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Startup: non è tutto oro quello che luccica, ma anche le esperienze negative possono servire

Il fallimento, secondo Andrea Dusi, non è la fine. Semmai è una lezione per ricominciare. Impariamo quindi a essere felici, riflettendo sui nostri errori


25/06/2018

di Tancredi Re


“Il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale: ciò che conta è il coraggio di andare avanti”.  Sembra un aforisma, ma in realtà è una delle frasi attribuite a Winston Churchill, politico, storico, giornalista, ma, soprattutto, il Primo ministro che guidò il Regno Unito alla vittoria nella Seconda guerra mondiale contro la Germania e i suoi alleati dimostrando di possedere la tempra e la visione di uno statista ed il coraggio e il carisma di un grande condottiero. È l’incipit che Andrea Dusi ha posto, non a caso, nell’introduzione al suo Come far fallire una startup ed essere felici (Bompiani, pagg. 109, euro 14,00): un libro in cui l’autore invita i giovani che desiderano mettersi in proprio ed intraprendere un’attività imprenditoriale a restare con i piedi per terra e a non lasciarsi abbagliare dal successo, facile e garantito, promesso dalla mecca delle startup della Silicon Valley con la complicità adorante di certi media. 
Dopo aver lavorato nella consulenza direzionale (Roland Berger e Arthur D. Little), e aver dato vita con una socia, a Impactscool, organizzazione no profit che prepara gli studenti al lavoro del futuro, l’autore in questo libro passa in rassegna centinaia di casi, letti e interpretati anche alla luce dei suoi fallimenti e dei suoi successi. 
Startup, ai nostri giorni, è sinonimo di successo: si parte da un garage, con una buona dose di genio, un pizzico di fortuna e un’idea rivoluzionaria e il “gioco” è fatto. Seguono soldi, successo e felicità. Evviva. Peccato, però, che le cose non stiano proprio così. La realtà è un’altra: nove startup su dieci non sopravvivono ai primi tre anni di attività. Come, per altro, quella dell’autore (la Oneslicy che produceva magliette stravaganti con una manica lunga e una corta), che per chiudere ci ha impiegato molto meno: appena un anno a causa di una serie di errori in cui è incorso il suo fondatore. 
Purtroppo la retorica dell’ottimismo, spiega Dusi, ha spesso la meglio e delle startup che non ce l’hanno fatta non rimane traccia, soprattutto nei paesi europei, come il nostro, in cui è assente una cultura del fallimento. Fallimento che è vissuto come un’onta che si fa stigma sociale. “Rispetto a inglesi e americani – avverte Duso - noi fatichiamo a comprendere il valore dell’esperienza negativa, del tentativo non riuscito, dell’esito fallimentare”. In realtà, invece, studiare i fallimenti, propri o altrui, si può rivelare uno strumento indispensabile per individuare gli errori da non commettere e ricavare lezioni sulle pratiche virtuose da seguire. Anche se va riconosciuto che negli ultimi anni l’attenzione intorno al tema è cresciuta sensibilmente: dalle FuckUp Nights (le notti delle startup fallite – ndr) sbarcate a Milano dal Messico per raccontare e celebrare storie di insuccesso, alla prima Scuola di Fallimento ed Errori nata a Modena, l’accento inizia a battere sul valore formativo delle sconfitte, che bisogna imparare a riconoscere come connaturali alla nostra vita di uomini. 
E proprio Dusi testimonia quanto sia vera la tesi sostenuta nel suo saggio. Analizzando a mente fredda l’esito infausto della sua prima esperienza, e riflettendo sugli errori commessi, si è rimesso in gioco e, questa volta, il secondo tentativo è andato bene. Assieme ad una socia, Cristina Pozzi, nel 2006 ha dato vita a Wish Days: un’azienda che anno dopo anno è cresciuta e si è affermata sul mercato domestico. Poi nel 2016 il gruppo Smartbox l’ha acquisita con numeri molto interessanti: 80 collaboratori, un fatturato di 35 milioni di euro e il 30% del mercato domestico. “Abbracciare la cultura del fallimento, nella vita personale come in quella professionale” conclude l’autore “significa rivendicare la libertà di sbagliare, di apprendere dagli errori, di correggerci e migliorare. E così imparare a essere felici”.

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