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Signori, ecco a voi Contrera, l'investigatore privato che lavora in una lavanderia a gettoni

Dalla penna graffiante e ironica di Christian Frascella una crimedy che fa centro. Le altre note? Per Alessandra Carnevali e Giovanni Valentini


25/06/2018

di Mauro Castelli


Il primo approccio con Christian Frascella l’avevo avuto in occasione del Premio Zocca Giovani di nove anni fa, premio che si era aggiudicato con il suo romanzo d’esordio Mia sorella è una foca monaca, un lavoro edito da Fazi che aveva incassato - per la sua freschezza e la sua originalità - l’apprezzamento sia dei lettori che della critica. Tanto è vero che era stato finalista anche del Premio Viareggio, oltre a portarsi a casa il John Fante. 
“Un romanzo - tiene a precisare - che mi era costato sette anni di lavoro, anche perché continuavo a ripetermi che non avrei mai trovato un editore disposto a pubblicarlo. In quel libro, rifacendomi alla narrativa di J.D. Salinger e, guarda caso, di John Fante, volevo raccontare la mia generazione. Ma senza crederci più di tanto. Fortuna ha voluto che non andasse in questo modo. Inviai infatti il testo a Giuseppe Genna, il quale lo valutò positivamente e se ne interessò…”. 
Dopo di che Frascella avrebbe dato alle stampe, sempre per i tipi della Fazi, Sette piccoli sospetti. Quindi nel 2011 l’approdo alla Einaudi, con la quale ha pubblicato La sfuriata di Bet e quindi Il panico quotidiano, una prova di maturità di impianto autobiografico. Sempre nel filone dei libri per ragazzi sarebbe arrivato sugli scaffali, nel 2015, con La cosa più incredibile e, l’anno dopo, con Brucio, un thriller per giovani adulti edito da Mondadori. 
Christian Frascella, si diceva, che vive a Roma, ma che è nato a Torino (“Non a caso sono uno sfegatato tifoso della squadra di calcio granata”) il 21 settembre 1973, dove da ragazzo si era dato un gran da fare per non studiare. Nel senso che, dopo aver frequentato la seconda magistrale (“Con la scuola non andavo infatti d’accordo, al contrario di mio fratello Davide che oggi insegna”), decise di mettersi a lavorare, per un sacco di anni, come operaio. “Periodo nel quale - chapeau - iniziai a coltivare la passione per la scrittura”. 
Lui che ama il nuoto e le passeggiate (“Mi aiutano a riflettere”); lui che si propone “introverso e timido”, tanto è vero che - mente sapendo di mentire - alle presentazioni dei miei libri dopo un po’ la gente sbadiglia e se ne va; lui che con la tenacia ha poco a che fare (“È il mio punto debole”); lui che ha un sogno nel cassetto: quello di cimentarsi nella scrittura teatrale; lui che dell’ironia è riuscito a fare bandiera (“Ci sono certe giornate durante le quali tutto sembra andare storto: come si potrebbe vivere senza? In fondo basta un sorriso per rientrare in carreggiata”). 
E ancora: lui pronto a snocciolare una lunga serie di autori che lo intrigano (da Scerbanenco a Colaprico, da De Cataldo a de Giovanni, da Simi a Manzini, da Chandler ad Hammet e sino ad Agatha Christie, senza peraltro trascurare un pezzo da novanta come James Joyce); lui che strada facendo si è imposto una rigida disciplina nel suo lavoro di scrittore: “Se infatti ho impiegato sette anni per completare il mio primo libro, ora ne scrivo uno in tre mesi, con tre cartelle al giorno rigorosamente programmate”.     
Come nel caso del suo ultimo lavoro: il giallo, fresco di stampa, Fa troppo freddo per morire (Einaudi, pagg. 326, euro 18,50), una piacevole quanto innovativa crimedy - una via di mezzo fra poliziesco e commedia - dove a tenere banco è per la prima volta (ma si tratta di un personaggio che, secondo le intenzioni dell’autore, diventerà seriale, visto che la seconda indagine è già in dirittura d’arrivo) l’investigatore privato Contrera, “un adorabile sbruffone che nasconde dietro la battuta pronta i guai di una vita buttata all’aria con metodo”. A cominciare dai suoi affetti: la ex moglie lo detesta e Valentina, la figlia quindicenne dai capelli verdi, si rifiuta infatti di rivolgergli la parola. Ad amarlo ci sono soltanto la sorella e i due nipoti, divertiti dalla sua eccentricità. Per il resto poco o niente, se non qualche “arrugginito” amplesso con una nuova fiamma. 
Ma come è nata l’idea di questo personaggio fuori dalle righe, che oltre a non avere un ufficio non ha nemmeno un nome? “Premesso e promesso che in futuro lo avrà, il nome intendo, devo ammettere che tutto è successo per caso. Due anni e mezzo fa l’idea di questo strano personaggio mi era passata casualmente per la testa: così lo ritrassi in una cartellina, che non avrebbe avuto un seguito. Successe però che il mio computer si mangiasse tutti i miei file, ad eccezione di questo: lo ritenni quindi un segno del destino e mi misi al lavoro, con Carrera a dettarmi le regole. In altre parole io mi sono limitato a fare quello che voleva…”. 
Risultato? Una storia divertente, mai scontata, pronta a correre a cento all’ora. A fronte di un protagonista che si racconta in prima persona, che si arrabatta in un quotidiano ricco di difficoltà, che si pone interrogativi su quello che sarà il suo futuro, ferme restando le considerazioni relative a un passato che lui stesso ha bruciato con leggerezza. A conti fatti un canovaccio che si legge che è un piacere; con un Contrera in gran forma, che intriga e commuove al tempo stesso; che coinvolge con le sue disavventure sentimentali; che porta a far di conto con i suoi guai, i suoi disagi, le sue amarezze; che, sin dalle battute iniziali, catapulta il lettore in un mondo sbalestrato e fuori dalle righe. A fronte di un viaggio, strampalato e irriverente, che vorresti non finisse mai. 
E poi un incipit di quelli che lasciano il segno. State a sentire: Sono nella lavanderia a gettoni di Corso Giulio, dove lavoro. Anzi, dove sto di base. Non mi occupo di lavatrici o detersivi, sono un investigatore privato senza ufficio. Un ufficio mi costerebbe troppo per quello che guadagno, quindi ho fatto sapere in giro che se qualcuno ha bisogno dei miei servizi può trovarmi in questo posto. Mohamed Sabil, il marocchino padrone del locale, mi lascia stare qui perché ogni tanto lavoro per la sua comunità, con buoni risultati. Devo essermi distinto almeno per l’impegno, perché nessuno dei clienti ha ancora preteso in cambio la mia testa. Invece fuori dal quartiere c’è una lunga lista di persone che mi vorrebbero morto, per esempio la mia ex moglie. E forse anche mia figlia, che non vedo da otto mesi, più o meno…   
Ovviamente il canovaccio (“I cui diritti sono già stati opzionati dalla società di distribuzione e produzione cinematografica Lucky Red, fondata da Andrea Occhipinti nel 1987”) ha molto altro da raccontare. Ad esempio il fatto che c’è un uomo con un coltello piantato nel petto, dentro un locale a luci rosse (“Durante l’omicidio erano presenti 15 ragazze, 28 clienti e altre 13 persone. Un morto, quindi, e 56 possibili assassini. Anzi, 55, perché sono quasi certo che Oskar non l’ho ammazzato io”). Fuori, un quartiere multietnico (dove le più diverse etnie si incontrano e si scontrano nel tran-tran giornaliero) che assomiglia al mondo. E che è poi il luogo d’azione del nostro protagonista, in un quartiere sotto la Mole che curiosamente si chiama Barriera di Milano, per tutti soltanto Barriera, che l’autore ha descritto come si conviene, benché si sia “preso parecchie libertà”. Un avamposto colorato rappresentato da una babele di razze e di linguaggi. Ed è appunto qui, come abbiamo già avuto modo di ricordare, che in una lavanderia a gettoni Contrera lavora e si dà da fare a svuotare un frigo pieno di birra. 
Già, Contrera: un irriverente fumatore di Camel, ironico quanto basta, che si ama e si detesta al tempo stesso; un uomo sui quarant’anni trascorsi quasi tutti in zona come poliziotto. Ma dal Corpo si era fatto cacciare - lui troppo spesso in bilico, fra bustarelle ed espedienti, sul sottile crinale che separa la legalità dall’illegalità - per una brutta storia di droga. E che ora, per tirare avanti, aguzza la fantasia proponendosi come “risolutore di casi”. Lui che possiede soltanto una Panda Young da “un quinto di secolo”, nel senso che è del ‘97: ed è questo, tiene a precisare, “il rapporto più duraturo che abbia mai avuto nella vita”. 
Sta di fatto che quando Mohamed gli chiede di aiutare suo nipote Driss vessato da un gruppo di strozzini albanesi, ai quali deve settemila euro, non può certo rifiutare. Così incontra il capobanda Oskar, ottenendo a fatica una dilazione nel pagamento di dieci giorni. Ma come in ogni poliziesco che si rispetti, le cose sono più complicate di quanto sembri a prima vista: e quando salta fuori il cadavere nel citato localaccio, Contrera capisce di essersi ficcato in un pasticcio nel quale finirà per rischiare grosso, persino la pelle. 
Ma chi è la vittima? Il citato Oskar, accoltellato appunto nel suo locale. Ovviamente i sospetti sull’omicidio (per la cronaca non sarà il solo) cadranno sul giovane marocchino che in molti hanno visto scappare dal luogo del delitto. A indagare ufficialmente sul caso, a fronte di non poche incongruenze, è il vicequestore De Falco, che non vede l’ora di chiudere la partita ritenendo Driss il colpevole perfetto. Ma Contrera, pur condizionato dalle sue mattane, ha un codice d’onore da rispettare e quindi non ci sta…

A questo punto torniamo a parlare di Alessandra Carnevali, nata a Orvieto 58 anni fa, laureata in Lingue, attiva nella promozione sul web di eventi e artisti emergenti, blogger musicale nonché autrice di testi (nel 2002, tanto per citare, ha dato voce - nell’ambito del Festival di Sanremo - al brano All’infinito eseguito da Andrea Febo, oltre a proporsi nel 2007 come prima blogger accreditata della manifestazione. E, sempre per Febo, ha scritto i testi dell’album di esordio Invece mio fratello lavora). Ha inoltre curato il blog Festival, sulla musica italiana e Sanremo, per il network Blogosfere. 
Che altro? Iscritta alla Siae dal 1995, l’anno dopo si è diplomata autrice di testi presso il Cet di Mogol. In seguito ha collaborato con Mario Lavezzi al primo disco di Leda Battisti, mentre nel 2000 con Il gioco del silenzio ha vinto il premio della Stampa del festival “Inedito per Maria” diretto da Eugenio Bennato. Altre passioni dell’eclettica Carnevali la poesia (nel 2008 è stata finalista al Premio De André) e ovviamente la scrittura. Partendo dal racconto Ciao Anna, inserito nella raccolta Armonico edito da Aereostella nel 2010. 
In seguito ha pubblicato con “ilmiolibro.it” il giallo La rosa e l’ortica nonché la raccolta di poesie Non chiamatemi poetessa. A maggio 2012 ha poi firmato il romanzo Come se fossi a casa tua (Qulture Edizioni). Quindi l’approdo alla Newton Compton con la quale ha dato alle stampe Uno strano caso per il commissario Calligaris, libro vincitore del Premio ilmioesordio 2016 (lavoro che ha segnato anche il debutto di Adalgisa Calligaris, una poliziotta reduce da numerosi successi contro il crimine organizzato la quale ha deciso di concedersi un po’ di riposo nel paesone umbro di Rivorosso), seguito - sempre con la stessa protagonista, una donna brusca, dura quanto basta, tutt’altro che bella ma dall’intelligenza sopraffina - da Il giallo di Villa Ravelli e, ora, da Il giallo di Palazzo Corsetti (pagg. 280, euro 9,90). Un intricato romanzo ambientato in un antico castello, con angolature narrative che per certi versi richiamano il modo di scrivere che fu di Agatha Christie. 
Come da sinossi, Rivorosso è da qualche settimana in agitazione: Canale 16, una nuova rete televisiva, ha infatti scelto il maniero della contessa Corsetti Billi come location per un reality show musicale, battezzato Sing Sing. I sei concorrenti scelti dalla produzione dovranno cantare, vivere e raccontarsi al pubblico rimanendo sempre dentro il castello. Tutto procede per il meglio sino alla serata finale, che dovrebbe decretare il vincitore in diretta nazionale. 
Mezza Italia, con gli abitanti di Rivorosso in prima fila, è davanti alla Tv, in attesa del verdetto, quando un terribile incidente trasforma in tragedia il clima festoso della proclamazione e dà inizio a una serie di omicidi misteriosi. Tutti gli ex concorrenti sono spaventati in quanto temono per la loro vita. Chi li vuole morti? Il commissario Calligaris, affiancato dal fedele ispettore Matteo Corvo e da alcuni cittadini che si sono improvvisati detective (ma della partita fa parte anche l’ispettore Piero Sciortino), si troverà a indagare nel mondo patinato dello show business e nelle vite private degli artisti. Che sono luminose solo all’apparenza… 
Che dire: ancora una volta l’autrice dà voce a una storia improntata a una gradevole semplicità narrativa, in ogni caso sorretta da briose invenzioni dialettiche. Quindi niente esagerazioni, niente adrenalinici concetti, niente frasi fuori dal comune, niente che induca il lettore all’errore di valutazione. Semmai eccola regalare una buona dose di ironia a fronte di personaggi i cui nomi la dicono lunga: come Palmiro Pulpito, il parroco con la voce nasale; la signora Rosaria, la madre di Adalgisa, con il vezzo di un piccolo ventaglio color crema e una borsetta azzurra che fa pendant con il cappello di organza; Maria Loreta Fiocchetti, detta Molly, la sarta più nota del paese specializzata in taglie forti; Giovanna Spatafora, il sogno segreto di ogni maschio del paese e acerrima nemica di Adalgisa; il barista Celestino Rossi, il cui modo di vestire richiama bizzarre abitudini cromatiche. E poi il tamarro Tano Frezza; la biondina Tamara dal braccino corto perché a pagare e morire c’è sempre tempo; Paris Picchio, una sorta di ufficio stampa non autorizzato. Senza trascurare i sei concorrenti: la giovanissima Brenda, la vecchia gloria Pirando Lolli, il rapper Muskrat, il tenore Ettore Corato, il neomelodico Tano Frezza e il cantautore Marco Murner, fresco vincitore di un talent canoro ma anche primo cadavere...

Le note conclusive le dedichiamo a una penna anomala nella narrativa di settore: quella di Giovanni Valentini, un irriverente protagonista della carta stampata che, strada facendo, ha dato vita a una lunga serie di saggi politici, economici e sociali. Lui che, dopo aver debuttato lo scorso anno con Ultima notte a Lisbona (un lavoro che vedeva protagonista Alfonso Delgado, un giornalista d’inchiesta in visita alla capitale portoghese con la moglie Marianna in vista di un loro possibile trasferimento), ora ha concesso il bis con La donna nella valigia (Sem, pagg. 158, euro 15,00). Un romanzo nel quale - protagonista vincente non si cambia - rimette in pista il citato Delgado, il quale si è ora stabilito appunto a Lisbona per beneficiare (c’è da scommetterci) delle agevolazioni fiscali riservate ai pensionati stranieri. 
Valentini, si diceva, nato a Bari il 6 febbraio 1948. Un polemista di talento che aveva iniziato giovanissimo il suo percorso giornalistico alla Gazzetta del Mezzogiorno, per poi approdare alla redazione romana del Giorno (ricordo che nella sede milanese del quotidiano dell’Eni si ironizzava sulle sue intemperanze, come quando scrisse un articolo senza un punto e una virgola, emulando in questo un affermato scrittore americano…). In seguito avrebbe partecipato alla nascita de la Repubblica, testata che lo avrebbe visto inviato speciale e quindi di capo della redazione di Milano. 
Sempre bruciando le tappe, a soli 29 anni venne nominato direttore del settimanale L'Europeo, per poi passare sulla tolda di comando de il Mattino di Padova e de la Tribuna di Treviso. Prima guida de L'Espresso dal 1984 al 1991, sarebbe rientrato a la Repubblica nel ruolo di vicedirettore dal 1994 al 1998. 
In seguito avrebbe continuato a collaborare con questo quotidiano dando voce per 15 anni alla rubrica settimanale “Il Sabato del Villaggio”, incentrata sui mass media, la comunicazione, il rapporto tra potere e libertà d’informazione, la concorrenza e il pluralismo. Rubrica infine ripresa, a partire dal 2016, su Il Fatto Quotidiano
Insomma, un curriculum da primo della classe per questa corrosiva quanto schierata penna che ora ha abbracciato la narrativa gialla a fronte di una buona scrittura (sulla conoscenza della lingua italiana certo non difetta), giovando su trame credibili e personaggi che intrigano. Forse perché, come nel caso del protagonista, le vicende fanno riferimento a quel mondo giornalistico che ha frequentato per quasi mezzo secolo. 
Venendo al dunque, l’idea de La donna nella valigia - come ha avuto modo di annotare lo stesso Valentini - trae spunto da un episodio “realmente accaduto a Rimini nel marzo 2017, quando una giovane russa di 27 anni venne ritrovata morta per denutrizione all’interno di un trolley che galleggiava nell’acqua del porto”. A confessare il fattaccio fu la madre, che aveva posto fine ai suoi giorni per disperazione, visto che la figlia era gravemente ammalata. 
Da qui la scintilla della storia, peraltro supportata, in fase di stesura, dal ritrovamento, il successivo 25 novembre, del corpo di un ventenne omosessuale di origini cinesi, all’interno di una valigia, nel suo appartamento di Modena. Infine, il 31 gennaio scorso, venne scoperto, nei pressi di Pollenza (Macerata), il corpo fatto a pezzi della diciottenne Pamela Mastropietro rinchiuso in due valigie. Fermo restando che nel romanzo “ci sono anche altri cenni alla cronaca italiana, giudiziaria e politica, inseriti nella trama soltanto in funzione dell’intreccio narrativo”. Sullo sfondo trasudano infatti situazioni reali che vanno dalle molestie sessuali alle polizze vita stipulate all’insaputa dei beneficiari, dal declino del giornalismo tradizionale alla passione sportiva per il golf che a una certa età può diventare una specie di malattia. “Tutto il resto - assicura l’interessato - è di pura (o impura) fantasia”. 
L’incipit di questo giallo è legato al ritrovamento di una misteriosa valigia approdata sulla spiaggia di Albufeira, nel sud del Portogallo. Il trolley contiene il cadavere di una donna nuda. Le prime indagini consentono di stabilire che si tratta della contessa romana Ines Della Corte, partita da Civitavecchia a bordo della nave da crociera Stella Polaris sulla rotta Genova-Barcellona-Lisbona-Madeira, in compagnia del marito Giulio Fieramosca e dell’avvocato di famiglia, la giovane Jole Gentilini. Ma chi ha rinchiuso la donna nella valigia e l’ha gettata in mare? E per quale motivo? L’inchiesta giudiziaria (portata avanti dal diffidente ispettore della polizia locale Carlos Carvalho) si svilupperà in parallelo, fra Lisbona e Roma, con quella giornalistica di Alfonso Delgado, in un intreccio di retroscena e scoperte, relazioni clandestine e rapporti sentimentali, sesso e denaro. 
Di fatto non sarà facile ricostruire la dinamica del delitto, commesso su quel “palazzo galleggiante” che ospita 3.800 passeggeri e 600 membri dell’equipaggio. Ma, con l’aiuto di un’amica, magistrato in quel di Roma, e di una sua avvenente collega portoghese, Delgado (per il quale il ritrovamento del cadavere è diventato un incubo) riuscirà a dipanare la matassa, non prima di aver approfondito e analizzato la vita e la psicologia di tutti i possibili sospettati. La qual cosa consentirà agli inquirenti italiani di scoprire la verità. Il tutto a fronte di un ben congegnato colpo di scena finale…

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