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Strada stretta per il nostro Governo con la fine del "quantitative easing"


18/06/2018

di Artemisia


Per i governi la pacchia è finita, si potrebbe dire utilizzando una frase cara a Matteo Salvini. Il Quatitative easing, ovvero il piano di acquisti di titoli pubblici e privati effettuato dalla Bce, che negli ultimi tre anni ha fatto risparmiare decine di miliardi di interessi sul debito a tutto il continente, sta per essere archiviato. 
Il governatore Draghi ha assicurato che i tassi d’interesse attuali si manterranno invariati almeno fino all’estate 2019 e comunque per tutto il tempo necessario affinché l’evoluzione dell’inflazione rimanga allineata con le prospettive di un percorso di adeguamento. 
Il Quantitative easing (Qe) da ottobre a dicembre sarà di 15 miliardi al mese, per poi azzerarsi da gennaio 2019. 
Draghi ha assicurato che la Bce "è pronta a rivedere i propri strumenti di politica monetaria" se fosse necessario per assicurare il necessario livello di stimolo monetario. Il Qe, aggiunge Draghi, non scompare ma resta uno strumento che la Bce potrà usare a seconda delle necessità. Cosa significa la fine del Qe? Va detto che i tedeschi avrebbero voluto che da tempo Draghi mettesse nel cassetto quello che è stato definito il bazooka dell'economia, e che Berlino ha sempre considerato un aiuto “non convenzionale” all’Italia e ai Paesi del Club Med, anche se il processo di normalizzazione sarà graduale, con i tassi ancorati allo zero per un anno ancora, ogni Paese non potrà più contare sulla scialuppa di salvataggio della Bce ma dovrà farcela da solo. Questo vuol dire che si navigherà in mare aperto, che non ci sarà più nessuno a frenare le oscillazioni dei tassi d’interesse e a raffreddare lo spread. Le politiche economiche del governo avranno un impatto diretto sui tassi di rifinanziamento del debito, senza stanze di compensazione. L'Italia paga ogni anno tra i 50 e i 60 miliardi di interesse sul suo elefantiaco debito pubblico che pesa quasi il 132% del Pil. Lo scorso anno il calo dello spread ci ha consentito di risparmiare l'1,7% di questa spesa, ma di qui a settembre abbiamo 72 miliardi di debito da rifinanziare. Mantenere lo spread basso significa poter dirottare le risorse finanziarie dal pagamento degli interessi a interventi sull’economia. Un rialzo dello spread ha come conseguenza un maggior costo del debito e per le famiglie e le imprese dover spendere di più per avere prestiti e mutui. La prossima legge di bilancio sarà il banco di prova del governo, servirà a capire se intende muoversi nello stretto corridoio imposto dal rispetto dei parametri economici europei e quindi garantirsi uno spread sotto controllo, o sfidare i mercati e le autorità europee e far ripartire la spesa. Le promesse della campagna elettorale sembrano andare in questa seconda direzione ma bisogna vedere se sarà davvero questa la strada che il premier Conte e la maggioranza intendono seguire. Come vorranno conciliare le misure che richiedono maggiori risorse con i vincoli europei. E soprattutto se privilegeranno interventi di stimolo all’economia e di rilancio della produttività rispetto a quelli a più alto consenso ma assistenziali. Davanti c’è sempre il macigno di un debito che vale il 132% del Pil e un’Europa che non sarà disponibile a fare sconti. Soprattutto dopo l’atteggiamento muscolare che Salvini ha ostentato sul tema delicato dell’immigrazione. La politica più diplomatica dell’ex ministro Minniti, era anche calibrata nella finalità di ottenere, quando necessario, una maggiore flessibilità da parte di Bruxelles e un atteggiamento più accomodante da Berlino. La determinazione con cui Salvini sta affrontando il problema degli sbarchi fa supporre un uguale atteggiamento anche sul fronte dei vincoli sul bilancio. Ma in questo caso la partita è più complicata.

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