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Sulla scena del crimine questa volta si recita a soggetto, fra i tanti segreti dell’estate di Piera Drago

A dare voce a una intrigante detective comedy sono due fra i maggiori numeri uno su piazza, capaci di amalgamare al meglio le loro diversità: l’affermato scrittore Giampaolo Simi e Piera Degli Esposti, una delle più brave attrici italiane


20/07/2020

di Valentina Zirpoli


Una strana coppia quella composta da Giampaolo Simi (una penna graffiante, capace di stemperare la tensione con l’ironia e di approfondire tematiche complesse quasi senza darlo a vedere) e Piera Degli Esposti (sì, proprio lei, una delle nostre attrici più brave con un curriculum da lasciare a bocca aperta), che hanno dato voce a quello che non ti aspetti, ovvero L’estate di Piera (Rizzoli, pagg. 316, euro 19,00). Una storia nera come la pece, dal taglio politico, che si nutre di una calda notte romana, di un’attrice di successo alle prese con un’ombra nel cortile di casa, di un pozzo che inghiotte un cadavere. Insomma, gli ingredienti giusti per una storia capace di intrigare e, soprattutto, di farsi leggere. 
Come da note editoriali, calcando la ribalta della scena del crimine e rispolverando atmosfere alla Hitchcock, Piera e Giampaolo sono riusciti a dare voce a una detective comedy capace di rappresentare, con una ironia pensosa e brutale, quel gioco di maschere e menzogne, di nevrosi e pulsioni che è poi il segreto della condizione umana. Risultato? Un romanzo a tinte fosche che vede in scena “un’attrice di una certa età che diventa spettatrice di una scena che non dovrebbe, o meglio non vorrebbe, vedere”. 
A tenere la scena, nel ruolo di protagonista, è appunto Piera (un nome giocato nel titolo, puntando sul fatto - c’è da ritenere - che possa agire da traino per le vendite). Piera che di cognome fa Drago e che ha scritto la storia del teatro italiano. Esattamente come la Degli Esposti, che a 82 anni suonati (è infatti nata a Bologna il 12 marzo 1938) non manca di ironizzare sui suoi trascorsi, nonché sulle sue frequentazioni amorose e non. Lei che fu compagna di scuola di Lucio Dalla, che assicura di adorare i gialli, di aver amato molto (“Oggi purtroppo mi dedico più all’aerosol che all’amore”), di essersi fatta una ragione, sia pure a fatica, della sua strana voce (“A convincermi era stata Rita Pavone”). 
Lei che in gioventù era stata eletta miss Adriatico e miss Profumi Beaujour prima di arrivare a rivoluzionare il teatro a modo suo. Lavorando, ad esempio con Antonio Calenda, Giancarlo Cobelli e Ida Bassignano, per poi fare faville al cinema sotto la direzione di numeri uno quali i fratelli Taviani, Pier Paolo Pasolini, Lina Wertmuller, Giuseppe Tornatore, Marco Bellocchio e Paolo Sorrentino. Vincendo peraltro due volte il David di Donatello. Lei che nel 1980 aveva collaborato alla stesura del libro Storia di Piera, ispirato ai fatti della sua infanzia, dal quale Marco Ferreri avrebbe tratto l’omonimo film. 
Lei che, a suo dire, il delitto l’ha addirittura sfiorato per caso, e stupisce sentirglielo raccontare. “Il 9 maggio del 1978, il giorno in cui hanno scoperto il cadavere di Aldo Moro, ero andata a ritirare dei biglietti del treno per una trasferta di lavoro a Siracusa. Ma al Teatro Antico di via Caetani non c’era nessuno. E io sono rimasta a lungo ad aspettare, spesso appoggiata a quella famosa Renault 4 rossa dove avrebbero ritrovato il corpo dello statista rapito e ucciso dalle brigate rosse. Anche per questo la Procura di Roma mi aveva chiamato a testimoniare. E si trattò di un momento non certo facile da superare”. 
Ma torniamo alla Piera del romanzo. Una donna ostinata e ribelle, che non ama i potenti e sa bene quanto sia sottile la differenza tra il palcoscenico e la vita. Del resto, nello spettacolo della commedia umana si mente, si tradisce, si recita a soggetto. E si può anche uccidere. 
E allora state a sentire cosa succede in questa storia, dove incontriamo Piera decisa a… sfidare Shakespeare. Nel senso che vuole portare sul palcoscenico una versione di Riccardo III nella quale lei sarà la prima donna a vestire i panni del Duca di Gloucester nella sanguinosa ascesa al trono d’Inghilterra. “Un’impresa in questo caso non sanguinosa, ma ambiziosa quanto quella che Riccardo mette in atto nel dramma shakespeariano”. Inoltre, rifiutando le offerte dei grandi teatri nazionali, Piera ha scelto di allestire lo spettacolo con i giovani che da tempo occupano un teatro di Roma. 
Secondo logica narrativa, anche nel nostro caso il delitto non è andato in vacanza. Succede infatti che una notte, da una finestra del suo appartamento vicino a piazza Navona, l’attrice noti una misteriosa sagoma buttare un grosso sacco nel pozzo del cortile. Ma da lì a qualche giorno, quel sacco inizierà ad avere un nome e anche il volto di una ragazza scomparsa nel nulla. Sta di fatto che quella visione fortuita innescherà la girandola degli eventi, mentre sullo stabile inizierà a calare l’ombra del sospetto. E tra il viavai dei clienti del B&B al primo piano e la movida che affolla le vie del centro, Piera si sarà da fare per risolvere il mistero dell’omicidio di quella ragazza, nonostante lo scetticismo della collaboratrice Dolores e l’indolenza di chi la circonda. 
Ad affiancarla nell’indagine, che si trasforma presto in un duello psicologico con l’assassino (forse quell’ombra in cortile era un gioco della sua fervida immaginazione. O forse era proprio l’ombra di Riccardo III, il personaggio che stava inseguendo), c’è l’ispettore Grossmeier, un poliziotto altoatesino trasferitosi nella Capitale, al quale l’abbraccio della Città Eterna non riesce a regalargli conforto… 
Al riguardo riportiamo alcune significative considerazioni che arrivano dritte dritte dalle penne degli autori: “Piera Drago è la sola a sospettare l’oscuro (nel senso di anonimo, ma anche di misterioso e imprevedibile come tutti quelli che non stanno al centro del palco, sotto i riflettori) portaborse di un senatore. Si chiama Alessandro Riccomanno, si è presentato da lei per una fantomatica legge sul teatro e torna spesso a trovarla”. E ancora: “Costruendo la storia, ci siamo accorti che i nostri personaggi si trovavano di fronte a dilemmi continui: quand’è che la passione diventa ossessione? L’ambizione nasce sempre dall’invidia? La conquista del potere è una rivincita per un mancato successo? Insomma, che fosse del sole, della luna o di un riflettore, la luce che si accendeva su ognuno di loro proiettava sempre, inevitabilmente, un’ombra”. 
Ed è appunto fra le ombre di questa calda estate romana che Piera ha la forza e il coraggio di mettersi a indagare. “Ma ci piaceva e volevamo che lo facesse da attrice, non certo da detective e non più da spettatrice. Perché una come lei il successo lo conosce bene, al punto da non averlo mai confuso con la popolarità o con i riconoscimenti”. 
Insomma, a conti fatti una chicca narrativa. E non poteva essere che così, viste le qualità narrative di Giampaolo Simi. Sempre attento a farsi carico di tematiche segnate da una robusta abilità nell’addentrarsi nelle vicissitudini del quotidiano, oltre che nello scavare a fondo nei giochi velenosi che a volte accompagnano fatti a prima vista semplici, ma certamente contaminati dal male. 
Per la cronaca - e sono cose che a suo tempo l’interessato ci aveva raccontato e che riportiamo come nuove per chi non le ha lette - Simi è nato a Viareggio il 10 settembre 1965, città dove tuttora vive e dove ha frequentato il liceo classico Carducci per poi iscriversi - “sbagliando, perché Lettere sarebbe stato il suo approdo naturale” - alla facoltà di Scienze politiche in quel di Pisa. 
“Ma la frequenza non sarebbe durata più di tanto, in quanto iniziai a lavorare, partendo dal basso (impaginazione e correzione di bozze), in una piccola casa editrice (la Baroni, che ha chiuso i battenti nel 2009), con la quale avrei pubblicato nel 1996 il mio primo libro, Il buio sotto la candela, stampato in mille copie e incentrato, a livello di eresia in termini di memoria, sulla Linea Gotica e le relative stragi. Giocando sui fatti alla Stephen King di Derby, parlando cioè di fantasmi che tornavano sui luoghi dei massacri. Fortuna volle che questo libro venisse selezionato per il premio Savarese di Enna e quindi sdoganato. Sta di fatto che sarebbe stato ripubblicato da Flaccovio nel 2005, peraltro ripulito di certi termini gergali che potevano indurre all’errore interpretativo”. 
Che altro di Simi? Una passione di vecchia data per i libri di Georges Simenon “orfani di Maigret”, per quelli di Jean Patrick Manchette, “penna potente quanto irrequieta”, oltre che per Antonio Franchini, Francesco Biamonti e Luciano Bianciardi, “gli irrequieti che hanno portato l’italiano al di fuori della retorica”. 
E per quanto riguarda il suo ingresso nel mondo della narrativa? “Successe che, a soli quattro anni debuttassi nel mondo del giallo. Scrivendo - sì, sapevo già scrivere - un racconto di 25 righe per mia madre Mirte (nome viziato da un errore all’anagrafe) utilizzando la macchina per scrivere di mio nonno. In realtà a darmi da fare con un certo impegno lo avrei fatto alla fine del liceo giocando sul fantastico e l’horror, a quei tempi una specie di narrativa clandestina, che sarebbe stata però sdoganata negli anni Novanta”. 
A sua volta il debutto vero nella narrativa di settore venne sponsorizzato dal “rapporto con il Gruppo dei 13 di Bologna, un coagulo di scrittori che, sotto la spinta di Loriano Macchiavelli, avevano interessi letterari in comune: il genere poliziesco”. Fermo restando che ognuno di loro aveva proprie idee e un proprio stile. Sta di fatto che da quel Gruppo sarebbero usciti scrittori come Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Danila Comastri Montanari, Pino Cacucci, Sandro Toni, Gian Piero Rigosi e tanti altri. 
E sarebbe stato sullo slancio di questa esperienza che Giampaolo Simi (un uomo cordiale, disponibile se preso per il verso giusto, duro quanto basta, in ogni caso pronto ad arrabbiarsi veramente soltanto sui campi di calcio) avrebbe fra l’altro pubblicato i romanzi Il corpo dell’inglese, Rosa elettrica, La notte alle mie spalle. A seguire nel 2015, con Cosa resta di noi, sarebbe entrato a far parte della scuderia Sellerio vincendo il Premio Scerbanenco. Lui tradotto in Francia e Germania che, per non farsi mancare nulla, si dà da fare anche come giornalista, oltre che come soggettista e sceneggiatore (“Complice, anche in questo caso, l’apporto di Lucarelli») nel mondo delle fiction di successo: Ris, Ris Roma e Crimini non rappresentano forse un paludato biglietto da visita?

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