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Strani omicidi nei quartieri della Capitale e una poliziotta indaga

Torna Romano De Marco giocando vincente sul lato oscuro della solitudine. A seguire la prima volta di Silena Santoni e l’indimenticato Ed McBain


23/04/2018

di Mauro Castelli


Una cosa è certa: romanzo dopo romanzo la scrittura di Romano De Marco si fa più affilata e intrigante, forte della capacità, e non è da tutti, di affondare “gli artigli nel peggiore dei nemici” di un essere umano, ovvero la solitudine. E lo fa attraverso una narrazione che non lascia nulla al caso in Se la notte ti cerca (Piemme, pagg. 316, euro 17,50), un thriller forte e per certi versi inquietante, pronto a esplorare il buio che si nasconde nelle anime più insospettabili. Giocando peraltro a rimpiattino con una normalità apparente, senza mai lasciare al lettore spazi di manovra per seguire la strada giusta del ragionamento, quella che dovrebbe portare a scoprire la verità. Complice, forse, il fatto di scrivere spesso di notte, “quando tutti dormono e io sono tranquillo”; quando la realtà tende a deformarsi per lasciare spazio alla fantasia. 
Ma si tratta anche di una penna amica, quella di De Marco, capace di inanellare due pagine zeppe di ringraziamenti ad personam, la qual cosa lascia sbalorditi in quanto non è facile coltivare soltanto in un pezzo di vita altrettanti rapporti, molti dei quali relativi a personaggi che non mancano di proporsi di primo piano. 
E per quanto riguarda la storia? Risulta imbastita su una protagonista, il commissario Laura Damiani. Una donna che, avendo perso fiducia nei rapporti sentimentali, “cinicamente” si dedica anima e corpo al lavoro. “Uno stakanovismo dei sentimenti che tuttavia si incrinerà nel momento stesso in cui incontrerà l’uomo giusto, quello che le rifarà battere il cuore, provocandole una crisi interiore con il rischio al seguito di perdersi”. 
Laura Damiani si diceva, quella che l’autore definisce “una vecchia amica in quanto già apparsa in altri tre romanzi” e che si rifà alla sua predilezione volta a raccontare personaggi femminili (più “sfaccettati” rispetto a quelli dell’altra metà del cielo) benché ogni volta debba rapportarsi “con il timore di sbagliare, di non risultare credibile o di scadere nella banalità. Fortuna vuole - tiene a precisare - che le mie collaboratrici in fase di editing sappiano adeguatamente aiutarmi nel definirne la giusta caratura”. 
Detto questo, spazio alla sinossi. “Il brutale omicidio di Claudia Longo, single cinquantenne, nell’esclusivo quartiere Parioli di Roma, sembra opera di un amante occasionale, uno dei tanti che la donna era solita ospitare in casa. L’unica a non pensarla così è il commissario Damiani, tornata nella capitale dopo una devastante esperienza lavorativa a Milano. Sarà infatti lei a scoprire alcune connessioni fra quell’omicidio e le morti, apparentemente accidentali, di altre donne sole, tutte clienti di un raffinato locale per incontri, il Single, accasato nel quartiere Eur (Il sogno di onnipotenza della capitale d’Italia)”. 
E l’unico modo che Laura ha per vederci chiaro è infiltrarsi nel locale, come cliente, all’insaputa dei suoi superiori. Nemmeno a ricordarlo sarà questo l’inizio di un viaggio pericoloso nei misteri di una vita notturna fatta di trasgressioni, vizi e strani segreti. Il rovescio della medaglia? Laura beneficerà dell’occasione per guardarsi dentro e misurarsi con la propria solitudine nonché con i fantasmi di un’esistenza perennemente in bilico fra la totale dedizione al lavoro e la scelta di una vita personale più appagante. “Ma dovrà fare i conti anche con un’altra brutale realtà: c’è ancora un assassino in circolazione. E il suo prossimo obiettivo potrebbe essere proprio lei...” 
Detto del romanzo, sorretto da personaggi ben caratterizzati e di indubbio spessore (come il sostituto procuratore Daniela Maragno, la bella Azzurra Gambini, il vice-sovrintendente Leo Fragassi, l’antipatico Guido Satta…) veniamo al privato di Romano De Marco, una “pasta d’uomo” a patto che non gli si tocchino le persone care. Di fatto una persona “rispettosa degli altri, anche se decisamente esigente”. 
Un autore pronto ad ammettere di navigare in un mare di passioni, che si alternano fra cinema, serie Tv, fumetti e collezionismo di giocattoli, fermo restando un debole dichiarato per autori del calibro di Giuseppe Pontiggia, Raul Montanari (“Un maestro che è sempre una spanna al di sopra degli altri”), Maurizio de Giovanni (“Che si distingue sempre per la sua generosità”), Italo Calvino, Franz Kafka, Bret Easton Ellis, Antonio Manzini e Marcello Fois (“Che mi ha insegnato ad amare ancor di più la lettura”). Ma grande interesse nutre anche per la corrente hard boiled, quella che verso la fine degli anni Venti, negli Stati Uniti (“Dove vive mia sorella Cettina, che ogni anno vado a trovare”), aveva trovato le proprie radici nei polizieschi di Dashiell Hammett e, successivamente, in quelli di Raymond Chandler. Il tutto all’insegna di una considerazione che colpisce: “Scrivere comporta crearsi tante nuove amicizie. Non è infatti vero che nella narrativa di genere prolifichino gelosie e inimicizie”. 
Nato il 6 ottobre 1965 a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, De Marco, dopo essersi diplomato geometra, si era dedicato per un certo periodo al mondo dell’edilizia, per poi entrare in banca nel 1994 per concorso. “Due anni dopo era entrata in vigore la 626 e qualcuno se ne doveva occupare “. Così eccolo proporsi come responsabile della sicurezza della Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Lui che oggi vive fra Ortona a Mare, in Abruzzo, Modena e Milano; lui che a settimane alterne, per via di un affido condiviso, si occupa della figlia tredicenne e del figlio diciassettenne (“Ma, data l’età, i problemi negli ultimi tempi si sono moltiplicati…”); lui che mensilmente collabora con Ambiente & Sicurezza, periodico del Gruppo Sole 24 Ore, con racconti a tema che richiamano, all’insegna dell’ironia, fatti realmente accaduti. 
E ancora: lui che da giovane aveva praticato diversi sport (come il nuoto e le arti marziali) “ma mai seriamente”; lui pronto ad assicurare che “nella vita non esistono scorciatoie, in quanto trovano spazio - parole forti le sue - solo il sangue, il sudore e le lacrime”; lui che scrive, oltre che di notte, nei ritagli di tempo ovunque gli capiti (“In treno, in albergo, nelle pause pranzo…”); lui che ama ricordare il piacevole complimento di un lettore: “Quando leggo un suo libro non riesco più a spegnere la luce, salvo ricevere messaggi espliciti, a suon di calci, dalla mia controparte per farmi smettere”; lui penna tardiva, nel senso che aveva iniziato a scrivere intorno ai quarant’anni, debuttando nel 2009 con Ferro e fuoco, uscito nella collana Giallo Mondadori e poi riproposto tre primavere dopo da Pendragon. 
Lui che era tornato sugli scaffali con Milano a mano armata (Premio Lomellina in Giallo), romanzo seguito da A casa del diavolo, Morte di Luna e Io la troverò (entrambi finalisti del Premio Scerbanenco), Città di polvere e L’uomo di casa (cinque ristampe all’attivo, vincitore del Premio dei Lettori e a sua volta fra i papabili del Scerbanenco); lui autore anche di numerosi racconti apparsi su giornali e riviste, come il Corriere della Sera e Linus, nonché sui periodici del Giallo Mondadori; lui che è stato tradotto in Spagna (“È successo con tre libri, ma i risultati, onestamente, non sono stati quelli sperati”), mentre sono in corso trattative per lo sbarco su altri mercati, come quello tedesco. 
E per quanto riguarda il suo futuro narrativo? “Sono a tre quarti di un nuovo romanzo, dove riprenderò i miei collaudati personaggi milanesi (“Milano è una città alla quale sono legato per motivi di lavoro e per la presenza di tanti parenti e amici”), questa volta alle prese con il problema delle malattie mentali e a come si reagisce all’innamoramento alla soglia del mezzo secolo. Più in particolare rimetterò in pista per la terza volta il vicecommissario Luca Betti, al quale sono molto affezionato, dal momento che rappresenta una specie di mio alter ego…”.

Detto di De Marco, spazio a una debuttante, la fiorentina Silena Santoni, per molti anni insegnante di Lettere nelle scuole medie e superiori. La quale - in seguito alla frequenza di una scuola triennale di recitazione e di un corso annuale di sceneggiatura teatrale - ha deciso, dopo aver dato vita a brani e adattamenti per la compagnia Katapult (che la vede anche recitare), di voltare pagina approdando alla narrativa gialla. E lo ha fatto con Una ragazza affidabile (Giunti, pagg. 270, euro 18,00), un romanzo zeppo di dialoghi forti e di colpi di scena, la cui trama si sviluppa su un imprevedibile terreno a cavallo fra presente e passato, diviso fra bene e male, a fronte di due stati d’animo in bilico e spesso difficili da accettare. 
Il tutto legato a una ambientazione che gioca a rimpiattino fra il grigiore descrittivo di una città, Firenze appunto, e un paesaggio dolomitico particolare e deviante. Un contesto peraltro segnato da accenni di verità che soltanto alle battute finali troveranno una logica connotazione. 
A conti fatti un lavoro che, a detta dell’autrice, ha trovato conforto in diverse professionalità a fronte di un’avventura “da incosciente” supportata da Giampiero, il suo compagno di vita, che le ha regalato l’incoraggiamento e il supporto necessari per arrivare al capolinea. E ferma restando - ironizza - la serenità regalatale da Max, il suo cane, dispensatore “dell’ottimismo necessario per affrontare un’attività ad alto rischio come quella di scrivere un romanzo”. Con il ricordo ancora vivo di Thelma e Corto, gli altri due quattro-zampe che lo hanno preceduto. 
Detto questo, spazio alla sinossi. Un’eredità inattesa da parte di una zia costringe Agnese a tornare a Firenze, la città in cui è nata e cresciuta e dalla quale è fuggita molti anni prima. Qui l’attende Micaela (“Non una disgrazia in senso letterale, ma qualcosa che le assomiglia molto”), ovvero la sorella che non vede da anni, “la cui vita ha seguito un percorso tanto diverso quanto lontano dalle sue scelte: una vita tranquilla e sicura nella provinciale Ancona, un marito benestante (Gianfranco), due figlie allevate all’insegna del benessere. Tutti valori che Micaela - una donna sola, precaria per vocazione e per convinzione - invece disdegna”. 
Sta di fatto che, attraverso un confronto che assume ben presto il carattere dello scontro, “Agnese rivive, sullo sfondo dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, i ricordi dell’infanzia e della giovinezza: l’impegno nello studio, la lotta contro l’obesità, l’attrazione che evolve in amore per il cugino Sergio, il rapporto complesso con la sorella, l’invidia (mai del tutto riconosciuta) per quella propensione di Micaela a cavalcare le tumultuose vicende del suo tempo con naturalezza e incoscienza”. 
Di fatto un romanzo su temi narrativi ed esistenziali di carattere familiare, sostenuto da idee che si rifanno all’inconscio. Ovvero la conflittualità che caratterizza i legami tra due sorelle dal carattere opposto: una tranquilla e disciplinata, l’altra disinibita, seduttiva e ribelle. La qual cosa si tradurrà in una resa dei conti amplificata da anni di incomprensioni e di silenzi, impastoiata dai lacci di un passato lontano che la protagonista pensava di avere rimosso per sempre. Così, poco alla volta, il romanzo familiare si trasformerà in qualcosa di più inquietante: in un viaggio nella memoria pronto a farsi carico degli anni più complicati e bui dell’adolescenza, peraltro sollecitato da un confronto aspro e duro. Sino a ricondurre Agnese al momento più doloroso ma rimosso, quello che aveva segnato per sempre la sua vita. Un contesto peraltro contaminato dall’ansia genitoriale per la mancanza di notizie delle due figlie, in vacanza da sole e da alcuni giorni e non più raggiungibili. 
Intanto a Bolzano - e qui veniamo al dunque - un ispettore di polizia interroga due sorelle, uniche testimoni di un incidente sciistico costato la vita a un loro compagno di vacanza. Purtroppo il sospetto che gli sci siano stati manomessi alimenta negli inquirenti la convinzione che le ragazze possano essere responsabili dell’accaduto... 
Che dire: fatte salve alcune ingenuità narrative (che potremmo definire i peccati veniali del principiante), la storia risulta ben gestita e di gradevole leggibilità. E anche i contenuti, seppure non nuovissimi, si portano al seguito una certa dose di garbata originalità.  Sufficienza meritata, quindi, in attesa del prossimo romanzo.

Gli ultimi due suggerimento per gli acquisti risultano legati all’indimenticabile penna di Ed McBain, scomparso nel 2005, del quale Einaudi sta riproponendo le sue opere più significative, ovvero quelle legate all’87° distretto, serie imperniata su “una squadra di detective capace di bucare la pagina - e il video, aggiungiamo noi, nell’altrettanto famosa trasposizione televisiva - grazie alla propria irriducibile umanità”. Così, dopo aver pubblicato L’universo del crimine, Vite a perdere, Odio gli sbirri e Fino alla morte, è ora la volta - sempre per la professionale traduzione di Andreina Negretti - de L’uomo dei dubbi (pagg. 192, euro 14,50) e La voce del crimine (pagg. 242, euro 14,50). 
Due polizieschi a loro volta arricchiti dalle prefazioni di Maurizio de Giovanni, che in poche paginette trascina il lettore, con il dovuto tatto, fra le pieghe variegate di omicidi e rapine, annotando quanto contino le fragilità nella vita di tutti i giorni un una città pericolosa come si proponeva la New York degli anni Sessanta. E se L’uomo dei dubbi si rifà a un protagonista, Roger Broome, rimasto coinvolto suo malgrado in qualcosa di terribile (la storia risulta condita anche di un quotidiano segnato da piccoli furti, strani vicini e amori facili), ne La voce del crimine l’autore gioca le sue carte migliori sul comportamento di un killer deciso a sfidare le forze dell’ordine. Con un giovane trovato crocefisso in una vecchia casa occupata a fronte di una pericolosa quanto fuorviante scia di indizi. 
Che dire: due chicche da non perdere, ricche di intrigante piacevolezza, giocate su un nuovo modo di raccontare la vita in un distretto di polizia, oltre a mettere in scena i disagi sociali di una città all’insegna di una “narrativa popolare” che avrebbe dominato le classifiche dei bestseller per oltre quarant’anni. E in questo contesto il lettore si troverà a confrontarsi con protagonisti del calibro di Steve Carella, Mayer Mayer, Andy Parker o Cotton Hawes, ma anche con ballerine e indossatrici, segretarie d’azienda e cassiere, affittacamere e artigiani, criminali e delinquenti comuni... 
Insomma, un parterre che fa da corollario a vicende uniche, raccontate come pochi altri hanno saputo fare. Logico quindi che vada sottolineata la meritevole iniziativa della Einaudi nel tenere viva l’attenzione su quel geniaccio della narrativa che è stato Ed Mc Bain, fra l’altro considerato come uno degli sceneggiatori “più influenti della seconda metà del Novecento”. 
Figlio di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte (in provincia di Potenza), Salvatore Albert Lombino era nato a New York il 15 ottobre 1926, salvo poi ottenere, nel 1952, l’autorizzazione a cambiare il proprio nome e cognome in Evan Hunter. Come già ricordato, in gioventù il nostro Salvatore aveva lavorato a lungo come editor presso l’agenzia letteraria Scott Meredith, beneficiando di guide di livello. E appunto in quel periodo aveva iniziato a scrivere racconti per riviste più o meno importanti, come Manhunt, sino ad arrivare a dedicarsi a tempo pieno alla stesura di polizieschi, certamente la sua arma vincente. 
Una penna, la sua, con il vezzo degli pseudonimi, tanto che in corso di carriera ne avrebbe utilizzato una variegata serie: in primis firmando come Ed McBain i 55 relativi legati agli agenti in servizio presso l’87° Distretto, poi i 13 della collana dedicata a Matthew Hope e altri 14 di altalenante estrazione. Come Richard Marsten, invece, ne scrisse otto, come Ezra Hannon uno, con il nom de plume di Curt Cannon due, come Hunt Collins altri due e quattro a firma John Abbott. Mentre con il suo nuovo nome, quello appunto di Evan Hunter, ne pubblicò 26, fra cui Il seme della violenza, considerato uno dei suoi lavori più interessanti. 
Ricordiamo infine che nel campo della sceneggiatura Ed McBain aveva fra l’altro dato vita a quella originale del film Gli uccelli, portato sul grande schermo dal maestro del brivido inglese Alfred Hitchcock, il quale gli aveva espressamente chiesto di rielaborare un racconto originale di Daphne du Maurier.

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