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Sogni e speranze dietro le bandiere, una forza evocatrice

Il giornalista Tim Marshall ci racconta la storia e ci svela aneddoti e segreti di questi straordinari simboli capaci sia di unirci che di dividerci


09/09/2019

di Tancredi Re


La storia è fatta di imprese, conquiste, invenzioni, scoperte, gesta, proclami, dichiarazioni, giuramenti, promesse, ma, a volte, nelle sue pieghe, nella semioscurità, si celano momenti, episodi, particolari, che, se dall’esterno -  nel turbinio delle grida e della concitazione, nel rincorrersi dei sentimenti, talora contrastanti - sfuggono, rivestono a ben vedere una forza evocatrice e simbolica straordinaria. 
Un esempio non recente, ma secondo noi significativo di quanto stiamo affermando, risale a una delle apocalissi moderne che sconvolsero il mondo e segnarono uno spartiacque nella storia del terrorismo internazionale. Ci riferiamo all’attentato dell’11 settembre 2001 (tra pochi giorni ricorrerà il 18° anniversario) che causò un’ecatombe di 2.603 vittime e annientò il World Trade Center di New York: un complesso di sette edifici costruito tra gli anni Sessanta e Settanta per la maggior parte disegnati dall’architetto Minoru Yamasaki e dall’ingegnere Leslie Robertson; complesso sviluppato dall’Autorità portuale di New York e del New Jersey, situato a Sud dell’isola di Manhattan. 
Mentre il mondo attonito e sgomento continuava a domandarsi perché e come fosse stato possibile a un’organizzazione terroristica colpire il “cuore” della grande metropoli americana e sfregiare una potenza, gli Stati Uniti, da tutti considerata invincibile, tre pompieri dell’Fdny si arrampicarono sul cumulo fumante di macerie e vi issarono la bandiera a stelle e strisce. 
La cosa in quelle ore tremende sarebbe forse passata inosservata se non ci fosse stato in quel momento il fotografo di un quotidiano cittadino, Tom Franklin, a immortalare con la sua macchina fotografica quella scena. Quella foto, che assieme ad altre avrebbe contribuito a “raccontare” al mondo la tragedia delle Torri Gemelle (Twin Towers) “diceva qualcosa sulla forza degli americani” affermò tempo dopo lo stesso Franklin. 
L’antica e gloriosa bandiera degli Stati Uniti d’America, chiamata “OldGlory”, stava parlando al cuore degli americani e, sebbene chi non è americano non può condividere la grande emozione che suscita, tutti possiamo comprenderlo perché molti di noi provano sentimenti analoghi per i propri simboli di nazionalità e di appartenenza.  
Non è altro che un banale pezzo di stoffa, ma una bandiera, ogni bandiera, simboleggia con la forma, i colori, e i simboli che la caratterizzano, la storia, l’unità e l’identità di ogni nazione. 
Può essere allora illuminante e, a un tempo istruttivo, leggere Le 100 bandiere che raccontano il mondo (Garzanti, pagg. 298, euro 20,00), un libro (Worth Dying For. The Power and Politics of Flags è il titolo originale dell’opera pubblicata negli Stati Uniti nel 2016 e tradotta in italiano da Roberto Merlini) di Tim Marshall: giornalista e corrispondente per trent’anni di Bbce Sky News, che ha all’attivo molte pubblicazioni tra le quali I muri che dividono il mondo, che abbiamo recensito su queste colonne. 
“Il gesto di piantare la bandiera americana sulle ceneri delle Torri Gemelle faceva esattamente presagire una guerra” scrive Marshall nell’introduzione. “Tom Franklin ha detto che quando ha scattato quella foto era consapevole delle somiglianze con un’altra celebre immagine di un conflitto precedente, ovvero la Seconda guerra mondiale, quando i marine piantarono la bandiera americana sulla collina di Iwo Jima”. 
Effettivamente molti americani avrebbero riconosciuto immediatamente la simmetria, anche perché entrambi i momenti suscitavano un misto commovente di emozioni: tristezza, coraggio, eroismo, sfida e perseveranza collettiva. E proprio in un momento così tragico la vista della loro bandiera che tornava a sventolare è stata per molti rassicurante. 
L’uso delle bandiere è antico ma solo con le crociate comparvero bandiere simili a quelle che siamo abituati a vedere oggi: infatti vennero dipinte croci di colore diverso su drappi di stoffa per identificare la provenienza dei crociati. Sebbene simboli e figure dipinti sulla stoffa venivano usati già dagli egizi, dagli assiri e dai romani, ma fu la lavorazione della seta da parte dei cinesi che, essendo molto più leggera delle stoffe tradizionali, consentì la diffusione della bandiera come la conosciamo oggi. 
“È evidente che questi simboli hanno ancora la stessa rilevanza che hanno sempre avuto, e in certi casi anche di più. Stiamo assistendo alla rinascita del nazionalismo, a cui si accompagna la resurrezione dei simboli nazionali” ricorda l’autore. E questo nonostante si pensasse tra la fine del Novecento e gli albori degli anni Duemila che nell’era della globalizzazione lo stato nazionale era destinato ad estinguersi. 
Marshall non ha voluto trasformare il libro in un compendio dedicato alle bandiere di tutti gli Stati, preferendo narrare la storia di quelle più significative e dalla trama più interessante. Da quella degli Stati Uniti, alla mitica Union Jack (riflette la potenza e l’universalità del più grande impero di tutti i tempi, quello del Regno Unito),da quella dell’Unione Europea (simbolo di unità nella diversità e di pace dopo le guerre fratricide del Novecento che insanguinarono il Vecchio Continente), alle bandiere dell’Asia (che evocano i grandi movimenti di idee, popoli e religioni nel XX secolo), fino a quelle modernissime dell’Africa (che rappresentano una concezione modernissima del continente, una visione che ha spezzato le catene del colonialismo e affronta il XXI secolo con sempre maggiore autoconsapevolezza) e dell’America Latina (che hanno invece mantenuto legami più stretti con gli antichi colonizzatori e riflettono gli ideali di quanti fondarono quelle nazioni nel XIX secolo) fino alle bandiere della paura (come quelle dell’Isis dal forte simbolismo religioso, di al-Shabaab in Somalia, di al-Tawhidwal-Jihan a Gaza, di Boko Haram in Nigeria, dell’organizzazione sciita Hezbollah legata all’Iran e presente nel Sud del Libano, fino a quelle di Hamas a Gaza e di Fatah nella Cisgiordania). 
Non poteva mancare nell’excursus tra le grandi bandiere il nostro tricolore: che Marshall con fantasia e audacia (ma ci avverte che la sua è una cronaca immaginaria che non vuole mancarci di rispetto) accosta a tre prodotti irrinunciabili e caratteristici della cucina nazionale, del nostro cibo: il verde del basilico, il bianco della mozzarella e il rosso del pomodoro. Non a caso la pasta con il pomodoro, la pizza Margherita, la caprese sono piatti belli, gustosi e rappresentativi del nostro Paese, che rimandano tutti con i loro colori alla nostra bandiera e che in qualche modo contribuiscono a unirci, almeno a tavola…

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