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Tenere lo sguardo fisso sul passato può davvero accecare?

Un esordio col botto per la giornalista anglo-australiana Jane Harper. Invito all’acquisto anche per C.L. Taylor e Mariel Sandrolini


27/03/2017

di Mauro Castelli


Succede raramente, ma succede, che un esordio narrativo catapulti l’autore, in questo caso l’autrice, sotto le luci della ribalta internazionale, con diritti venduti in una ventina di Paesi (fra i quali Stati Uniti, Germania, Olanda, Regno Unito, Svezia, Norvegia, Danimarca, Israele) e il suo libro venga opzionato per il grande schermo (in questo caso dal produttore Reese Witherspoon). Stiamo parlando di Jane Harper, nata a Manchester e quindi trasferita con la famiglia, quando aveva soltanto otto anni, in Australia (dove si è peraltro guadagnata il diritto di cittadinanza) per poi tornare in patria da adolescente. Vivendo nell’Hampshire e studiando Inglese e Storia presso l’università di Kent a Canterbury. Salvo riproporsi pendolare fra i due Paesi (nel 2008 è infatti tornata in Australia e oggi vive a St. Kilda con il marito Peter Strachan e la loro figlia) nel ruolo di giornalista.
Ferma restando la sua vorace passione per la scrittura, che l’ha portata a frequentare un corso online di dodici settimane (il Curtis Brown Creative), durante il quale ha messo nero su bianco, in soli tre mesi, la prima stesura del suo romanzo, ovvero Chi è senza peccato (Bompiani, pagg. 376, euro 19,00, traduzione di Lorenzo Matteoli). Un lavoro che le ha fruttato nel 2015 il Victorian Premier’s Literary Award per il miglior manoscritto inedito. «Un riconoscimento inestimabile - ha tenuto a precisare - che mi ha regalato l’apertura di un migliaio di porte». D’altra parte, aggiunge, «il mio obiettivo principale, mentre stavo scrivendo The Dry (questo il titolo originale), era di dare voce a un romanzo di quelli che mi sarebbe piaciuto leggere, caratterizzato da spruzzate di mistero e colpi di scena. E spero di esserci riuscita».
Ma di cosa si nutre questo thriller duro quanto basta, supportato da una scrittura che a tratti riesce a raggelare il sangue? Di un assunto intrigante, certo («Tenere lo sguardo fisso sul passato può accecare»), portato avanti all’insegna di una ruvida storia australiana osannata da testate importanti (come il New York Times) e da autori di peso (come David Baldacci, quel geniaccio figlio di emigranti italiani provenienti dalla provincia di Lucca che si era inizialmente arricchito il cognome con un Ford per sentirsi più americano, salvo poi fare marcia indietro una volta conquistato il successo).
E per capire che la scrittura di Jane Harper si propone alla stregua di una intrigante sberla narrativa basta scorrere il breve prologo, dove ci si imbatte in un capoverso di questo genere: «Il corpo nella radura era il più fresco. Le mosche impiegarono più tempo per scoprire i due cadaveri in casa, anche se la porta mossa dal vento sembrava un invito. Quelle che si avventuravano oltre l’offerta iniziale erano premiate con un altro cadavere in camera da letto. Più piccolo, ma anche meno assediato dalla concorrenza».
Tre morti, insomma, “accasati” a Kiewarra - una piccola comunità montana dell’outback australiano alle prese con una siccità che dura da anni - dove un uomo (Luke Hadler), apparentemente senza motivo, uccide la moglie e il figlio di sei anni prima di suicidarsi. A salvarsi dalla furia omicida del padre è soltanto Charlotte, la più piccola della famiglia. Quando Aaron Falk, detective della polizia federale e vecchio amico di Luke, ritorna in città per i funerali, i genitori del morto, Barb e Gerry, gli chiedono di indagare. Una richiesta accorata che suona alla stregua di una minaccia, legata al mistero di un’altra morte violenta avvenuta anni prima: quella di Ellie Deacon, una ragazzina di sedici anni dagli occhi e capelli scuri, portatrice di «una breve vita densa di cose non dette». Un caso dal quale il nostro detective era stato scagionato (ma innocente lo era) proprio dalla testimonianza dell’amico che, in quella occasione, aveva mentito forse per proteggerlo.
A questo punto Falk, seppure a malincuore, rimane per il fine settimana in quel piccolo paese che l’aveva respinto vent’anni prima, un paese nel quale «la siccità sembra aver inaridito insieme ai campi anche le coscienze degli abitanti». Un luogo dove peraltro in molti sembrano avere qualcosa da nascondere. Sta di fatto che la collaborazione con il sergente Raco - un giovane, ingegnoso poliziotto locale - darà presto i primi frutti, disseminando dubbi sulla versione ufficiale del caso (solo apparentemente risolto, ma zeppo di stonature). Riaprendo peraltro vecchie ferite. In altre parole Aaron si troverà faccia a faccia con un segreto che lui e Luke in passato avevano condiviso e che ora minaccia di tornare pericolosamente a galla. E se questo dovesse succedere, nessuno potrebbe più chiudere gli occhi.

Voltiamo libro. Dopo i positivi riscontri ottenuti lo scorso anno col thriller psicologico Il confine del silenzio (incentrato su una ragazzina entrata in coma a seguito di un incidente, ma con il sospetto al seguito che non si tratti di un incidente), torna sui nostri scaffali, sempre per i tipi della Longanesi, C.L. Taylor (all’anagrafe Carol Louise, ma per gli amici anche Cally) con La ragazza senza ricordi (pagg. 348, euro 18,60, traduzione di Elisa Banfi). Una storia altrettanto dark che, dall’aprile del 2015, ha monopolizzato le classifiche di vendita nel Regno Unito, per poi approdare vincente all’estero. Anche in questo caso si tratta di un canovaccio che si rapporta a un doloroso viaggio nella suspense (non a caso l’autrice è laureata in Psicologia con indirizzo criminale). Un viaggio che inizia subito all’insegna di una inattesa inquietudine. Con un avanzo di galera a fare la voce grossa a causa di un cane maltrattato e sequestrato, per lasciare immediatamente spazio a una incursione nel passato della protagonista, alla quale viene recapitato un foglietto con al centro un’unica scritta: So che il tuo vero nome non è Jane Hughes. Ufficialmente Jane Hughes lavora in un centro per animali randagi e vive con un compagno in un piccolo cottage nel Galles. Come da sinossi, «è una donna realizzata e felice, come tante, ma la sua vita si fonda su una menzogna. Cinque anni prima era partita per un viaggio in Nepal con le sue migliori amiche. Quattro ragazze molto diverse l’una dall’altra, ma legate da un’amicizia di lunga data, seppure a volte in fragile equilibrio. Doveva essere la vacanza della vita, fatta di yoga, meditazione e splendidi panorami, una settimana che avrebbe dovuto trasformarsi in un ricordo meraviglioso, ma che si era rivelata un incubo. Perché da quel viaggio due delle quattro ragazze non sono più tornate. Jane pensa di essersi lasciata tutto alle spalle, di poter ricominciare a vivere con una nuova identità, di dimenticare quello che è accaduto, ma qualcuno non ha intenzione di permetterglielo. Qualcuno che sa la verità su quella terribile settimana e che è tornato per tormentarla, per distruggere tutto quello che Jane ha faticosamente ricostruito. Così, per difendere se stessa e le persone che ama, Jane dovrà affrontare l’incubo del suo passato e rivivere tutto quello che è successo tra quelle montagne…». Che dire: un intrigante lavoro psicologico giocato su una tematica non certo nuova, ma sorretta da una inventiva di livello, oltre che dal gioco dell’apprensione e del turbamento, uno stato d’animo che ben si sposa con la paura di affossare un presente conquistato a fatica. Che altro? Per la cronaca, l’inglese Carol Louise Taylor è nata a Worcester e attualmente vive a Bristol con il «fantastico» compagno Chris e il figlioletto Seth, «bello e divertente». Lei che aveva debuttato nella narrativa scrivendo racconti per riviste letterarie e femminili, guadagnandosi diversi riconoscimenti. Salvo poi esordire nel mondo del romanzo all’insegna della genialità. E non è da tutti.

Di piacevole quanto intrigante lettura si propone anche la bolognese Mariel Sandrolini, di nuovo in libreria - per i tipi della Golem - con la sesta indagine affidata al commissario Mario Marra, un investigatore dai tratti umani e dalle grandi intuizioni in forza alla Mobile del capoluogo emiliano. Una figura accattivante e bonaria che l’autrice ci tratteggia non solo sul lavoro, ma anche - oltre che attraverso i ricordi dei tempi andati - nel suo ambito familiare (lo incontriamo infatti alle prese con la compagna Clelia, pronta ad esempio a rinfacciargli di aver ripreso a fumare il sigaro, benché per lui rappresenti un modo di ritemprarsi assieme a un buon caffè). Ovviamente Burlesque e delitti (pagg. 226, euro 9,90) risulta ambientato a Bologna, una città che, narrativamente parlando e per chi la vive in prima persona, offre spunti e variegate atmosfere. «Basta guardarsi intorno - ha infatti avuto modo di annotare l’autrice - per avere a disposizione una enorme quantità di cose di cui parlare. E una come me, che ama scrivere sin da quando era ragazzina, poteva non farne partecipi i lettori?». Sta di fatto che, ancora una volta, l’autrice gioca a rimpiattino con la verità, una verità in questo caso pronta a nascondersi dietro i loschi traffici di una banda di quartiere imparentata con le luci di un locale di burlesque, dove viene peraltro ammazzata una ballerina. Il tutto a fronte di alcuni interrogativi: perché Fabio Pica, integerrimo direttore di banca del Quadrilatero (una persona rispettabilissima, che Marra peraltro conosce bene, messo in mezzo a un rocambolesco inganno dall’amico Matteo Ricci), si sarebbe trasformato in ladro? Cosa si nasconde dietro il furto di alcuni documenti e di un plastico in uno studio di architettura? E poi perché Bologna risulta insanguinata da efferati omicidi, tutti contraddistinti da un canarino di velour giallo? Non bastasse, a intorbidire ulteriormente le acque, «gli eventi si intrecciano con le cospirazioni della Confraternita», pronta a difendere i suoi adepti nascondendosi dietro il paravento della rispettabilità. Che dire: una trama supportata da una scrittura intelligente, che si rifà a frasi e capoversi brevi, a un linguaggio sobrio e leggero, ma anche ad alcuni personaggi ben tratteggiati nonché a una logica concatenazione dei fatti. Come dire che Mariel Sandrolini sa muoversi come si conviene fra le pieghe di un poliziesco. Lei - signora non più giovanissima con una buona dose di nipoti al seguito, come da dedica di questo libro - che lavora ai suoi romanzi a sera inoltrata accompagnata dal sottofondo di musica classica. Lei che dai quattro ai 18 anni è cresciuta in collegio, uscendone con un diploma magistrale e uno in pianoforte; lei che aveva iniziato a sei anni a scrivere su pezzetti di carta delle rime; lei che in prima media («La fantasia certo non mi mancava e non mi manca, tutto il resto sarebbe seguito a ruota») aveva vinto un premio nazionale con un tema svolto in classe. Un riconoscimento che, strada facendo, sarebbe stato seguito da numerosi altri, a conferma della sua abilità narrativa. Quella stessa che ci accompagna sulla strada del crimine e che ha messo al servizio del commissario Marra, già in scena ne La chiusa del Battiferro, Il caso del Ghetto Ebraico, Le prime indagini di Marra, Una calda estate gialla, Il commissario Marra e il caso Bondage. Per non parlare dei suoi altri romanzi.

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