, le cosiddette tigri asiatiche. Non lo può fare l’Europa. L’Europa è una confederazione di Stati democratici ed è a sua volta un’istituzione democratica perché a Bruxelles non c’è un dittatore. E allora in queste circostanze si procede con maggiori difficoltà e lentezza. Vogliamo sbarazzarci della democrazia? Certamente no, e allora si va avanti un po’ zoppicando.

L’Europa non è più al centro del cambiamento nel mondo di oggi: mai menzionata nel conflitto tra Cina e Stati Uniti, è assente da questa equazione e non sembra in grado di poter minimamente intervenire al riguardo. Bruxelles deve fare di più? 
Abbiamo tutti un po’ la tendenza ad accusare la Commissione europea, a trasferire nella Commissione il nostro malumore. Ma mi sembra che la Commissione per certi aspetti ci sta dicendo con chiarezza che cosa bisogna fare. Quando la Commissione ci dice che è ora di smetterla con il veto e che bisognerebbe votare a maggioranza che cosa ci dice? Ci dice di rispettare la volontà della maggioranza dei membri dell’organismo, in maniera più democratica, piuttosto che lasciare a un singolo Paese di bloccare tutti gli altri con il potere di veto. Stando così le cose, dobbiamo cercare di saltare il fosso: cerchiamo di fare quelle cose che renderebbero la Commissione europea veramente autorevole. Ne abbiamo bisogno anche perché il resto del mondo è, in un modo o nell’altro, governato in modo molto più autoritario. È con loro che dobbiamo confrontarci ma tutti insieme non separatamente l’uno dagli altri. Altrimenti noi europei finiremmo come la disfida tra orazi e curiazi (secondo la leggenda sulla fondazione e l’espansione dell’antica Roma il duello tra i primi che erano guerrieri romani e i curiazi che si battevano per la vicina città di Albalonga si risolse grazie all’astuzia a favore dei primi - ndr)

C’è un deficit di fiducia da recuperare nel progetto europeo. Serviranno riforme. Da dove l’Ue deve ricominciare? 
Credo che le riforme proposte dalla Commissione Juncker recentemente daranno un risultato positivo. Non è possibile continuare così tra Stati che hanno una storia completamente diversa dai Paesi fondatori dell’Ue. Non possiamo lasciare che ogni decisione venga presa all’unanimità assoluta. Occorre cominciare a votare a maggioranza. Siamo orgogliosi della nostra democrazia e non applichiamo questa regola fondamentale? Lo dobbiamo fare.

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