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Stretta del Governo alla fuga verso l'estero delle imprese. E gli industriali si arrabbiano

Nel “Decreto Dignità” sono infatti previste pesanti sanzioni per chi delocalizza. Non bastasse a mettere alle corde le nostre aziende ci pensa la politica protezionistica del presidente americano Donald Trump con la nuova raffica di dazi alla Cina in abbinata all’embargo economico alla Russia. Danneggiando così il commercio internazionale e rischiando di far deragliare la ripresa


09/07/2018

di Giambattista Pepi


Le imprese che hanno utilizzato agevolazioni e incentivi statali non possono lasciare l’Italia e trasferirsi per cinque anni nemmeno all’interno di un altro Stato dell’Unione Europea. Se dovessero farlo, non soltanto perderebbero l’agevolazione dovendo restituire quanto incassato, con un tasso di interesse maggiorato fino a cinque punti, ma pagherebbero anche una sanzione da due a quattro volte l’importo dell’aiuto. La stessa regola viene applicata alle imprese che hanno acquistato macchinari digitali utilizzando l’agevolazione dell’iper-ammortamento Industria 4.0: non possono cederli ad altri o destinarli a strutture produttive fuori dall’Italia. In questo caso, però, la trasgressione è punita con la decadenza dall’ammortamento al 250% e l’impresa è tenuta a restituire quanto eventualmente dedotto.  Infine, le imprese che hanno ottenuto agevolazioni per garantire l’occupazione non possono ridurre l’organico per cinque anni dalla conclusione dell’iniziativa incentivata. 
Contenute nel Decreto Dignità approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri (presenti inoltre misure su contratti a tempo, licenziamenti, semplificazione fiscale, insegnanti delle magistrali, giochi e scommesse) queste norme giuridiche mirano a scoraggiare la delocalizzazione. È appena il caso di ricordare che in economia rappresenta l’organizzazione della produzione dislocata in regioni o altri Stati. Il mercato globale, oltre a consentire l’acquisto di merci in luoghi diversi da quelli usuali, ragionando sul mercato delle offerte a livello planetario e non più nazionale o regionale, ha consentito di pensare che alcune funzioni produttive possano essere totalmente delocalizzate in luoghi ritenuti più adatti perché più convenienti (costo della manodopera più basso, tasse ridotte, incentivi e agevolazioni statali). 
Nemmeno a ricordarlo, Confindustria e altre organizzazioni imprenditoriali non hanno gradito l’intervento sulle delocalizzazioni, oltreché su contratti a termine, scommesse e gioco d’azzardo e hanno protestato duramente.  
Non essendo tecnici non possiamo (e non vogliamo) entrare nel merito dei provvedimenti. Ci limitiamo, tuttavia, ad affermare che siamo di fronte a un provvedimento normativo fortemente divisivo. 
Come insegnano gli esperti, le norme giuridiche, nessuna esclusa, hanno tutte una ratio legis che sta a loro fondamento. Quella che ispira le norme sulla stretta alla delocalizzazione o al ricorso ai contratti a termine si può ipotizzare scaturisca dall’esigenza di introdurre o reintrodurre una maggiore equità e giustizia sociale nei confronti dei lavoratori precari e dei territori dai quali si delocalizza che subiscono un danno socio-economico. 
Il guaio è che le norme di legge nel perseguire obiettivi meritevoli di considerazione (la tutela della salute pubblica, dell’occupazione, dei livelli retributivi, del rispetto della parità uomo-donna, per fare qualche esempio) finiscono inevitabilmente per contrastarne altri che non sono da meno: ad esempio la libertà individuale, la libertà d’impresa, la libera iniziativa economica o la proprietà privata. 
Ora, che si voglia o no, ogni misura di politica economica, industriale, sociale e così via, è destinata per ciò stesso a scontentare una parte sociale, una categoria, una classe; nel mentre viene incontro alle aspettative, agli auspici, ai bisogni di un’altra classe sociale, categoria sociale o lobby. 
Preservare e contemperare queste diverse e, talora contrapposte, esigenze non è sempre facile per il Legislatore, sia esso un parlamento, un governo o un capo di stato. Specie se il legislatore è ben saldo sui propri convincimenti, è determinato a portare avanti le proprie iniziative e non è disposto a concertare (termine molto popolare per anni in Italia) i provvedimenti con gli attori economici e sociali, portatori - come le lobbies nei Paesi anglosassoni - di interessi di categoria (le organizzazioni sindacali o datoriali) o diffusi (esempio le associazioni di consumatori). 
Per sua stessa definizione, la politica non è (non può essere) mai neutra. Essa determina degli effetti, delle conseguenze, dalla sua pratica sull’economia e sulla società.  Gli effetti a volte sono visibili, altre volte invisibili; a volte limitati, altre volte illimitati. Ma la politica (o, se preferite, al plurale: le politiche) non solo cambia nel tempo, nel luogo e nelle formule, ma cambia di segno. Che vuol dire? Semplice. Le politiche possono essere positive o negative. Possono produrre benefici, oppure danni. Oppure un po’ degli uni e un po’ degli altri. Ma le evidenze empiriche dimostrano che dall’antichità ad oggi hanno determinato la prosperità delle nazioni o la loro distruzione.  E questo avviene sia se a farle sono stati dispotici, o assolutistici, sia se lo fanno democrazie liberali e parlamentari. 
Le politiche di segno positivo sono quelle di chi ascolta, si confronta, riflette, poi delibera e mette in pratica le linee della sua politica. Pronto, all’occorrenza, a fare marcia indietro, a correggere il tiro, a modificare la gittata delle loro politiche o dei loro provvedimenti. 
La politica di segno negativo, invece, è quella di chi decide in solitudine, evitando di ascoltare gli altri, non accettando consigli, sottraendosi alla verifica - a priori - degli effetti delle proprie decisioni. Decide e basta. E sia quel che sia. Pentimenti? Nemmeno a parlarne. 
Le politiche statalistiche e neo-protezionistiche del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, costituiscono il classico esempio di politiche di segno negativo. Che vengono perseguite in maniera implacabile sulla base di una presunzione: pensare che sia necessariamente quella la via giusta da imboccare per raggiungere i propri obiettivi. 
L’imposizione di dazi sulle importazioni negli States di una serie di beni (alluminio, acciaio, auto eccetera) da Canada, Messico, Europa e soprattutto Cina non sta sortendo gli effetti desiderati: ridurre il disavanzo della bilancia commerciale degli States e dare maggiore competitività alle imprese americane. In compenso sta cominciando a destabilizzare il commercio internazionale, uno dei fattori trainanti della congiuntura economica denominata “goldilocks” (riccioli d’oro) dagli economisti per la singolare e duratura congiunzione astrale di circostanze favorevoli al ciclo economico espansivo. 
Quella che sembrava una semplice scaramuccia, sta trasformandosi in una “guerra” commerciale vera e propria, combattuta a colpi di dazi e restrizioni al libero commercio. Una spirale perversa che rischia di far concludere prematuramente il lungo periodo di crescita che dura ininterrottamente dal 2009 negli Stati Uniti (dal 2013 in Europa, dalla fine del 2014 in Italia). 
La difficoltà di trovare un accordo per Stati Uniti e Cina risiede in gran parte nel fatto che, in molti casi, le richieste degli Stati Uniti appaiono poco chiare, ingiustificate e irraggiungibili. E il modo in cui l’amministrazione Trump sta gestendo le questioni commerciali, attraverso minacce unilaterali, ha reso più difficile la conclusione di accordi per i politici della Cina e di altri Paesi. 
Gli Stati Uniti stanno “aprendo il fuoco” sul mondo con la minaccia di dazi, colpendo il processo globale di produzione e distribuzione: il ministero del Commercio cinese ha messo in guardia Washington sugli effetti delle mosse americane (che ha definito tranchant “bullismo”) assicurando che Pechino reagirà all’istante contro la stretta all’import “made in China”. Lo stesso si appresta a fare l’Europa. 
Va ricordato che oggi le filiere sono organizzate in maniera diversa dal passato, per cui la produzione di un determinato bene finale incorpora valore aggiunto proveniente da diverse economie. L’introduzione di barriere può indurre a riorganizzare le catene produttive, innescando processi di integrazione a monte che si rivelerebbero molto costosi e, soprattutto, ridurrebbero la produttività a livello globale con effetti nel medio termine sul livello dell’output potenziale. 
Le guerre tariffarie possono avere effetti negativi sulla crescita anche nel breve periodo soprattutto perché le imprese multinazionali possono decidere di rinviare i propri investimenti, data l’incertezza sulle norme che verranno adottate nei prossimi anni. 
Altro esempio sono sia le sanzioni economiche decise dal Consiglio dell’UE nei confronti della Federazione russa (a causa dell’annessione della Crimea e della città di Sebastopoli), sia le misure restrittive all’import adottate da Mosca nei confronti dell’Europa. Risultato? Secondo le Dogane Russe (citate in un rapporto degli uffici dell’Istituto per il commercio estero di Mosca) nel solo 2015 l’export totale italiano nel comparto è stato di 637 milioni di euro in diminuzione dell’35,2% rispetto al 2014. E ci si riferisce ai settori dell’ortofrutta, del latte e derivati e della carne e pesce. Interessante rilevare che numerosi partner della UE, a dicembre 2015, hanno subito una perdita percentuale più elevata di quella italiana (Paesi Bassi -39,7%; Francia -37,5%, Spagna -48,4%) contro una flessione dell’import russo di settore dall’Italia del 35,2% rispetto all’anno precedente. E sono solo una parte dei danni da mancato export, che, essendo state prorogate le sanzioni anche negli anni successivi fino a tutto il 2018, sono destinati ad aumentar, senza conteggiare quelli indiretti, legati all’immagine dei nostri prodotti, sostituiti dai prodotti surrogati, o, se preferite, “taroccati”. 
Altra decisione della politica aggressiva sono le sanzioni all’Iran, uno dei Paesi produttori di petrolio, da parte degli Usa. Che se non è stato determinante, ha contribuito ad alimentare le tensioni internazionali, fatto peggiorare le relazioni tra questi paesi, ma soprattutto si è riverberato sulle quotazioni del greggio.  Prezzi che viaggiano stabilmente sopra i 70 dollari al barile sia per il Brent (il petrolio del Mare del Nord sia per il WTI (il petrolio americano). Risultato? Dal 28 giugno e per i prossimi tre mesi l’Autorità per l’energia (Arera) ha fatto scattare l’aumento del 6,5% per le bollette della luce e dell’8,2% per quelle del gas. 
Queste politiche che definiremmo di segno negativo si potevano evitare? Noi pensiamo di sì. L’alternativa? Lo strumento della diplomazia che da che mondo è mondo, ha risolto questioni molto spinose. Un altro è quello del problem solving strategico: la metodologia di valutare a priori, prima di adottarlo, l’impatto che possono avere uno o più provvedimenti normativi, una o più linee di politica estera o di politica economica, un’iniziativa imprenditoriale. 
Mai come adesso vale l’antico adagio: chi non ascolta non regna.

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