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Sulle nevi delle Madonie, a due passi da Cefalù, la morte sospetta di un milionario americano

Al centro del nuovo romanzo di Gaetano Savatteri il complicato rapporto fra giovani e anziani. Consigliate anche le storie firmate da Lucetta Scaraffia e Simone Regazzoni 


11/01/2021

di MAURO CASTELLI


Brillante, ironico, mai banale: ovvero Gaetano Savatteri, che torna in libreria per l’ottava volta con i tipi della Sellerio (ma al suo attivo ha anche altri undici lavori), proponendo una storia divagante sul ruolo dei vecchi e dei giovani in una Sicilia innevata e fredda, dove si muove il collaudato giornalista Saverio Lamanna, affiancato dal suo compare Beppe Piccionello. 
Una coppia di personaggi irriverenti, appassionati e al tempo stesso dissacranti che aveva debuttato ne La fabbrica delle stelle per poi confermarsi ne Il delitto di Kolymbetra, ferma restando una loro presenza allargata a quattro antologie (Il lato fragile, Il fatto viene dopo, È solo un gioco e La regola dello svantaggio). Una coppia vincente che ora torna sugli scaffali con Il lusso della giovinezza (pagg. 246, euro 14,00), un romanzo che con leggerezza graffia e intriga, cattura e induce alla riflessione. 
Saverio Lamanna, si diceva, un personaggio curiosamente nato da una specifica richiesta di Antonio Sellerio, il quale da tempo gli chiedeva - come ha avuto modo di raccontarci l’autore - di dare voce alla figura di un giornalista. “E io lo avrei accontentato. Con qualcuno a millantare che si tratta del mio alter ego, quando invece il mio vero alter ego trova terreno fertile nella sua spalla. Tuttavia, volendo essere onesto, potrebbe essere che il sottoscritto conviva in entrambe le loro anime”. 
Saverio Lamanna, un disoccupato di successo - sarcastico e realista - diventato detective per caso. Un simpatico quarantenne, ironico e un po’ sbruffone, che nella sua accattivante simpatia trova l’arma vincente. Era infatti successo che, licenziato dal sottosegretario del quale era portavoce, aveva deciso di lasciare Roma, città dove si trovava alla grande, per tornare in Sicilia e rifugiarsi nella villetta di famiglia sul mare di Màkari (“Nella realtà Macari, un angolo di paradiso a ridosso di San Vito Lo Capo, in provincia di Trapani”). 
Detto questo spazio alla trama, che parte da una divertente divagazione contenuta nel prologo: a che pagina, in una storia, gialla, il lettore deve incontrare il primo morto? E il secondo? Stando a un algoritmo “di quelli del marketing” per avere successo, e non scrivere un saggio di critica sociale, ci sono delle regole ben precise: se devi ammazzare qualcuno fallo presto. Invece, secondo il nostro Lamanna, “il morto c’è quando deve esserci”. 
In ogni caso il morto arriverà presto. Si tratta di Steve, un milionario americano deciso a investire in Sicilia, trovato in un crepaccio non troppo profondo nei boschi vicino all’antico paesino di Castelbuono, sulle Madonie. Dove a tenere banco è la neve, seppure si trovi a pochi chilometri dal mare di Cefalù. 
Una brutta disgrazia, forse, quella in cui è inciampato Steve, che non era soltanto un uomo d’affari, ma anche un idealista che voleva contribuire a una scossa salutare contro l’immobilismo gattopardesco siciliano. Attorno a lui una squadra di giovani entusiasti, venuti da ogni parte. Tra di loro Suleima, la splendida compagna di Saverio che, andato a consolarla, si trova a curiosare nelle attività dell’imprenditore appena deceduto. 
Stando ai primi rilievi la vittima sarebbe precipitata dal ciglio di una strada, ma non si sa come, e non è ben chiaro nemmeno come sia arrivato in quel posto. Per Lamanna troppe cose non tornano e inizia a sospettare che non si tratti di un incidente. 
Si viene inoltre a sapere che due personaggi, “come ombre scure in contrasto con la luminosità dei giovani collaboratori, incombevano sul percorso di vita e d’affari della vittima”, il vecchio don Cesare e il potente imprenditore Nicodemo. Sembrano la vecchia mafia delle campagne e la nuova mafia del business. O è solo un’apparenza? E che ci azzecca questa località dalle origini bizantine “esaltate nella possanza medievale del suo castello e che si contraddistingue per la caratteristica e rarissima Manna”, un prodotto pregiatissimo ottenuto dalla corteccia del frassino? 
Che dire: un lavoro che attinge dalle problematiche giovanili (ad esempio le difficoltà ad affermarsi professionalmente nel nostro Paese) per poi allargare il discorso alla “generazione di mezzo, quella in cui si pagano i biglietti a prezzo pieno, quella che non concede riduzioni né ai giovani né ai vecchi”. Un giallo che, tra ironia e sarcasmo, si fa carico di riflessioni sociali e umane non di poco conto. Che sono poi le armi vincenti della penna di Savatteri, capace di giocare a rimpiattino con la realtà senza farlo pesare, complice una scrittura semplice quanto maliziosa. 
Un autore peraltro forte di una italianità allargata: è infatti nato a Milano il 7 giugno 1964 da genitori originari di Racalmuto (“Sono figlio della grande migrazione degli anni Sessanta”), per poi trasferirsi a dodici anni in Sicilia, al seguito della famiglia, dove sarebbe cresciuto. E dove, a soli 16 anni, fondò con alcuni amici il periodico Malgrado Tutto, che avrebbe beneficiato di articoli scritti da Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Matteo Collura, Vincenzo Consolo e Giuseppe Bonaviri. Di fatto un periodico che avrebbe dato la stura anche a giornalisti importanti. 
Dopo aver conseguito la maturità presso il liceo classico Empedocle di Agrigento (lo stesso frequentato da Luigi Pirandello e, durante la Seconda guerra mondiale, anche dal “papà” di Montalbano), Savatteri cominciò a collaborare con il Giornale di Sicilia di Palermo, per poi trasferirsi a Roma (dove oggi vive con la moglie e un figlio) prima come inviato de L’Indipendente e, in seguito, come giornalista di Mediaset, attualmente in forza, come vicecaporedattore, a Quarta Repubblica, trasmissione condotta da Nicola Porro su Rete 4. 
Per contro il suo debutto sugli scaffali risulta legato al 1993 con La sfida di Orlando e Voci del verbo mafiare. Aforismi di Cosa Nostra, seguiti da Premiata ditta servizi segreti, Ladri di vita. Storie di strozzini e disperati (scritto a quattro mani con Tano Grasso) nonché L’attentatuni. Storia di sbirri e di mafiosi. E via via, sino ad accasarsi alla Sellerio, per la quale ha anche pubblicato La congiura dei loquaci, La ferita di Vishinskij, Gli uomini che non si voltano, La volata di Calò e il saggio I siciliani


A questo punto quello che non ti aspetti da Lucetta Scaraffia che, nel suo ultimo lavoro, La donna cardinale (Marsilio, pagg. 142, euro 15,00), dà voce a una storia che si tinge di giallo nella quale - oltre a indagare sul ruolo delle donne all’interno delle Mura - mette a nudo gli aspetti più oscuri delle beghe vaticane. Dove la lotta per il potere vede le alte sfere ecclesiastiche darsi un gran da fare, senza esclusione di colpi, pur di raggiungere obiettivi che spesso di spirituale e religioso hanno poco o nulla. 
Ed è in questo contesto che l’autrice si fa carico del ruolo subalterno delle suore, spesso relegate ai ruoli più umili. In altre parole cuoche o domestiche di cardinali e principi ecclesiastici. E ben che vada, nonostante la loro preparazione culturale e i loro titoli, potranno diventare segretarie o poco di più. Ma la riflessione sconsolata delle religiose all’interno del romanzo si ribalterà in un guizzo d’orgoglio che finirà per portare allo scoperto le meschine congiure di palazzo e, in parallelo, a mettere in luce le grandi riforme del nuovo papa guatemalteco, il cui stato, sia di salute che di ruolo, risulta alquanto precario. In effetti i suoi piani innovatori appaiono destabilizzanti per la curia, suscitando dapprima malcontento e poi moti di ribellione. Tanto è vero che ci sarà qualcuno pronto a suggerire la sua eliminazione. 
Abbiano accennato al ruolo della religiosità al femminile. Una tematica, questa, cara all’autrice, che l’ha già trattata come si conviene in alcuni suoi interessanti saggi. Ma questa volta l’angolatura risulterà completamente diversa e assumerà una connotazione dominante nella storia. 
Veniamo ora alla sinossi. L’elezione di papa Ignazio getta un’ombra di sconcerto e irritazione sul mondo piccolo ma enorme del Vaticano. Se vuole cambiare tutto, se intende impedire al faccendiere italiano di riciclare denaro sporco attraverso lo Ior, allora vuol dire che questo nuovo pontefice potrebbe essere pericoloso. E il pericolo va combattuto. Così, nei corridoi spazzati da invidie e rivalità, comincia a serpeggiare l’idea di un piano per liberarsi del Santo Padre. 
Fortuna vuole che Gregorio, l’archiatra, ovvero il “primo dei medici” (ovvero colui che si occupa in prima persona della salute del papa), riesca a sventarlo, diventando così l’unico confidente del pontefice all’interno di una curia che gli è ostile. Ma anche Gregorio i suoi rischi li correrà, in quanto si troverà suo malgrado coinvolto nella cospirazione che lo porterà tra le braccia di una misteriosa e affascinante donna. Rischiando di grosso sia in prima persona per salvare la vita del Papa. 
In questa atmosfera carica di tensione, Ignazio decide di nominare una donna segretario di Stato e di eleggerla cardinale, unica garanzia perché la sua mezza rivoluzione possa andare in porto. Mentre Gregorio segue preoccupato la situazione, i cardinali, che non mancano di spiare il papa, organizzano le loro contromosse. Ma le riunioni si svolgono durante cene servite da suore che ascoltano e registrano tutto... 
Detto di questo romanzo breve, peraltro di gradevole lettura, ricordiamo che Lucetta Scaraffia, sorella di Giuseppe (a sua volta saggista, accademico e presentatore televisivo), è una autrice che di cose vaticane se ne intende essendo stata a lungo presente sulle pagine dell’Osservatore Romano nonché fondatrice e direttrice - dal 2012 al 2019 - di Donne, chiesa, mondo, prestigiosa rivista attiva sui temi della presenza/assenza dell’altra metà del cielo all’intero delle posizioni di potere della Chiesa cattolica. Lei portatrice di posizioni certamente innovative, “capace di gettare un sasso nello stagno apparentemente immobile della curia vaticana”. 
Per la cronaca Lucetta Scaraffia, nata a Torino nel 1948 da madre cattolica e padre massone, è docente di Storia contemporanea presso l’università La Sapienza di Roma; è attualmente sposata con lo storico e giornalista Ernesto Galli della Loggia; collabora con diverse importanti testate sia italiane che internazionali (come Le Mond e El Paìs); ha militato negli anni Settanta nel movimento femminista e, per non farsi mancare nulla, nel 2008 si era candidata a Roma con una lista civica pro-Rutelli senza però essere eletta. 


In chiusura di rubrica un thriller adrenalinico e inquietante che, pur sviluppandosi fra il 20 e il 25 dicembre 2020, richiama le sanguinarie origini di Roma, con un serial killer di nome Romulus che si aggira fra le le rovine della Città eterna e inizia a colpire proprio in un luogo simbolo dell’antichità: quello dove venne ucciso e sepolto il fondatore dell’Urbe.  Non a caso, questo esecutore fuori dalle righe, ama colpire rifacendosi ai riti sacrificali dell’antichità. 
Un thriller intitolato I segni del male (Rizzoli, pagg. 410, euro 18,00) che è costato all’autore, il genovese Simone Regazzoni, tre anni di scrittura e riscrittura notturna, anche perché di giorno, nello stesso periodo, stava dando voce a un libro di filosofia intitolato La palestra di Platone
Come da curriculum, Simone Regazzoni è nato sotto la Lanterna nel 1975, è stato allievo di Jacques Derrida, ha conseguito un dottorato in Filosofia in cotutela presso le Università di Parigi VIII e Genova. Personaggio fuori dalle righe e dotato di una notevole parlantina (e questo non stupisce per via della sua specializzazione), pratica l’Arte marziale tradizionale coreana Hwa Rang Do e si allena nell’uso delle armi bianche da combattimento (la sua preferita è il nunchaku). È inoltre un appassionato di grapplinge Mixed Martial Arts (Mma), che non manca di farcene partecipe nel suo thriller. 
E per quanto riguarda la professione? Ha insegnato presso l’Università Cattolica di Milano e l’Università di Pavia, mentre attualmente si propone docente presso l’Irpa (Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata) di Milano e di Ancona. In parallelo collabora con la Scuola Holden di Torino e scrive per Tuttolibri, il supplemento culturale del quotidiano La Stampa
È inoltre autore di una quindicina di libri, fra i quali Sfortunato il paese che non ha eroi. Etica dell’eroismo; Stato di legittima difesa. Obama e la filosofia della guerra al terrorismo; La filosofia di Harry Potter; Iperomanzo. Filosofia come narrazione complessa; Jacques Derrida. Il desiderio della scrittura. Ma ha anche firmato tre romanzi: Abyss e Foresta di tenebra editi da Longanesi, oltre al thriller del quale stiamo parlando, ovvero I segni del male
Un intrigante canovaccio nel quale l’autore conduce un’indagine a tutto tondo sulle radici del Male, sull’ombra scura che alberga in ognuno di noi, “scavando con sapienza nella psiche di personaggi che rompono gli schemi e ridefiniscono gli archetipi”. Un lavoro, a suo dire, volto a strappare il lettore dalla quotidianità, senza rifarsi come troppo spesso succede ad angolature morali. 
Risultato? Un lavoro che si dipana fra continui colpi di scena e ribaltamenti dall’inizio alla fine, puntando su una narrazione tanto graffiante quanto personale. Con la speranza al seguito di rimettere in moto la mente del lettore. “Perché leggere - tiene a precisare Regazzoni - è un modo per poter resistere in questo momento di straordinaria difficoltà”. 
Detto questo spazio alla trama. “Sulle strade di Roma la neve si mescola con il sangue. Davanti allo specchio del bagno, Giulia osserva i lividi dell’ultimo allenamento di Mma sul corpo scolpito. Poi indossa la divisa di ordinanza ed esce nella notte. Destinazione il Foro romano - secondo la leggenda qui è sepolto Romolo - dove è stato ritrovato il cadavere di una donna sventrata. Un serial killer sta mettendo in ginocchio la Capitale attraverso efferati delitti che rimandano alla fondazione della città. Uccide con addosso una testa di lupo e un mantello di pelliccia e incide sulla pelle delle vittime un’oscura maledizione arcaica: sakros esed”. 
Per il commissario Giulia Rakar è solo l’inizio di un’indagine pericolosissima. Nonostante a trentun anni sia una profiler di livello, Giulia nasconde una profonda ferita del passato e convive con il buio da quand’era bambina. Perché le sfaccettature del Male sono infinite e anche quando sei convinto di essere tu a dargli la caccia lui può dare la caccia a te. E stavolta per risolvere il caso non le basterà entrare nella mente del killer: dovrà evitare che sia lui a entrare nella sua. Evitando così di trasformarsi da cacciatrice in preda. 
Di fatto una storia di piacevole lettura che si rifà alla “sindrome dell’imperatore romano”, oltre che giocata sul ritmo nonché sorretta da frasi brevi e ficcanti. Una storia peraltro “sfrondata delle angolature morali” che non mancherà di far breccia anche sui palati più esigenti.

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