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Strangolagalli, un paese dove non succede mai niente. Almeno sino a quando arriva Teresa Papavero

Chiara Moscardelli dà voce a un personaggio e a una storia che lasciano il segno. Riflettori puntati anche su Stefano Tura e Alessandra De Martino


21/05/2018

di Mauro Castelli


Se nella realtà a Strangolagalli - un paesino che non arriva a 2.500 abitanti in provincia di Frosinone, sulle pendici dei Monti Ernici - non succede mai nulla, a turbare la quiete del posto ci ha pensato Chiara Moscardelli imbastendoci, per la sua quinta avventura sugli scaffali, una storia di fantasia - sorretta da una scrittura scanzonata quanto intrigante - cucita su misura su una protagonista fuori dalle righe, Teresa Papavero. Ovvero una donna segnata dall’età, benché lei non se ne crucci (“Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella”) in quanto ha ben altre preoccupazioni. 
Una location peraltro legata alla passione dell’autrice per Jessica Fletcher, la protagonista della serie televisiva La signora in giallo interpretata da Angela Lansbury. Le cui vicende, sia pure allargate a mezzo mondo, principalmente si svolgono a Cabot Cove, un piccolo centro del Maine che, narrativamente parlando, si propone come un serbatoio di omicidi. 
“E io, per quella che prevedo diventerà - dopo appunto Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli (Giunti, pagg. 302, euro 14,90) - una trilogia, volevo un posto del genere. Fermo restando che a Cabot Cove, qualche tempo fa, finii per arrivarci in pellegrinaggio convinta di… incontrarla quella giallista dal grande talento investigativo”, ironizza Chiara, alla quale il senso dell’umorismo non manca. “In realtà ci capitai per caso durante una trasferta negli Stati Uniti. Fermo restando che nella mia fantasia narrativa, già allora, avevo intenzione di creare una Cabot Cove italiana. Ma dove ambientarla?”. 
Da qui l’inizio di accurate ricerche su Internet, “nella speranza di imbattermi in un posto dal nome strano quanto particolare. Sta di fatto che in prima battuta scovai Altolà, nel Modenese, ma nel titolo del libro, in abbinata a Teresa Papavero, ci stava come i cavoli a merenda. In seguito ho scoperto Strangolagalli e ho deciso di farci una scappata a ridosso del Natale 2016, rendendomi subito conto che non era quello il posto che mi ero immaginato: un collante di case a fare da contorno, a mo’ di cerchio, al Municipio. E poi del mare nemmeno l’ombra, anche se nelle vicinanze si trovano le sorgenti del torrente Triano - La Piana, detto Rio d’Argento”. 
E visto che “non trovai niente di meglio, decisi di farmelo andare bene ugualmente, scoprendo che di questo paesino se ne era parlato la prima volta intorno al 1.100 quando - ma si tratta di una versione alquanto bizzarra e da prendere con le molle - la gente del posto si trovò a dover fronteggiare un attacco nemico che doveva scattare all’alba. Appunto al cantar del gallo. Cosa escogitarono allora gli abitanti? Per sventarlo strangolarono tutti i poveri pennuti maschi”. In questo modo l’assalto fallì e tutti vissero felici e contenti. 
Come si sarà capito la simpatia non manca a Chiara Moscardelli, nata Roma 46 anni fa, la quale da diversi anni lavora a Milano (e che da qualche tempo si propone come editor alla Baldini+Castoldi), città con la quale sembra avere un conto aperto: “Difficile farsi degli amici con i quali andare a vedere un film, difficile rapportarsi anche con il tuo compagno di banco. Qui si lavora e si lavora. E dopo le mie dieci ore giornaliere mi tuffo nella solitudine, mentre al sabato e alla domenica mi dedico alla scrittura, supportata peraltro da un corso di sceneggiatura che ho voluto a suo tempo frequentare”. Risultato? Volevo essere una gatta morta, lavoro d’esordio apprezzato sia dalla critica che dai lettori, e poi La vita non è un film (ma a volte ci somiglia), Quando meno te lo aspetti, Volevo solo andare a letto presto e, ora, Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli
Romanzi dove le protagoniste, alla stregua dell’autrice (“Sono schietta, contraddittoria e insicura. In ogni caso cerco di essere me stessa, ma i risultati non sono sempre dei migliori”), si trovano a confrontarsi con difficoltà affettive e altre paure “segnate dalle colpe dei genitori, anche se dopo i vent’anni spesso le colpe sono soltanto tue”. Questo almeno nelle prime quattro storie, in quanto nella quinta Teresa ha fatto un passo avanti. Nel senso che “non ha paura di buttarsi con disinvoltura nelle imprese amorose, tanto è vero che di relazioni ne ha addirittura due, il che la porta a barcamenarsi come meglio può”. 
Che altro? Sono trame, quelle di Chiara Moscardelli, dal taglio televisivo. “E sia io che la mia combattiva agente, Silvia Donzelli, ne siamo coscienti. Così ci diamo un gran da fare nel contattare le persone del giro, ricevendo un sacco di complimenti, tante promesse e persino un’opzione. Seguiti da raffinati appigli per arrivare a non farne nulla. E dire che spesso suggerisco persino chi potrebbe interpretare i miei personaggi. Ad esempio nel ruolo di Teresa vedrei benissimo Anna Foglietta mentre in quello di Leonardo Serra chi meglio di Alessandro Preziosi?”. 
A questo punto, spazio alla sinossi. “Dopo aver perso l’ennesimo lavoro in circostanze a dir poco surreali Teresa Papavero decide di tornare a Strangolagalli, borghetto a sud di Roma nonché suo paese nativo, l’unico posto dove ricominciare in tranquillità. E invece la tanto attesa serata romantica con Paolo, conosciuto su Tinder, finisce nel peggiore dei modi: mentre Teresa è in bagno, il ragazzo si butta dal terrazzo. Suicidio? O piuttosto omicidio? Il maresciallo Nicola Lamonica, il primo ad accorrere sul luogo, è abbastanza confuso al riguardo. Non lo è invece Teresa che, dotata di un intuito fuori del comune, capisce alla prima occhiata che qualcosa non va. Il fatto è che non le crede nessuno. Tantomeno Serra, l’affascinante quanto arrogante poliziotto arrivato per indagare sulla morte del giovane e che con le donne ci sa davvero fare”. 
A peggiorare la situazione “la misteriosa scomparsa di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B che Teresa ha aperto nella casa paterna con la complicità di Gigia, la sua amica del cuore. Di fatto tutto il paese è in subbuglio perché la sparizione della donna viene addirittura annunciata nel famoso programma Dove sei” e a indagare sulla sparizione della donna arriva l’inviato di punta, Corrado Zanni. Per Teresa davvero un periodo impegnativo, coinvolta in indagini dai risvolti inaspettati e perseguitata dalle ombre del passato: la scomparsa della madre e il burrascoso rapporto con il padre, il noto psichiatra Giovan Battista Papavero”. 
E così - a fronte di una lettura piacevole quanto intrigante - tra affascinanti detective, carabinieri di paese, reporter d’assalto e misteriosi sconosciuti, Teresa si troverà risucchiata in una girandola di intrighi, in un susseguirsi di imprevedibili colpi di scena. Alla faccia che a Strangolagalli non succede mai niente… 
Un’ultima, se vogliamo pungente, annotazione. Chiara Moscardelli, grazie a quest’ultimo romanzo, è entrata di diritto nel Guinnes dei primati per quanto riguarda i ringraziamenti: ben otto pagine redatte a corpo ridotto rispetto al testo narrativo. Come mai, allora, si lamenta di non trovare amici di svago nella Milano che la vede protagonista? Non sarà perché quando la chiami al telefono - e non ce ne voglia per via dell’età - parlarle risulta bene e spesso dannatamente complicato?

Il secondo suggerimento per gli acquisti è legato alla penna, vigorosa quanto graffiante, di Stefano Tura, nato a Bologna il 20 gennaio 1961, che dal 2006 risulta accasato a Londra dove lavora come corrispondente della Rai. Alla quale Rai - come abbiamo già avuto modo di ricordare - era arrivato nel 1989, dopo aver lavorato per Il Resto del Carlino, per seguire tematiche scottanti come il processo per la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e la vicenda della Banda della Uno bianca. In seguito avrebbe fatto parte dello staff del Tg1, firmando importanti inchieste di nera, per poi passare alla redazione esteri con il ruolo di inviato di guerra in diversi conflitti internazionali, ma anche occupandosi di adozioni illegali, di tratta dei minori, di crisi umanitarie e via dicendo.
Per contro il suo debutto nella narrativa di settore risulta datato 2001 con Il killer delle ballerine, un lavoro ambientato nel mondo trasgressivo delle discoteche della riviera romagnola. Di tutt’altra farina sarebbe invece risultato impastato Le caramelle di Super Osama - Viaggio a Kandahar di un inviato di guerra, un resoconto sulla guerra in Afghanistan vissuto in prima persona. Quindi il ritorno al giallo con Non spegnere la luce (nel quale tiene banco la caccia a uno spietato killer tra le campagne della Toscana e quelle nebbiose tra Bologna e Rimini), per poi riproporsi con il noir Arriveranno i fiori del sangue ambientato in Kosovo (finalista nei premi Fedeli e Scerbanenco), Tu sei il prossimo (incentrato sulla scomparsa di una bambina inglese in vacanza con i genitori nella riviera romagnola, nonché vincitore dei premi Romiti e Serantini), Delitti per le feste (terzo volume di un’antologia sul giallo scritta a quattro mani con Maurizio Matrone) e Il principio del male (un libro impregnato di scottante attualità, come la tematica legata agli immigrati). 
E ora eccolo di nuovo sugli scaffali con A regola d’arte (Piemme, pagg. 476, euro 18,50), un romanzo nel quale rimette in scena alcuni dei suoi più azzeccati personaggi, come il detective Peter McBride (un poliziotto duro quanto onesto, allergico alle scrivanie e ai burocrati, con un conto in sospeso con il suo passato quando militava nelle gang di Manchester) e l’ispettore, di stanza sotto la torre degli Asinelli, Alvaro Gerace (un uomo che ancora crede nella giustizia e che annega le sue amarezze in un rapporto spensierato con la collega Clarissa, di quindici anni più giovane di lui). 
Come ci ha peraltro abituati, Tura picchia duro - narrativamente parlando - sin dall’inizio. Regalando al lettore un graffiante spaccato del male in quel di Londra. Male in prima battuta rappresentato da un corpo senza vita: quello di un uomo di razza caucasica dagli occhi sbarrati e iniettati di sangue, la testa che pende da un lato appoggiata alla corda ben stretta intorno al collo, la bocca aperta contorta nella smorfia di un dolore ormai svanito, le braccia distese lungo i fianchi, i piedi inguainati in eleganti scarpe firmate, sospesi da terra. Sul pavimento, poco distante dal corpo, un biglietto: Effetto Brexit. Suicidio di un broker
Non bastasse, mentre “di fronte all’istallazione esposta in una galleria molto in voga sfilano gli esponenti più noti della comunità italiana nella City (diplomatici, imprenditori e aristocratici, presenti più per farsi vedere che per ammirare le opere), a pochi passi da lì, in un angolo nascosto, giace - circondato da un capannello di curiosi - il corpo di un uomo con la gola squarciata, gli abiti imbrattati di sangue. Apparentemente la più verosimile delle opere d’arte; in realtà si tratta del cadavere di uno degli invitati”. In men che non si dica il ritrovo mondano si trasforma in un luogo di panico, con gli eleganti avventori a spintonarsi per andarsene e non finire invischiati nel brutale omicidio. 
“L'indagine, affidata al detective Riddle, non si propone semplice: la vittima è uno dei più facoltosi e stimati imprenditori italiani espatriati nella City, e le persone presenti alla serata, vicine a pezzi grossi della politica britannica, non amano che qualcuno si intrometta nelle loro vite. Saranno quindi il detective McBride, ex ragazzo di strada poi riabilitato dalla polizia, e Alvaro Gerace, commissario bolognese, da anni sulle tracce di un serial killer, a collegare quella morte spettacolare a una serie di strane sparizioni di bambini che unisce Italia e Gran Bretagna…”. 
Che dire: un thriller che regala forti emozioni, sorretto da personaggi che sembrano far parte della cronaca rosa (donne che combattono il tempo a suon di botox, escort di lusso per clienti ricchi ed esigenti, vedove facoltose quanto determinate) o dal mondo che conta: ricchi industriali di provincia e altri rovinati dall’uscita dell’Inghilterra dall’Unione europea…. Per non parlare delle figure investigative che avevamo imparato a conoscere nei due precedenti capitoli della saga. Il tutto supportato da colpi di scena e una intrigante filigrana di eventi che lascerà il lettore con il fiato sospeso sino alla fine.   
Tornando all’autore, ricordiamo ad esempio i suoi rapporti amichevoli con diversi scrittori di successo, come Grazia Varasani, Patrick Fogli, Carlo Lucarelli, Maurizio de Giovanni, Joe Lansdale, Jeffery Deaver e Loriano Macchiavelli. Il quale Macchiavelli, uno dei decani della nostra narrativa di settore, ne tesse gli elogi: “Una persona socievole e alla mano, della quale non ho mai sentire parlare male. Ma anche una penna interessante capace di far interagire, attraverso i suoi riusciti personaggi, due diverse anime: quella inglese e quella italiana”. Fermi restando - e qui approdiamo nel privato di Stefano Tura - i punti fermi della sua vita rappresentati dalla famiglia: i genitori Giuliana e Sante (al quale è dedicato quest’ultimo libro), nonché la “sua anima” Franca e il “suo sangue” rappresentato da Beatrice Tommaso.

Voltiamo libro. Come Stefano Tura, anche Alessandra De Martino, nata a Napoli nel 1964, fa parte della sempre più folta schiera di italiani che hanno trovato lavoro all’estero o, da un punto di vista europeistico, dei cittadini che traggono beneficio dal diritto alla libera circolazione nell’Unione europea. Lei che, lasciata l’Italia nel 1991 per studiare a Parigi, si è poi trasferita ad Amsterdam e dal 2003 vive a Bruxelles, dove lavora come traduttrice. E quello che proponiamo, Fattaccio napoletano (Astoria, pagg. 228, euro 16,00), rappresenta il suo esordio sugli scaffali. 
Un esordio peraltro con le carte in regola in termini di lettura, che si nutre di una semplicità narrativa che intriga (forte di una garbata napoletanità), che dà voce a un ben ricostruito affresco del nostro Paese ai tempi del fascismo. E poi Napoli, con i suoi vicoli e le sue miserie, con il lavoro portato avanti alla meglio. E soprattutto la sua gente, che soltanto una persona nata da queste parti può raccontare nei dettagli della quotidianità, seppure rapportata a un periodo che l’autrice avrà senz’altro studiato e analizzato attraverso la ricerca e le letture. Eppure quegli anni andati, attraverso le sue parole, sembrano rivivere all’insegna di gesti, annotazioni, modi di dire, angolature di vita. 
Risultato? Un noir di forte impatto emotivo che mescola tensione narrativa con affascinanti spaccati sociali. E la cui trama si rapporta con protagonisti che fanno parte del quotidiano della città e che si raccontano in prima persona. Come nel caso di Don Giovanni il camiciaio, Fulgenzio Casson il maresciallo dei carabinieri, Vincenzo il sarto di gilet, Carmela la reginetta del melodramma, Titina l’intrighessa, Don Gaetano il pasticciere... 
Per non parlare di quella bellissima quanto riservata vedova, dalla reputazione irreprensibile, condizionata da un “corpo sfacciato” e da una bellezza “da mettere soggezione”. Lei che da quando è arrivata in zona si è sempre fatta i fatti propri; lei che non ha mai avuto da ridire, e tanto meno litigare, con qualcuno. Si chiama Brigida De Luca, questo splendore mozzafiato di donna, che il 26 aprile 1938 viene trovata morta nel suo appartamento - al quarto piano di un caseggiato nei Quartieri spagnoli - dalla vicina di casa Carmela Perrella, madre di quattro figli e moglie del sarto camiciaio Giovanni. Anzi, viene trovata morta ammazzata, come da prima perizia stilata dai carabinieri (“Arresto cardiocircolatorio causato da asfissia praticata tramite soffocazione diretta”). 
Secondo logica noiristica sulla brutta fine di Brigida i suoi coinquilini si interrogano, ma soprattutto parlano, spiegano e anche mentono. E le loro storie si intrecciano agli sviluppi politici e sociali, dove ognuno aggiunge un tassello che dovrebbe portare alla soluzione del mistero. Perché tutti i nodi vengono al pettine. Sempre che il pettine ci sia… E alla fine, nella migliore tradizione di “non tutto è come appare”, ciascuno espone la propria versione dei fatti, ovviamente diversa da quella ufficiale. In fondo la verità non è forse l’incrocio di tante versioni e di altrettanti punti di vista?

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