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Signori, il Gorilla è tornato ma dovrà fare i conti con il suo passato

Dalla penna di Sandrone Dazieri un’intrigante vicenda di soldi e di ingiustizie. Altri stili e altre storie con Pier Emilio Castoldi e Fiona Barton


18/11/2019

di Mauro Castelli


Quando si parla di Sandrone Dazieri si fa riferimento a uno dei maggiori interpreti del noir italiano. Capace di sorprendere a ogni capitolo di quella che si propone come la sua nuova storia. Se poi fa tornare in pista il suo indimenticato Gorilla, che dall’esilio olandese in quel di Amsterdam - dov’era andato ad abitare in una casa galleggiante a poche centinaia di metri dalla Hungarian Street, la via del quartiere a luci rosse dove si danno da fare le ragazze dell’Est - torna a Milano, allora sono davvero fuochi d’artificio. 
Già, Milano. Una città all’apparenza cambiata, tutta lustrini, grattacieli, modelle in cerca di riflettori, iniziative culturali. Ma anche uno spericolato rincorrersi di quattrini, paragonati dall’autore alla stregua della nuova cocaina. E per il Gorilla sarà un viaggio “al termine della notte che svelerà la schizofrenia di questo tempo marcio, ammantato di promesse scintillanti, ma inchiodato alle ingiustizie di sempre”. 
Ed è appunto questa la filigrana narrativa di cui si nutre La danza del Gorilla (Nero Rizzoli, pagg. 236, euro 18,00), un lavoro di piacevole quanto dissacrante lettura che gioca a rimpiattino con quel che succede in una specie di teatrino delle vanità dove anche la politica ha, purtroppo, ancora qualcosa da dire. In altre parole nutrendosi nel sottobosco del fare, del volere e del pretendere. 
Ma su cosa è incentrata questa nuova storia? Intanto ricordiamo, visto che non tutti lo sanno, che il Gorilla soffre sin da bambino di un Disturbo Dissociativo dell’Identità. Ha comunque imparato a nascondersi e a sopravvivere, almeno sino a quando qualcuno non gli aveva sparato in testa, una decina di anni fa. Adesso ha cambiato vita e se ne sta, come accennato, ad Amsterdam, dove - grazie alle proprietà terapeutiche della marijuana - “ha stipulato una tregua con il suo alter ego: il Socio, il doppio in agguato, che gli ruggisce dentro e che è sempre pronto a prendere il sopravvento. I due sono diversi, e non hanno mai avuto un rapporto facile. Se il primo è istintivo, ironico, poco avvezzo alla violenza, il secondo è freddo, spietato, letale”. 
Succede che, rientrato a Milano per la morte di un amico, il Gorilla finisca invischiato nel pasticcio di un incendio doloso. E fra le pieghe della città, dove si aggirano dropout (persone emarginate che si escludono volontariamente dalla vita sociale organizzata) e vecchi militanti dell’estrema sinistra, imprenditori alla canna del gas, forzuti vigilantes e pretoriani del decoro urbano, dovrà fare i conti con il passato, misurare il peso delle sconfitte collettive, tenere a bada il Socio, vedersela con la metropoli di NoLo e piazza Gae Aulenti, del Bosco Verticale e del dopo Expo. Insomma, “la metropoli - smart e friendly - che cambia ogni giorno, vendendosi ogni volta un pezzo di anima”. 
Detto questo, spazio al privato di questo autore controcorrente, riportando quasi alla lettera il risultato di un recente quanto lungo approccio telefonico che abbiamo avuto con lui. Nel corso del quale è emerso un personaggio solare, brillante e curioso, vegetariano e pacifista, accattivante e pronto alla battuta, eclettico e stravagante, a volte persino eccessivo nella sua (finta?) megalomania. Un uomo segnato nell’infanzia dalla prematura scomparsa del padre, tanto da fargli annotare all’insegna di una disarmante onestà: “Avevo soltanto quattro anni e mezzo quando, dopo una lunga malattia, morì papà, sindacalista della Cgil, e io iniziai a frequentare il mondo della psichiatria per via di una crisi depressiva che mi avrebbe dirottato verso una personalità autistica. Con tanti problemi al seguito e decisioni non sempre razionali”. 
Che altro? Un personaggio fuori dalle righe che esce raramente, che ha pochi amici, che fatica a rapportarsi con le relazioni sociali e che sta male se lo invitano a cena e non conosce una parte dei commensali. “Fortuna vuole - tiene a precisare - che a sopportarmi ci sia mia moglie Olga, anche perché senza di lei (mente sapendo di mentire il nostro gentiluomo) non riuscirei a combinare nulla di buono…”. 
Di certo a non raccontarla, la storia di Dazieri, sarebbe quasi un… delitto. In quanto così ricca di fatti, di aneddoti e di curiosità da sembrare quasi inventata. Lui che, nato a Cremona il 4 novembre 1964 - anche se oggi vive fra Milano e le Marche, in una casa in campagna dove gli animali la fanno da padrone - si sarebbe fatto lievitare il nome da Sandro in Sandrone, ai tempi dell’università, per evitare che lo confondessero (ma non per la stazza) con uno che si chiamava come lui. Basta soltanto questa curiosità per capire che ci troviamo di fronte a un personaggio alternativo, controcorrente, avaro di compromessi. Portatore, peraltro, di una vicenda umana e professionale certamente ricca, che l’interessato ama raccontare ovviamente alla sua maniera. 
“Sono stato un ragazzino insofferente che, nonostante mia madre volesse che frequentassi il liceo classico, sarebbe finito nel collegio della scuola alberghiera di San Pellegrino Terme, in provincia di Bergamo, per diventare cuoco. Si trattò di una sorta di liberazione, in quanto in casa si respirava un’aria triste, che mi aveva reso introverso e che forse aveva contagiato anche mia sorella. Ma anche lì non furono rose e fiori, in quanto nel corso del primo anno dovetti subire le angherie dei miei compagni, una specie di nonnismo militare. Poi, grazie anche alla mia buona conoscenza dell’italiano, la musica sarebbe cambiata, in quanto in molti avevano bisogno dei miei suggerimenti. Così mi guadagnai il nomignolo di avvocato”. Il tutto a fronte di esperienze estive sul campo. “Iniziate nel ristorante-pizzeria Lo stagnino di Cremona, proseguite a Vallese, un paese sopra Bergamo, e quindi rapportate con un ritorno a casa presso l’Hotel Continental”. 
Dopo il triennio in quel di San Pellegrino, Sandrone avrebbe frequentato il quarto e quinto anno della scuola di specializzazione a Milano. “In quel periodo pensavo, romanticamente, che come cuoco avrei potuto viaggiare per il mondo, anche se il filone degli chef doveva ancora essere inventato. Invece mi limitai a fare il pendolare sul capoluogo lombardo - una città ricca di librerie e di cultura che per me rappresentava un sogno a occhi aperti - dove in seguito mi sarei iscritto a Scienze politiche, per poi lasciare la facoltà a soli cinque esami dalla laurea”. Una delle sue tante scelte prese a cuor leggero, come quando, dopo aver superato l’esame orale per la patente di guida, non si sarebbe presentato alla prova su strada pur avendo frequentato un infinito numero di lezioni. Risultato? Non ci avrebbe più nemmeno voluto provare e quindi niente patente.  
Proseguiamo. Sotto la Madonnina - dove si era dato da fare anche come addetto al servizio d’ordine nei concerti - si era trovato a dormire sui treni della Stazione Centrale, a occupare abusivamente case sfitte, a fare il facchino (“In realtà avevo fondato una cooperativa per cercare di sbarcare il lunario”) e a entrare casualmente in contatto, complice un’occupazione di facoltà datata 1985, con il Centro sociale Leoncavallo. Del quale Centro sarebbe diventato ben presto un attivista di punta (“Per via della barba sembravo più vecchio di quello che in realtà ero”), impegnandosi in lotte ambientalistiche e per il diritto alla casa, oltre che in manifestazioni, cortei e occupazioni”. Finendo peraltro anche nei guai. 
Ad esempio successe che a 22 anni, durante una protesta contro la centrale nucleare di Montalto di Castro, fosse arrestato, incarcerato per un breve periodo a Civitavecchia e poi rimesso in libertà vigilata. Ma sarebbe stato, quello, soltanto uno dei tanti processi che lo avrebbero visto alla sbarra nei dieci anni a seguire, sempre per reati minori che andavano dall’occupazione ai cortei non autorizzati. Sin quando nel 1994 decise di abbandonare la politica attiva - lasciando tutti allibiti nel corso di una assemblea del Leoncavallo, edificio che poco tempo dopo sarebbe stato raso al suolo dalle ruspe - in quanto “senza rimpianti” riteneva che “il suo percorso si fosse esaurito”. 
Cos’altro fa parte del suo privato? Una passione di vecchia data per la narrativa gialla, che aveva iniziato a “frequentare e amare sin da bambino sulla scia dell’interesse della madre, di professione infermiera”. Passione strada facendo allargata all’horror, alla fantascienza e allo spionaggio. Con il ricordo ancora vivo di quando aveva incominciato “a scrivere i suoi primi pezzulli per il giornalino della scuola in abbinata a un racconto horror ignorato alla grande dalla rivista alla quale l’avevo inviato”. 
Di fatto l’amore per la scrittura e la lettura (“Ho un legame stretto con autori del calibro di Stephen King, Don De Lillo e del rimpianto Philip Roth”) lo avrebbe fatto avvicinare all’editoria come correttore di bozze nel service editoriale Telepress (“Presi il posto di un’amica che aveva deciso di lasciare, forte di una assoluta inesperienza mitigata da alcuni consigli mirati”), guadagnandosi  poi il posto di redattore in abbinata alla tessera di giornalista pubblicista grazie ad articoli scritti per le riviste in conto terzi del service e alla “complicità” di una collaborazione con Il Manifesto in qualità di esperto di controculture e narrativa di genere. Qualifica seguita da quella di caporedattore e, infine, di amministratore delegato. 
E per quanto riguarda il suo debutto sugli scaffali? Risulta datato 1999 con il romanzo Attenti al Gorilla, subito apprezzato sia dalla critica che dal pubblico dei lettori. E lo avrebbe fatto raffrontandosi, da autodidatta quale si definisce, “con una scrittura stratificata”: quella che, partendo da un fatto che lo ha colpito, lo porta “a irrobustire la trama, senza darlo a vedere, appunto con strati che si rifanno alla cultura pop, a quella fumettistica e via dicendo”. E i risultati, nemmeno a ricordarlo, si sono visti e ancora si vedono. 
Ma torniamo al dunque. Forte del successo ottenuto con il suo primo Gorilla, Dazieri sarebbe stato chiamato a dirigere i Gialli Mondadori e, ben presto, anche tutto il comparto dei libri destinati alle edicole. Impegni importanti che non lo avrebbero distolto dalla scrittura a fronte di altri quattro noir (La cura del Gorilla, Gorilla Blues, Il Karma del Gorilla e La bellezza è un malinteso), un romanzo per ragazzi (Ciak si indaga), numerosi racconti, oltre ad alcuni soggetti per fumetti, anche quest’ultima una sua radicata passione. 
Nominato nel 2004 direttore dei Libri per Ragazzi Mondadori, avrebbe lasciato questo incarico due anni dopo scegliendo di diventare autore a tempo pieno. Non prima però di aver incontrato, alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, la donna della sua vita, la russa Olga Buneeva. “Era il 2006 e lei lavorava per la casa editrice moscovita Rosnet. Una donna bella e di grande cultura che mi conquistò senza compromessi e che avrei sposato l’anno successivo sotto le Due Torri. Lei che, al contrario del sottoscritto, risulta portatrice di ben quattro lauree e parla diverse lingue, cinese compreso. Ma che, nonostante questo, se in casa c’è da trapanare qualcosa non si tira indietro, mentre io mi limito a darmi da fare con la tecnologia e l’elettricità”. 
Da ricordare inoltre che Sandrone Dazieri, un “antisportivo per eccellenza”, strada facendo avrebbe anche fondato la casa editrice “Colorado Noir”, iniziativa che si sarebbe persa per strada dopo un promettente inizio, oltre a imporsi come sceneggiatore e headwriter delle fiction Squadra antimafia, Intelligence e Ris Roma. Lui che ha dato alle stampe, alla fine dello scorso anno, Il re di denari, il romanzo conclusivo della trilogia iniziata con Uccidi il padre e proseguita con L’angelo, imbastita sulle figure dell’ex vicequestore Colomba Caselli e del suo amico, il bizzarro esperto di persone scomparse Dante Torre, che questa volta si trova, sfortunatamente per lui, dall’altra parte della barricata. Come appunto è successo tante volte al suo spumeggiante padre narrativo. 
E ancora: lui maestro del thriller psicologico italiano, tradotto in una ventina di Paesi (“All’appello mancano ancora - ferme restando le soddisfazioni arrivate dal mercato inglese - Cina e India”); lui abile come pochi nel “costruire un castello di specchi e di inganni, una matrioska di colpi di scena che si susseguono pagina dopo pagina sino all’inquietante finale”; lui capace di giocare a rimpiattino fra falsi e veri indizi, nel condurre con stile e padronanza il succedersi degli eventi, nel regalare istantanee che sorprendono e lasciano il segno. Lui un furbo di tre cotte che, senza darlo a vedere, riesce a scandagliare i lati più oscuri dell’animo umano come se fosse la cosa più naturale del mondo. Anche se, quando si tratta di delitti e di colpi di scena, non si fa mancare nulla, ricorrendo spesso a immagini forti quanto ciniche. Come appunto nel finale del romanzo La danza del Gorilla: “Il giorno dopo si sparò in bocca; aveva un’altra pistola. Io, per fortuna, avevo un alibi. Stavo tornando ad Amsterdam”. 


Voltiamo libro, passando dai piani alti dell’editoria a quelli che si dannano l’anima per conquistarsi una fetta di mercato. In altre parole puntando il mirino sulla Fratelli Frilli di Genova, una casa indipendente che si è regalata una buona posizione a suon di sacrifici, peraltro lanciando firme di prestigio che a un certo punto - purtroppo è la legge del mercato a farla da padrone - sono emigrate altrove. E della Frilli proponiamo Nevica ancora su via Baxilio (pagg. 268, euro 12,90), un noir scritto da Pier Emilio Castoldi e incentrato sulla terza indagine del suo Dante Ferrero: un cronista in forza nella redazione di provincia di un quotidiano nazionale che, spesso demotivato, cerca sfogo improvvisandosi detective senza averne l’esperienza. In questo supportato dalla sua pragmatica compagna di vita Mercedes, detta Mercy. 
Un cocciuto rompiscatole, Ferrero, malato di bulimia poliziesca che, per quanto ci riguarda, avevamo imparato a conoscere nel 2015 In Tortona nove corto.  Un tipo fuori dalle righe che fuma Gauloises e che vuole sempre andare alla radice dei problemi, che vive senza sussulti la sua noiosa realtà provinciale e che non manca di entrare in orbita non appena succede qualcosa di eclatante.  Lui che, in corso d’opera, si deve confrontare con il capitano Ipsilon (Gaeta), la cui esperienza come ex agente dei servizi segreti si rivelerà fondamentale nel far emergere la verità. 
Castoldi, si diceva, nato il 27 agosto 1957 a Langosco (Pavia), ma che ora vive nella “magnifica campagna” di Sale, in provincia di Alessandria; lui “fortunato marito e padre, con familiari accorti a mantenersi a debita distanza dai suoi romanzi”; lui che lavora come grafico-web designer coltivando la lettura: passione superata soltanto, ironizza a favore dei lettori, da quella della scrittura, “convinto che lo spaccio di noir e romanzi sia una pratica tuttora legale”. 
Di fatto un personaggio fuori dalle righe, che - repetita iuvant - odia le cravatte e la gente snob, che non beve e non fuma, che è riflessivo, un po’ misantropo e a volte anche irrequieto, che ricorda con simpatia le risaie della sua gioventù, che ha una passione sviscerata per la narrativa (“Se non ho niente sottomano, romanzi classici o moderni poco importa, posso dedicarmi anche alla lettura dei numeri civici delle vie”), che adora - ci mancherebbe - la moglie e il figlio Riccardo. 
Lui che aveva debuttato nella narrativa con La mia vecchia bicicletta arancio nel 2009 (“Un lavoretto senza pretese che feci stampare in un centinaio di copie”), seguito a distanza di dodici mesi dal giallo storico Jubileum, ispiratogli da un fatto realmente accaduto. “Un lavoro che incontrò un certo seguito, tanto che alcune persone mi invitarono a proseguire su questa strada. Così, nel 2012, pubblicai un altro lavoro storico, Theudelinda, seguito dal thriller (se così si può definire) Radio Requiem
Insomma, niente di che, sempre con tirature limitate. Sin quando, tramite un amico comune, mi incontrai con i fratelli Frilli e con loro parlai della nuova storia che volevo raccontare. La cosa sembrò interessarli e mi misi al lavoro, impiegando più di un anno e mezzo a scriverla in quanto non riuscivo a trovare una chiusura convincente. Fortuna volle che, a un certo punto, mi si accendesse la lampadina...”. E sarebbe stato l’inizio di un rapporto importante sia con l’editore che con il pubblico dei lettori. Un percorso che lo avrebbe visto dare alle stampe Voghera: Nebbie mortali, e ora - inframmezzato da un paio di “scappatelle” rappresentate da Io sono il vento e Fuga da Hat-Hibboz - Nevica ancora su via Baxilio
Una storia ambientata a Tortona e raccontata all’insegna della semplicità e dell’ironia, capace di lasciare spazio al sorriso dietro una buona dose di dissacrante amarezza. Ma cosa succede in questo romanzo? Che nel cortile di un palazzo di via (Franceschino da) Baxilio venga ritrovato il cadavere di un uomo sui quarant’anni. Si tratta dell’inquilino del quarto piano “atterrato su venti centimetri di neve, soffice finché vuoi, ma non abbastanza…”. L’esame autoptico riscontrerà fratture da caduta, ma nessuna ferita o tracce di una colluttazione. 
Tutto lo classificherebbe come un caso di suicidio, ma Ferrero non la vede così, a differenza dell’Arma che lo ha archiviato in fretta come tale, forse distratta da un caso ben più eclatante: quello dell’olandese liquidato con le modalità tipiche della criminalità organizzata in una cascina di periferia. 
Improvvisamente la città sembra essere tornata al centro degli affari malavitosi nonché dei brutali regolamenti di conti che tenevano banco ai tempi dell'affare “Nove corto”. Un piatto appetitoso per Dante Ferrero, che fortunosamente scoprirà come le due morti si riconducano a un unico copione, nel quale circostanze all’apparenza irrilevanti sveleranno un disegno di portata internazionale. 
Che dire: una storia gradevole, che cattura e intriga senza peraltro mai volare altissimo. In ogni caso “una miscela sofisticata e intrigante per una storia complessa dove indizi, tracce e deduzioni si ribalteranno a ogni pagina. Un’indagine difficile immersa nella quotidianità di una città anonima e a prima vista imperturbabile. Tortona, appunto, che torna a essere protagonista, assieme alla sua scalcinata coppia di investigatori, in un noir singolare quanto drammatico”. 
Per contro la prossima storia incentrata su Dante Ferrero (alla quale l’autore sta lavorando sia pure allo stato embrionale) emigrerà da Tortona su un campo da golf dove avverrà un omicidio legato a strani affari che forse arrivano da lontano… 


La terza e ultima proposta di lettura risulta legata alla penna dell’inglese Fiona Barton, che avevamo imparato a conoscere tre anni fa quando la Einaudi aveva pubblicato il suo romanzo d’esordio, La vedova, un brillante lavoro che si era guadagnato le luci della ribalta in una trentina di Paesi. Un exploit tardivo, nel senso che era arrivato sugli scaffali quando questa autrice (nata a Cambridge nel 1957) si stava avvicinando alla sessantina. A seguire, sempre per i tipi della Einaudi, l’avremmo reincontrata ne Il bambino mentre ora possiamo riapprezzarla ne Il sospetto (pagg. 460, euro 19,50, traduzione di Carla Palmieri). Un thriller di classe pronto a nutrirsi di “scoop e fake news, scomparse e ritrovamenti, bugie e verità, famiglie in bilico e vite spezzate”. 
A tenere la scena due diciottenni, Rosie e Alex, partite per il loro primo grande viaggio da sole: un giro completo della Thailandia. Ma dopo qualche giorno i genitori non ne hanno più notizie. Inizia così un’indagine che coinvolge la polizia di vari Paesi, visto che delle due ragazze si è persa ogni traccia. Cosa sarà successo? La giornalista Kate Waters, sempre in cerca di notizie da prima pagina, è decisa a scoprirlo e ad aiutare nel contempo i rispettivi genitori sconvolti dall’ansia e dalla preoccupazione. Tuttavia, man mano che le sue indagini si inoltrano nel privato delle due diciottenni, qualcosa sembra non tornare: Alex e Rosie probabilmente non erano le due tranquille studentesse che sembravano. E forse nascondevano qualcosa. 
Non bastasse, quando sente di avere la verità a portata di mano, Kate si rende conto che questa brutta faccenda la rimanda alla sua vita privata, ovvero a suo figlio che è in Estremo Oriente da due anni e che non sente da tempo. Troppo tempo. Così, non appena arriverà la notizia che un ostello per ragazzi a Bangkok è andato distrutto in un incendio, salirà sul primo aereo per la Thailandia. Finendo per confrontarsi con l’incompetente, o corrotta, polizia locale, oltre a perdere di vista (sbagliando?) il filo conduttore della scomparsa di Alex e Rosie. 
Che dire: a fronte di una scrittura semplice quanto coinvolgente che si rifà alle bugie e ai piccoli segreti di famiglia (“Il muro portante e nascosto delle nostre esistenze”), questo lavoro affonda le sue radici nel mistero, nella tensione, nella capacità di ingarbugliare le carte senza mai dirottare dal binario iniziale. Lei davvero abile nel tratteggiare i profili dei personaggi, figure che catturano lasciando il segno. Lei capace di “rimandare ogni indizio a qualcosa di non detto e a quella paura che ogni genitore ha di vedersi cancellato dall’esistenza dei figli”. 
Detto questo, mirino puntato sul privato di Fiona Barton, una giornalista che a un certo punto della vita si sarebbe trasferita - assieme al marito Gary e ai figli Tom e Lucy - da Londra nel Sud della Francia, dove attualmente vive. Lei che strada facendo si era occupata di cronaca per il Daily Mail, il Telegraph e il Mail on Sunday; lei che con il suo citato romanzo d’esordio, La vedova appunto (un thriller psicologico di robusta fattura), si era inserita nella top ten dei libri più venduti stilata dal New York Times, con diritti acquisiti per ricavarne una serie televisiva. 
Un colpo vincente a suo dire benedetto dalla fortuna e dal caso. Così eccola ricordare: “Successe che partecipassi, spinta da un’amica, a un concorso letterario per un racconto. Lo scrissi mentre mi trovavo in Sri Lanka per fare volontariato con mio marito, dopo che entrambi avevamo lasciato il nostro lavoro. Insomma, partecipai e finii fra i cinque finalisti. A quel punto bisognava allungare il brodo e ricavarne un romanzo. E lo feci mentre mi trovavo in Birmania per organizzare - da non credere - una scuola di giornalismo”. 
Tuttavia non vinse e il suo lavoro finì in un cassetto. “Ma non mi arresi, cercai un agente ed ebbi la fortuna di imbattermi in Madeleine Milburn - portatrice di una cura esemplare per i suoi autori (come hanno detto i giudici dei British Book Wards) - che lo propose a diverse case editrici: in due si dissero interessate e da lì sarebbe partito un inaspettato effetto domino”, con il libro venduto a diversi editori prima ancora che arrivasse sugli scaffali inglesi. “Ma per me - tiene a precisare l’autrice in considerazione dei suoi anni - è cambiato poco o niente: continuo infatti a cucinare, a pulire i pavimenti. A condurre insomma una vita normale”.

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